Queste sono le linee guide tratte dal manifesto firmato il 1º dicembre 2008 da tutti i leader socialisti europei: rilanciare l’economia e prevenire nuove crisi finanziarie; una nuova Europa sociale – dare alle persone un patto d’equità; trasformare l’Europa nella forza leader nel mondo contro i cambiamenti climatici, promuovere l’uguaglianza dei generi in Europa; sviluppare un’efficace politica europea sull’immigrazione; accrescere il ruolo dell’Europa come partner per la pace, la sicurezza e lo sviluppo. Secondo questi principi l’Europa dello spread, dell’austerità e delle ingiustizie sociali deve lasciare il passo all’Europa dei popoli. Grandi politici come François Hollande, Helle Thorning-Schmidt, Werner Faymann, Zoran Milanović, Joseph Muscat, Stefan Löfven, Martin Schulz e più recentemente, con più convinzione e maggior determinazione, Manuel Valls, Pedro Sanchez, Diederik Samson, Ed Miliband e Matteo Renzi, quei principi li vogliono applicare, li vogliono raggiungere.

E allora il socialismo democratico è di fronte a un bivio. Non può e non deve chiudersi dentro «un recinto identitario, ben preciso» legato al passato, ancorato in un porto sicuro, ma deve, con la stessa forza e con lo stesso spirito di laicità e libertà della manifestazione indimenticabile a Parigi dopo i terribili fatti di Charlie Hebdo, «affrontare il cambiamento senza farsi condizionare». Se così non fosse il populismo dilagante, la xenofobia diffusa, l’euroscetticismo avrebbe la meglio. E allora non importa proprio che bei giovanotti quarantenni cambiano look e indossino rigorosamente pantaloni neri e camicia sbottonata bianca. L’importante come afferma con grinta il saggio di Valerio Morabito “La sinistra europea in camicia bianca” appena edito da Contanima e che vengano «abbattuti pregiudizi secolari» che cambi «il modo di intendere il lavoro» e muti «il rapporto con il sindacato, la parola meritocrazia abbia un valore diverso e che anche il concetto di sicurezza assumi “un’altra valenza» e che inoltre si possa porre «le basi per un’identità federale europea».

E la generazione più “vecchia” di questi bruni, aitanti, giovanotti che come me ha votato politici che indossavano la cravatta di lana e le giacche di Missoni si rende conto che il socialismo come ideologia pura, categoria dello spirito è finito, si è concluso. Rimane valido ancora il socialismo «come forza storica e strumento politico e ideale che si era andato costruendo a partire dal conflitto sociale nato dalla rivoluzione industriale». Si rende conto che come non può essere importata e imposta la democrazia così non si può parlare di Europa unita se non esiste un legame “di terra e di sangue” e questo lo analizza e documenta bene il giovane saggista. Ciò che ci lascia perplessi è se il socialismo borghese, protezionista e parassitario ha fatto tanti danni, contribuendo a liquefare le ideologie e ad allontanare intere generazioni dalla politica e dalle istituzioni; il socialismo popolare, e non populista, quello della redistribuzione sociale non è valido oggi più che allora? Rimane il fatto comunque che i sette capitoli di questo saggio breve sul socialismo in Europa, sulla sinistra europea, è scritto proprio bene e comunque la pensiate va letto perché è la voce di un giovane che interpreta il presente, il cambiamento con un atteggiamento aperto, svincolato dalla nostalgia del passato. Sicuramente Valerio Morabito non si commuove quando gli capita di vedere le immagini della Bolognina o ascoltare Bandiera rossa, ma le riforme concrete e radicali si sa non si fanno con le nostalgie.

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