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L’Italia e i “problemi” con la stampa – La stampa, da un punto di vista storico, è il primo obiettivo contro cui scagliarsi per tutti quei “politici” che sono allergici alla democrazia. È colpa della stampa se si fa questo, è colpa della stampa se non si fa quell’altro. Facciamo due o tre telefonate per mettere pressioni, per intimidire, per provare a mettere nell’angolo quel giornalista. Del resto se l’Italia è al 73° posto nella classifica mondiale di Reporter senza frontiere, ci sarà un motivo. In un solo anno il nostro Paese ha perso ben 24 posizioni. Ci troviamo tra la Moldavia e il Nicaragua. Una situazione deprimente dovuta alle frequenti intimidazioni che i giornalisti subiscono da parte di organizzazioni criminali e non solo, dove le macchine sono gli oggetti più colpiti. In un panorama così inquietante non serve a nulla piangersi addosso. Nel resto del mondo, come in Russia e in Cina, va anche peggio. Una magra consolazione. Soprattutto al sud, e in questo caso a Taormina, si ha un’idea distorta, servile del mestiere giornalistico.

La colpa è anche di certi giornalisti – In questo modo il giornalismo viene ridotto a ufficio stampa, che fa copia e incolla delle dichiarazioni di qualche rappresentante. «Riceviamo e pubblichiamo» a cui segue il virgolettato è la morte del giornalismo, la sua fossa che in molti casi si è scavato da solo. Al di là delle ipocrisie, va detto che i comunicati stampa vengono usati da tutti. Anche da noi. Rimodulati e presentati al lettore per fare “numero” e nell’epoca della commercializzazione è una tecnica che non guasta. Però c’è una differenza tra chi usa quel «riceviamo e pubblichiamo» come contorno marginale della propria offerta editoriale e chi, invece, ne fa il proprio cavallo di battaglia. Tra qualità e isolata quantità c’è una bella differenza. Appurato che le colpe sono anche di certi giornalisti che pensano di fare un lavoro solo per entrare aggratis in qualche teatro o mangiarsi due babà in un banchetto, c’è dell’altro nell’intricata vicenda. Il marcio, nella maggior parte dei casi e soprattutto nelle piccole realtà, viene dalla politica. I consigli comunali, spesso e volentieri, invece di essere i luoghi in cui si risolvono i problemi, si trasformano in teatrini dove si parla in maniera generica per colpire tutti e quindi nessuno.

Le parole in Consiglio comunale – Succede anche a Taormina. Invece di provare a risolvere i problemi della città, a cercare soluzioni condivise e innovative, chi ha amministrato (non solo in ambito politico) la terrazza che si affaccia sul Mediterraneo, utilizza il proprio tempo a disposizione per scagliarsi contro la stampa. «Con le chiacchiere dei giornali non ci facciamo più niente, o dei blog. Ora abbiamo i blog (con tono sprezzante). Non ce ne facciamo nulla, assolutamente nulla», ha tuonato il consigliere di minoranza Carmelo Valentino dal suo scranno nell’aula consiliare durante l’ultima seduta del civico consesso e in streaming sul Web. Questa continua e incessante denigrazione è insopportabile e frutto di un’ignoranza storica che fa rabbrividire. Passano gli anni ma non cambia nulla. Resiste il solito “fastidio” verso chi fa giornalismo e prova a mettere in evidenza le carte e i documenti sui temi scottanti del luogo. BlogTaormina, dalla vicenda delle Rocce a Taormina Arte, ne è un esempio. Leggere gli “speciali” per credere. È davvero un peccato, perché chi ha voglia davvero di cambiare il corso delle cose a Taormina dovrebbe vedere nella stampa un utile strumento e non un problema. La stampa, invece, diventa un problema, «non ce ne facciamo nulla», nel momento in cui si ha qualcosa da nascondere.

Se in Consiglio comunale si bestemmia sulla Costituzione – Quante bestemmie laiche in quell’Aula del Consiglio comunale. A inizio mandato si giura sulla Costituzione italiana, che all’articolo 21 recita: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure». Si giura anche su queste parole e poi in Aula si pronuncia l’esatto contrario. Se la Costituzione italiana parla di questo argomento nell’articolo 21, la Costituzione degli Stati Uniti d’America pone il concetto, per la sua importanza, al primo punto. Si tratta del Primo emendamento: «Il Congresso non promulgherà leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione, o che ne proibiscano la libera professione, o che limitino la libertà di parola, o di stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea, e di fare petizioni al governo per la riparazione dei torti». Come si fa a non conoscere simili argomenti quando si fa politica? Come si può pretendere di cambiare le cose, quando ci si comporta come se ci si trovasse nei primi trent’anni del Novecento? Ai posteri l’ardua sentenza.

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