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Un giramento di cabbasisi – «Per le ingiurie ignobilmente lanciate contro l’intero popolo siciliano, sarà rifiutata la vendita dei giornali contenenti articoli di Indro Montanelli. Per gli stessi motivi si invitano i commercianti ad astenersi di utilizzare in qualsiasi forma dette pubblicazioni». All’epoca non c’era il copia incolla dalla Pravda o da qualche altro quotidiano di regime, quindi quel manifesto in stile mortuario diffuso per tutta Palermo nei primi mesi del 1960 era la conseguenza di qualcosa che aveva fatto girare i cabbasisi ai siciliani. Non c’è che dire. È vero, ancora la tecnologia nella seconda metà del Novecento non aveva fatto quei progressi che ogni giorno ci troviamo davanti, ma le notizie dal resto dell’Europa e in questo caso dalla Francia arrivavano e facevano discutere. Oltrepassò le Alpi un’intervista che Montanelli rilasciò alla rivista “Le Figaro Letteraire”. Una discussione, una sorta di dibattito sulla Sicilia, “l’italianità dei siciliani” e il romanzo “Il Gattopardo”. Il libro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che oggi è stato ribaltato nel suo significato originario da una parte degli intellettuali di sinistra e snaturato nella sua essenza.

Le dure critiche del 1960 – Dire che la Sicilia è la terra dei gattopardi è la più grande banalità che si possa affermare su questa terra. A pari di quelle che ci identificano con il Padrino, il carretto e la cassata. Soliti luoghi comuni dovuti anche agli errori dei siciliani, che non sono ancora stati in grado di esportare e rappresentare la loro vera essenza. Tornando al fondatore del “Giornale”, in quei mesi del 1960 fu attaccato con una violenza linguistica senza precedenti. Ai quotidiani dell’epoca arrivavano molte lettere di protesta contro Indro Montanelli e il suo pensiero sui siciliani. Se leggesse quell’intervista qualche leghista della prima ora (si, quelli della seconda sono diventati “nazionalisti”) non esiterebbe a fare di Montanelli uno dei padri del leghismo padano. Un buon motivo per far sorridere il vecchio Indro. È vero, il tono del giornalista fu molto duro e attaccò la popolazione siciliana: «Ah! La Sicilia! Voi avete l’Algeria, noi abbiamo la Sicilia. Ma voi non siete obbligati a dire agli algerini che sono francesi. Noi, circostanza aggravante, siamo obbligati ad accordare ai siciliani la qualità di italiani».

Il vero obiettivo di Montanelli era il “Gattopardo” – Scoppiò un vero e proprio putiferio. La crociata contro Montanelli venne condotta dalle Federazioni provinciali dei giornalai e dai commercianti di Palermo. A queste si aggiunsero interrogazioni parlamentari e mozioni in molte amministrazioni comunali della Sicilia. C’è da dire che il “toscano” che viveva in Montanelli venne fuori e le parole sui siciliani furono eccessive, ma in fondo non li paragonò chissà a chi. L’Algeria era ed è una nazione con una storia e una dignità, da sempre. Montanelli, con ogni probabilità, volle attirare l’attenzione su una vicenda che andava al di là dei siciliani. Il vero obiettivo era il romanzo del “Gattopardo”, che proprio in quel periodo stava ottenendo un successo di pubblico incredibile. In Sicilia c’era orgoglio per quel libro che parlava dell’isola, ma gli abitanti dell’epoca non potevano sapere che si trattava di un odioso leitmotiv che ancora non ha abbandonato queste fantastiche coste. Quando si parla di politica, di associazionismo, di antimafia, di sport, di attualità si pensa quasi sempre al “Gattopardo” che è diventato un degenerato concetto filosofico. Il tratto antropologico degli abitanti della Trinacria.

Quel “caso” della letteratura e le parole di Camilleri – Le accuse di Montanelli, che in realtà non odiava la Sicilia, furono rivolte contro quel romanzo. «E’ un esempio ammirevole di ciò che bisogna fare in Italia per riuscire in letteratura. Attaccarsi a un “caso”. Creare ad ogni costo un “caso”. Certo “Il Gattopardo” è una bella fetta di vita! Ma io dico spesso agli amici: chi leggerebbe Lampedusa se Lampedusa non fosse morto? Ve lo accordo, il libro non è male», concluse Montanelli. E quel “caso”, per nostra sfortuna, non ha ancora finito di perseguitarci. Quella pelle di Gattopardo c’è stata appiccicata addosso e adesso non basta un po’ di sapone per togliercela. Il Gattopardo sta bene su tutto, in particolar modo quando si parla degli abitanti della Sicilia, dei loro difetti e qualcuno prova a descrivere questa terra. È un incubo, un’ossessione. Da persona intelligente quale era, Indro Montanelli si accorse di tutto ciò, a differenza dei suoi detrattori e contestatori, e quelle proteste veementi ricordano tanto le critiche a Leonardo Sciascia e Oriana Fallaci seppur in contesti diversi. Per fortuna, nell’omologazione generale e bipartisan, c’è un altro grande scrittore e intellettuale che sin da tempi non sospetti ha dato la caccia al Gattopardo. Sto parlando di Andrea Camilleri, che non esitò a etichettare quel romanzo come «sopravvalutato» e parlò di Tomasi di Lampedusa come uno scrittore «bloccato in un’idea astorica della Sicilia, crede di fare la storia invece fa il pianto su quel che una certa parte della nobiltà è stata per la Sicilia». Già, e quelle lacrime continuano a scendere copiose.

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