blogTAORMINA ©2015

Dal trasformismo al carro del vincitore – “Si viene e si va” cantava Ligabue e potrebbe essere la colonna sonora del Partito Democratico della Sicilia. Negli ultimi mesi diversi esponenti politici regionali hanno deciso di aderire al progetto renziano. Come detto in queste settimane il Pd ha accolto gli esponenti di “Articolo 4” guidati da Luca Sammartino, l’ex Mpa e Udc Nicola D’Agostino, Nello Dipasquale, ex sindaco forzista di Ragusa. Poi c’è il deputato ex Udc Marco Forzese. Questi sono i nomi più noti, ma nelle città grandi e piccole della Sicilia sono tanti i politici che fino a poco tempo fa non volevano sentire parlare di Partito Democratico e adesso hanno scelto di appoggiare il progetto di Matteo Renzi nell’isola e in generale in Italia. Perché questo cambio di casacca? Qualcuno dice che è il solito fenomeno del trasformismo. Un vizio che ci trasciniamo dai tempi ottocenteschi della Sinistra e della Destra storica. Oggi, in maniera meno elegante, lo si definisce “salire sul carro del vincitore”. Beh, non si può negare un’ipotesi del genere. Nel periodo attuale, infatti, sono molti i personaggi che cercano un posto al sole e soprattutto in Sicilia non è difficile esporsi ai “raggi solari”.

Cosa vuol dire “Open Pd”? – Detto ciò, va ricordato il principio fondamentale esposto da Matteo Renzi quando era in campagna elettorale per diventare segretario del Partito Democratico. L’imperativo categorico assoluto renziano era ed è “open Pd”. Un partito aperto ai cittadini di qualsiasi schieramento, ma questo non implica la “liquidità” del movimento. I pilastri, costruiti dai padri fondatori dell’Ulivo, sono un caposaldo secondo la segretaria di via del Nazareno. Chi vuole aderire al Pd, dunque, deve sposare la visione della realtà del partito di centrosinistra. E’ un bel concetto, non c’è che dire. Però il problema sta nella dicotomia tra il partito gestito da Bersani fino a poco tempo fa e quello del premier. Tra questi due momenti c’è un abisso che ha messo in luce le reali divisioni all’interno del partito. Se in precedenza il Pd doveva essere il collante di un centrosinistra in cui gravitavano i partitini che storicamente hanno sempre messo i bastoni tra le ruote al presidente del Consiglio di turno, oggi il Pd vorrebbe diventare l’unico partito di riferimento del centrosinistra. In una logica maggioritaria, europeista e occidentale, il Partito Democratico guarda ai laburisti inglesi, ai democratici americani e ai socialdemocratici del vecchio continente.

I personaggi regionali in cerca d’autore – Diverse anime che convivono in un partito. In Italia, invece, la balcanizzazione della sinistra è una malattia che viene da lontano. Quando c’erano il Partito Comunista e il Partito Socialista esistevano gruppi “alternativi”, come Democrazia Proletaria. In seguito, con la caduta del Muro di Berlino, tra rifondazioni e personalismi la situazione è degenerata. Il legame con il proprio popolo è stato ristabilito con le primarie, ma mentre negli States sono qualcosa di serio, in Italia non vengono rispettate da chi perde. Si vive in una spirale eterna di campagna elettorale, dove il concetto di democrazia viene snaturato e portato a una visione paradossale. Troppi personaggi in cerca d’autore, molti rappresentanti locali che strumentalizzano il proprio ruolo solo per vedere il loro nome in qualche testata giornalistica. E magari, se sono fortunati, un talk show li inviterà a parlare in studio. È la politica del carrierismo, del voler apparire a tutti i costi. Altro che partito, ideali e compagnia bella. C’è la corsa a ritagliarsi un posticino regionale, in questo caso, e provare a sbarcare il lunario.

Rinnegare la propria storia – Purtroppo la discussione politica non può entrare in una vicenda del genere. Il Pd, stando ai suoi fondatori, è nato seguendo logiche riformiste ben precise. Era D’Alema che vedeva in Tony Blair e Bill Clinton due punti di riferimento dell’Ulivo internazionale. Era Prodi che spingeva per la nascita di un soggetto politico unitario, sperimentato con successo in vecchie campagne elettorali europee. Era Walter Veltroni che parlava di pensiero maggioritario, ottenendo un successo schiacciante alle primarie democratiche. Si dovrebbe capire se quei 600 militanti che hanno abbandonato il Pd Sicilia hanno deciso di rinnegare il loro passato. Ci sta, fa parte del trasformismo di questo Paese. Così si rincorrono le voci. Podemos o non Podemos? Tsipras o non Tsipras? Un partito alla sinistra del Pd? Quindi sono diventati i rifondaroli del nuovo millennio? Servirebbe fare un po’ di chiarezza. Si, perché la differenza sarebbe abissale ed è l’Europa a marcare le dicotomie. Tra Pd che aderisce al Pse e Tsipras, Podemos e Vendola che fanno parte dell’estrema sinistra c’è una distanza epocale. Diciamo che c’è un muro tra le due sinistre. La prima ha contribuito ad abbatterlo e la seconda vive e si comporta come se ancora esistesse quel Muro che umiliava la capitale della Germania. Dunque, che fare? Il renziano Davide Faraone, in vista della Leopolda siciliana, ha detto a “Live Sicilia” che «serve un Pd aperto anche a chi viene da storie diverse. […] Usare la parola liberale per uno di sinistra non può essere sconvolgente. Forse lo è per qualche vecchio dirigente del mio partito. Io credo invece che sia un fatto di sinistra: con questa economia come l’abbiamo immaginata in questi anni non andiamo da nessuna parte».

La sfida “liberale” del Pd di Renzi – Dall’altro lato il termine “liberale” è una bestemmia e si fa l’occhiolino ai Cinque stelle e soprattutto ai fuoriusciti del Movimento. Una sorta di contenitore macedonia, dove si andrebbe da ex Pd a ex M5s fino agli esponenti dell’estrema sinistra e del mondo sindacale. Tutto per contrastare il termine “liberale”. In realtà non hanno torto, perché questa parola è stata strumentalizzata e abusata dalla politica nostrana. Dopo la Seconda guerra mondiale, l’autentico pensiero liberale di Piero Gobetti fu stritolato e oscurato dalle due chiese: quella democristiana e quella comunista. Venute meno le storiche istituzioni laiche, il concetto liberale è stato usato da tutti, senza distinzione politica. Come diceva Paolo Flores D’Arcais «questa era ed è l’Italia dei liberali a chiacchiere e anti-liberali nei fatti». Credo che la sfida del Partito Democratico di Renzi stia qua. Concretizzare quella visione originaria di pensiero liberale teorizzata da un politico lungimirante come Piero Gobetti. Per chi, invece, preferisce andare dietro ai soliti totem con l’aggiunta di qualche Grillo parlante, non resta che augurargli “in bocca al lupo”, perché ne avranno bisogno.

© Riproduzione Riservata

Commenti