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Pirandelliano anche nella attenzione per i biografi, oltre che interprete tra i più sensibili e “veri” del teatro pirandelliano, il regista-attore Giovanni Cutrufelli, messinese di nascita e taorminese di adozione. L’agrigentino Luigi Pirandello, premio Nobel per la letteratura nel 1934, lasciò loro un prezioso volumetto dal titolo originalissimo, “Informazioni sul mio involontario soggiorno sulla Terra”, che riguardavano anche la sua vita privata, non soltanto quella artistica; e Cutrufelli, nel suo piccolo, un libro di ricordi limitati alla “esperienza di homo activus in un campo della vita culturale italiana”, con un titolo per nulla originale ma certamente intrigante, “Attori, spettatori ed assessori”, e sottotitolo esplicativo, “50 anni terribili di teatro (con nomi e cognomi)”.

Terribili, certo, le battaglie che il capocomico Cutrufelli dovette sostenere per mezzo secolo, giorno dopo giorno, per cercar quattrini nei palazzi della politica (Stato, Regione, Province, Comuni grandi e piccoli). Meno terribili, comunque, dei drammi che il commediografo Pirandello visse in famiglia per la pazzia della moglie e, prima del matrimonio, per le vergognose scappatelle sentimental-sessuali del padre con una nipote, che lo scrittore racconterà nella novella “Ritorno” (il quattordicenne Luigi, quando li scoprì a letto, non esitò a sputare in faccia alla ragazza, inimicandosi così il padre per sempre). Cutrufelli no, non dà informazioni sulla sua vita privata, sulle sue donne (tante, quasi tutte nel mondo dello spettacolo e già sposate), sul matrimonio in età matura con l’ultima primattrice della sua compagnia, concluso pochi anni dopo, molto amichevolmente, con una separazione di fatto che non impediva loro di continuare a lavorare insieme.

Un artista dal “cuore ballerino”, l’amatissimo Giovanni Cutrufelli (Janì, per gli amici). Ed alla fine, come spesso accade in questi casi, una vecchiaia in penosa solitudine. Lui la trascorse con il fiero contegno di chi sentiva di poter badare ancora a se stesso, come aveva fatto per decenni prima di sposarsi: non nella sua Taormina, dove aveva realizzato nel dopoguerra i grandi spettacoli al teatro greco, ma a Fiumefreddo di Sicilia, un piccolo centro rivierasco in provincia di Catania, dove il Comune gli aveva affidato una scuola di recitazione (e furono gli allievi a festeggiare l’ultimo suo compleanno, l’ottantatreesimo, il 10 maggio del 2005). Taormina, alla quale aveva dato molto, contribuendo a lanciarla turisticamente nel mondo con i suoi spettacoli recensiti con grande risalto dalla stampa italiana e straniera, lo aveva quasi del tutto dimenticato.

Non ne faceva un dramma, il vecchio Janì, della dimenticanza dei grandi amici di un tempo (che pur doveva pesargli molto). E neppure dei tanti acciacchi che lo avevano colpito, a cominciare dalla sordità che col passare degli anni era diventata totale. Sostenuto da una incrollabile gioia di vivere e di lavorare, continuava a preparare i suoi spettacoli (sempre più modesti, purtroppo, rispetto ai grandi successi di un tempo), a cercare contributi e finanziamenti che non sempre arrivavano, a dirigere, a recitare. Sì, recitava ancora, potendo contare su una memoria prodigiosa e affidandosi alle preziosissime risorse del mestiere, gli occhi inchiodati ai movimenti labiali dei compagni di scena per “agganciare” la battuta nell’attimo giusto. Con l’apparecchio acustico attaccato all’orecchio, proprio non riusciva a recitare. ”Mi mette in testa tanta confusione”, spiegava, “e corro il rischio di perdere il filo del discorso”.

Ho lavorato con lui per una decina di anni in gioventù, come segretario di compagnia tuttofare (dattilografo, trovarobe, suggeritore, addetto stampa, cassiere), prima di abbracciare la professione di giornalista. Voleva fare di me anche un attore, il maestro Cutrufelli, affidandomi particine sempre più impegnative: non ci riuscì (per demerito mio, chiaramente), ma debbo dire che mi insegnò tante cose, soprattutto a scrivere, lui che era anche un validissimo commediografo e traduttore (tradusse dal francese in due settimane il “Britannicus” di Racine in versi martelliani, quando decise di presentarlo al teatro greco, visto che non esisteva una traduzione in italiano). Lo delusi non poco, quando lasciai la compagnia e la mia Taormina (lo dissi chiaro e tondo, al caro Janì, che quel modo di far teatro, condizionato delle elargizioni della politica, non poteva assicurare prospettive serie alla compagnia ed a tutti noi), ma continuammo a frequentarci e nei dieci anni che passai a Messina come redattore della “Gazzetta del Sud” ebbi il piacere di recensire un paio dei suoi spettacoli. Mi trasferii poi a Milano, redattore e inviato del settimanale “Gente”, e le nostre strade si separarono del tutto.

