Il Mar Mediterraneo è sovrasfruttato – Non è una novità, è sempre più un’emergenza. La pesca scriteriata, quando non illegale, l’inquinamento di acqua e aria e un traffico marittimo senza precedenti e in costante aumento hanno portato il Mare Nostrum a un degrado che diventa sempre meno rimediale, mano a mano che si va avanti con gli anni. Gli sforzi ci sono, soprattutto a livello internazionale tra i Paesi che si affacciano sulle acque preziose del nostro bacino. Ma difficilmente si riesce a passare dalle parole ai fatti, specie a causa di interessi nazionali, più politici che economici, miopi, incapaci di fare sistema e di guardare al bene comune. Che poi sarebbe anche il loro. L’attività della pesca è il primo elemento che incide sullo sfruttamento del Mediterraneo ed è quello con la lente d’ingrandimento più grossa puntata addosso.

Le reti a strascico, flagello dei fondali – Dagli anni 90 in avanti, con il costante aumento dei flussi turistici, gli equipaggi dei pescherecci, per aumentare i volumi del pescato, hanno mutato anche le tecniche. Senza porsi il problema della sostenibilità. Le reti a strascico sono state la soluzione più facile e più diffusa per adeguarsi alle nuove esigenze, ma, com’era facile prevedere, si sono rivelate un vero e proprio flagello per i fondali del Mediterraneo. La grande criticità di questa “tecnica” (se così si può definire) sta racchiusa nel suo stesso nome: lo strascico raschia letteralmente i fondali, portando via tutto ciò che trova sul suo cammino, dai pesci alle autoradio, e soprattutto distruggendo gli habitat, che poi necessitano di decenni per ricostituirsi. E naturalmente i decenni si moltiplicano a seconda di quanti passaggi si fanno con le reti su uno stesso fondale. L’impatto dello strascico nei mari siciliani è stato evidente da subito. Provate a chiedere ai pescatori amatoriali, quelli che con canna e secchiello si piazzano sulla spiaggia per portare a casa la cena. Vi risponderanno che hanno notato un cambiamento sensibile non solo nelle quantità del pescato, ma anche nella differenziazione delle specie catturate. Da un anno all’altro. Anche perché, soprattutto nei primi anni, lo strascico veniva praticato senza ritegno molto sotto costa. Troppo sotto costa. In particolare di notte. E i pesci, soprattutto le razze più comuni nel Mediterraneo e sulle nostre tavole, specialmente in estate si avvicinano alle coste, dove trovano una grande quantità di cibo. Mentre d’inverno si ritirano oltre i 300 metri dalle spiagge.

E’ anche una questione culturale – Ora, la domanda è semplice: che senso ha devastare i fondali oggi così che non si pescherà più nulla domani? Perché il mare, a differenza di quanto qualcuno crede, non è un pozzo senza fondo. Ha i suoi equilibri, le sue regole, è un ecosistema. E se lo si colpisce muore. Come muore una foresta sotto un incendio. La replica dei pescatori è semplice: se non peschiamo, noi non mangiamo. Ed è qui che entra in gioco la politica ed è qui che si deve trovare un accordo. Perché se è vero che la pesca professionale va regolata in maniera più stringente, laddove non fermata quando necessario, è altrettanto vero che i pescatori devono avere un sostentamento. O almeno una soluzione di compromesso, come differenziare i luoghi di pesca o rimodulare la propria attività (avete mai sentito parlare della pesca turismo? Molto più sostenibile e mica poco remunerante).

Fermatevi, prima che sia troppo tardi – E il problema non sono certamente solo i mezzi utilizzati dai pescherecci. I pesci, infatti, hanno periodi e zone di riproduzione. Gioco facile, dunque, prenderli in quelle zone durante quei periodi. E magari pure con le reti a strascico, per andare sul sicuro. Come molti pescatori fanno, dapprima estinguendo letteralmente interi branchi, alla lunga compromettendo seriamente la sopravvivenza, quantomeno in una determinata zona, di numerose specie ittiche. Ed è contro questa cattiva abitudine dei nostri pescherecci che si rivolge la proposta di Oceana, organizzazione internazionale per la conservazione dell’ambiente marino: fermare completamente la pesca a strascico in alcune aree dello Stretto di Messina. Quelle, in particolare, dove si aggregano gli «stock ittici giovanili» di specie come il merluzzo o il gambero rosa. «Stock fortemente sovrasfruttati» – dice Oceana, che ha inviato ufficialmente la sua proposta alla Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo. Qualora adottata, questa sarà una misura che <<contribuirà a ripristinare gli stock ad oggi sovrasfruttati e non gestiti del Mediterraneo, dove il 92% degli stock ittici sono sovrapescati». Sovra-pescati, dunque, ovvero pescati in maniera eccessiva. Già solo questa definizione dovrebbe bastare a contrastare le “ragioni” dei pescatori. Se non vogliamo che il Mediterraneo si trasformi in una sorta di “Mar Morto”, prese di posizione come queste sono essenziali non solo per la salvaguardia dell’ambiente marino, ma anche per la sopravvivenza economica dei pescatori e delle loro famiglie. Basterebbe infatti chiedere ai pescatori di Portofino, dove il rispetto vero dell’area protetta per vent’anni consente loro oggi di pescare a sufficienza per i propri portafogli.

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