Ci ritrovammo a Taormina dopo due decenni: io giornalista in pensione, lui sempre sulla breccia, capocomico e impresario di se stesso. Era già pieno di acciacchi, il mio vecchio maestro. Dialogare con lui era pressoché impossibile: l’apparecchio acustico gli funzionava raramente e male (“Con gli introiti del teatro”, mi confessò, “non posso consentirmene uno di prima qualità”), ed al bar o in strada ero costretto spesso a scrivere su un foglietto o sulla pagina di un giornale le mie domande e le risposte alle sue. Ci scrivevamo lunghe lettere, per capirci meglio. Difficile, in quelle condizioni, anche il dialogo per telefono: lui aveva sempre bisogno di una persona accanto, che ascoltasse e gli riferisse.

Mi telefonò l’ultima volta nel giugno del 2005 per chiedermi l’indirizzo dell’editore Flaccovio di Palermo che aveva pubblicato il mio “Album Taormina”, al quale pensava di mandare il libro che da anni teneva nel cassetto. “Sono in convalescenza a Messina, in casa di una delle mie nipoti”, mi disse. “Ho subìto un bruttissimo intervento chirurgico e me la sono davvero vista brutta”. Stava molto male, faceva una gran fatica a parlare, forse anche (intuivo) a stare in piedi. Ma a sorreggerlo, con la grande voglia di vivere, c’era ancora la speranza di poter tornare a lavorare. “Ho tante cose da fare”, mi spiegò, “programmi di un certo rilievo, ai quali lavoro da anni, e devo realizzarli, prima di tirare le cuoia”. Se ne andò nel giro di un mese, dopo un secondo inutile intervento chirurgico. Ed anche il libro, con i programmi, restò nel cassetto.

Un libro di ricordi (“una raccolta, alquanto disordinata, di aneddoti ed episodi”, lo definisce lui) che è una piccola storia del teatro italiano, vissuta con gli attori più importanti della nostra scena in quello che un giornalista argentino definì “il luogo di spettacolo più incantevole del mondo”, il teatro greco-romano di Taormina. Tanti nomi illustri, da Gualtiero Tumiati ad Annibale Ninchi, Salvo Randone, Paola Borboni, Tino Carraro, Lilla Brignone, Gian Maria Volonté, Elena Zareschi, Enrico Maria Salerno, Rossella Falk, Tino Buazzelli, Sergio Fantoni, Anna Miserocchi, Giulio Bosetti, Ileana Ghione, Alberto Lupo, Lydia Alfonsi, Glauco Mauri, Ottorino Guerrini, Turi Ferro,Vittorio Sanipoli. Era il siracusano Randone il suo attore preferito: lo ebbe nel “Giulio Cesare” di Shakespeare (come Marc’Antonio, accanto a Carraro che era Bruto), nel “Don Giovanni” di Molière (con Tino Buazzelli nei panni di Sganarello), nella “Fiaccola sotto il moggio” di D’Annunzio, nella “Ifigenia in Tauride” di Goethe.

Esaltanti, i primi anni della carriera; “terribili”, come scrive lui, quelli che seguirono. Perché far teatro, per Janì Cutrufelli, non era un mestiere (o un affare, come per molti suoi colleghi), ma una sorta di missione. ”Bisogna portare il teatro nelle piazze, anche nei piccoli Comuni”, non faceva che ripetere, “e contribuire così ad elevare culturalmente le masse”. Lo ripeteva soprattutto ai politici, quando bussava a quattrini. Non bastavano mai, i finanziamenti. E quando le somme a disposizione finivano, spesso ancor prima che la stagione programmata si concludesse, il “missionario” Cutrufelli sapeva come far vibrare il cuore dei politici. Ricorda nel libro che Giuseppe D’Angelo, assessore al Turismo e Spettacolo della Regione siciliana, non sapendo una volta come rispondere alle sue implorazioni di aiuto perché in bilancio non disponeva più di una lira, chiese al segretario particolare di andare a prendergli in tesoreria l’assegno mensile dei suoi emolumenti di politico e lo consegnò al capocomico questuante Cutrufelli. Ciò che farà poi, e più di una volta, un altro assessore regionale, Natale Di Napoli, ex compagno di scuola del caro Janì. Miracoli dell’arte, che riuscivano anche a far giustizia dei tanti luoghi comuni sui politici aridi, avidi e cinici, preoccupati soltanto di rastrellare denaro pubblico per i loro affari (non sempre puliti). Ai politici siciliani il “missionario del palcoscenico” Cutrufelli riusciva a tirar fuori i soldi anche dalle loro tasche.

Grande uomo di teatro, un maestro, e non soltanto per i siciliani. “Interprete tra i più sensibili e intelligenti del vero Pirandello”, lo definì Giorgio Prosperi, critico teatrale del “Tempo” di Roma, accostandolo addirittura ai “grandi” Salvo Randone e Romolo Valli. Di certo possiamo dire che Giovanni Cutrufelli insegnò a “capire” Pirandello anche ad illustri registi e attori della scena nazionale. Asciutte e profonde, misurate e sofferte, umanissime, le sue interpretazioni di “Sei personaggi in cerca d’autore”, “Enrico IV”, “Il piacere dell’onestà”. Nessuna concessione al virtuosismo, ai gigionismi di celebri nomi del teatro italiano (da Ruggero Ruggeri a Renzo Ricci, a Memo Benassi, per intenderci), che non avevano certo giovato alla comprensione del non facile teatro pirandelliano (nella storia del teatro resteranno, soprattutto, le memorabili interpretazioni di Randone e Romolo Valli).

Ricordo il famosissimo monologo de “L’uomo dal fiore in bocca”, che ho sentito decine di volte dal siciliano Cutrufelli ed una volta dal genovese Gassman. Il grande Vittorio lo “recitava” benissimo, con maestria e toni da Accademia d’arte drammatica, mentre il nostro Janì semplicemente lo “viveva”, con straordinaria umanità e verità, ed il famoso e tanto criticato cerebralismo pirandelliano (quello che per troppi anni aveva allontanato le grandi masse dai teatri) diventava poesia. Gassman era Gassman, certo, e la voce di Cutrufelli era piuttosto stridula, anche quando erano lontani gli acciacchi della vecchiaia. Ma il teatro, quello vero, non ha bisogno soltanto di voci bene impostate: ha bisogno, soprattutto, di interpretazioni vere, autentiche, di grande umanità e verità, dove tutto (anche il copione più ostico) diventa poesia.

Sulla edizione dei “Sei personaggi” andata in scena a Taormina (al Palazzo Corvaja ed al teatro greco) e portata poi in tournèe in Sicilia, a Roma, a Milano e in Germania, Giorgio Prosperi scrisse: “Conoscevo Cutrufelli come regista e nume indigete del teatro greco di Taormina: un uomo teso nello sforzo di dare vibrazione moderna al teatro antico e respiro classico al teatro moderno. Basti pensare che ha rappresentato Pirandello e Gide all’aperto, tra colonne greche, davanti all’Etna. Non lo conoscevamo come attore, e iersera, scoprendolo nella parte del Padre nei “Sei personaggi” al teatro Parioli, abbiamo apprezzato una dimensione del personaggio che non sempre era emersa con altri interpreti, anche illustri”. E la tedesca Ursula Joek, sul più diffuso quotidiano di Bonn: “Avevo visto altre edizioni di quel capolavoro di Pirandello. Ma per la prima volta ho tremato come una foglia davanti alla tragedia umana di quei personaggi. Abbiamo finalmente visto del vero grande teatro. Signor Cutrufelli, ritorni subito a Bonn, e tante grazie!”.

Tanti successi, recensioni di autorevoli critici su giornali italiani e stranieri, che il vecchio maestro custodiva gelosamente in grossi album, insieme alle fotografie dei vari spettacoli. Ma lui non era il tipo che si rassegnasse a vivere di ricordi: era sempre al lavoro, un progetto dopo l’altro, e sempre in giro per bussare a quattrini. Gli ultimi anni di vita, a parte i malanni fisici, dovevano riservargli purtroppo preoccupazioni ed amarezze anche sul piano economico, visto che gli uomini di teatro non sempre riescono a vivere con la sola pensione, e lui (poco diligente nei versamenti dei contributi previdenziali per la propria attività) ne aveva maturata una di poche centinaia di euro.

Aveva venduto tutto quello che aveva di suo, il regista-attore Cutrufelli, case e terreni di valore a Taormina e nelle campagne di Graniti, per pagare i debiti del suo far teatro. “Coglione! Io la villa a Tivoli, col teatro, me la so’ fatta”, lo sferzò duramente con la sua colorita parlata romanesca il saggio Anton Giulio Bragaglia, “mostro sacro” del teatro italiano dai tempi del fascismo. Per il quale (ma non soltanto per lui: anche per tutti noi che gli eravamo vicini), era una stoltezza inaudita, assolutamente imperdonabile, che un uomo con la sua intelligenza, cultura e serietà professionale avesse sacrificato al teatro il patrimonio ereditato dal padre (l’ingegnere Saro Cutrufelli, deputato al Parlamento nazionale). Ma il mio amico Janì, avvampato dal “sacro fuoco” dell’arte, non aveva né voglia né tempo per parlare delle leggerezze e degli errori compiuti (che, purtroppo, pagherà carissimi, sulla propria pelle). Andava avanti, con la convinzione di poter dare ancora tanto al suo lavoro di “missionario del palcoscenico”. Anche nell’ultima telefonata, a 83 anni e con tutto quello che gli era capitato in sala operatoria, mi parlò dei suoi nuovi progetti di lavoro, da realizzare nella mia e sua Taormina.

“Lavora, lavora, Stefanuccio mio: non c’è rimedio migliore”, scriveva al figlio il commediografo Pirandello, angustiato dai troppi guai che la pazzia della moglie aveva creato a lui ed ai figli. Ed ancora: “In questo male della vita, ove la meta è un inganno sempre, ciò che importa è camminare, andare avanti”. Le ripeteva spesso, queste celebri frasi, il pirandelliano Janì Cutrufelli: erano il “leit-motiv” della sua vita, del suo lavoro. Volle ripetermele anche nell’ultima telefonata, con quel poco di fiato che gli restava. E andò avanti ancora per un mese. Poi la ricaduta, il ritorno in sala operatorio e l’uscita di scena per sempre dalla vita, con tante idee di lavoro in testa. “Di tutte le glorie”, scriveva il francese Albert Camus, “quella dell’attore è la più effimera: alla fine, resta ben poco”. Restano le emozioni che ci ha dato, se è riuscito a darcene. E l’attore-regista Cutrufelli (soprattutto nelle sue interpretazioni pirandelliane) ce ne ha date tante: autentiche, vere. Come solo la vera arte sa darle.

Cosa dire di questo suo libro, rimasto per tanti anni in un cassetto? Si impone per il valore autobiografico, certo; ma anche per l’interessantissimo “spaccato d’epoca” che offre sul teatro italiano e sui grandi attori che ne furono protagonisti per mezzo secolo. Tanti gli episodi divertenti. Quello della Borboni che, nel chiostro dei Benedettini a Catania, uscì nuda nel salone in cui erano stati allestiti i camerini per attori e attrici, lo conoscevo già, avendo assistito personalmente alla scena. Nuda dall’ombelico in giù, a 57 anni, lei che era stata la prima attrice in Italia, quando aveva meno di 30 anni, a presentarsi in palcoscenico nuda dall’ombelico in su. Nel salone che un tempo era attraversato dai frati salmodianti, la spiritosissima Paola passeggiava in ciabatte (unico indumento nella metà inferiore del suo corpo), con solenne e provocatoria disinvoltura, in polemica con il regista Cutrufelli che aveva preferito la trentanovenne Elena Zareschi per il ruolo di Agrippina nel “Britannicus” di Racine, mentre lei si era dovuta accontentare di quello ben più modesto di Albina; ed alla moglie di Vittorio Sanipoli che la invitava a rientrare in camerino rispose candidamente: “Perché, non ho un bel corpo, io?…”.

Altra amenità, quella del vecchio Annibale Ninchi che al teatro greco di Taormina non si presentò in scena con gli altri attori ed il regista, alla fine dello spettacolo (“Ifigenia in Tauride” di Goethe), per una assurda protesta nei confronti del pubblico che aveva dimenticato, pensate un po’, di fargli l’applauso di sortita riservato ai grandi attori. Soltanto adombrata invece la “fuga” della primadonna Lilla Brignone che minacciava di abbandonare le recite della “Orestiade” al teatro greco per protestare contro il Cutrufelli (ancora e sempre lui, questa volta in veste di impresario) che aveva dato in contratto 100 mila lire più di lei all’ancora giovane anche se molto bravo e già popolarissimo Enrico Maria Salerno. Ritirò poi la minaccia, la signora Brignone, quando il suo avvocato le spiegò al telefono da Roma che, per penale, avrebbe dovuto versare quasi il doppio di quello che aveva già incassato. Avveniva anche questo, in quegli anni, nel teatro italiano: scenate di esemplare stupidità (a livello di bambini capricciosi e petulanti), tra grandi attori super pagati e invidiosi dei compensi altrui.

Sapido e stimolante, il “dietro le quinte” raccontato dall’uomo di spettacolo Cutrufelli, con una scrittura elegante, agile (molto giornalistica), godibilissima. Caustico, il vecchio capocomico-impresario, nei confronti delle signore-bene che il teatro dicevano di amarlo, a parole, e si tiravano poi indietro quando c’era da pagare il biglietto d’ingresso (in Sicilia, si sa, il biglietto-omaggio è stato sempre esibito come uno “status symbol” ed i politici continuano a farne anche un uso clientelare); rabbiosamente polemico nei confronti dei super-burocrati dello spettacolo che “stanno lì solo per mettere bastoni tra le ruote, anche quando c’è la buona volontà dei politici”. E durissimo, il grande interprete pirandelliano Cutrufelli, con gli illustri “idioti” che irrisero per decenni il siciliano Pirandello, con tanta supponenza e senza aver capito nulla del suo teatro.

Ricordo quello che mi disse quando lo intervistai per “Gente”, nel 1985: “Una vergogna per la cultura italiana, quegli attacchi scriteriati: ci son voluti decenni per far capire agli illuminati critici di casa nostra quello che all’estero avevano capito da tempo, e cioè che ci trovavamo e ci troviamo di fronte al più grande commediografo che l’Italia abbia mai dato al mondo”, la sua dura ed amarissima filippica. E mi diede da pubblicare le fotocopie di una ventina di lettere autografe che grandi uomini di cultura gli avevano inviato da tutto il mondo per un numero speciale della rivista “Intervallo” su Pirandello (lettere che io conoscevo già, per averle lette a suo tempo in originale). “Pirandello è una delle più grandi menti creative del nostro tempo”, scriveva il romanziere americano Louis Bromfield. Ed il commediografo inglese Thomas Stearns Eliot: “A Pirandello dobbiamo tutti qualcosa”. Orgoglioso di quelle lettere, firmate da autorevolissimi letterati e autori teatrali stranieri, il pirandelliano Cutrufelli non usava mezzi termini negli attacchi agli “illustri idioti della cultura italiana”.

Due paroline, per concludere, sui “Pensieri vari a mo’ di prefazione” (anche questi in stile pirandelliano) che l’autore piazza all’inizio del libro. Aveva pensato a Giulio Andreotti, il mio amico Janì, per la prefazione: sì, al “divino” Giulio che ebbe il primo incarico di governo, come sottosegretario al Turismo e Spettacolo, proprio quando Cutrufelli iniziava la serie dei grandi spettacoli al teatro antico di Taormina, nei primi anni 50, e seguì con molta attenzione e simpatia le sue iniziative. Penso che, se gliela avesse chiesto, la prefazione, l’ex presidente del Consiglio ed allora senatore a vita Andreotti non si sarebbe tirato indietro. La chiese a Giorgio Prosperi, ma il critico teatrale romano morì di lì a poco; poi a Domenico Danzuso, critico teatrale de “La Sicilia” di Catania, che la morte se la sentiva già addosso e declinò cortesemente l’invito. Così la prefazione del libro è toccata al sottoscritto, tra i pochi collaboratori del maestro Cutrufelli che erano e sono ancora in questo mondo.

L’invito a scriverla mi è venuto dalla vedova, l’attrice Gigliola Reyna. E l’ho accettato con piacere, naturalmente. Felicissimo di poter scrivere del mio maestro e amico Janì, dopo la morte, quello che ho scritto quando era in vita. Convinto come sono sempre stato e sono che un uomo con il suo ingegno, dopo il felicissimo esordio al teatro greco di Taormina con gli attori più importanti della scena italiana, non doveva restare in Sicilia ad aspettare le elargizioni dei politici per far teatro; che un regista-attore con la sua intelligenza e sensibilità interpretativa meritava ben altri palcoscenici (nell’interesse del teatro, chiaramente); che un artista deve fare l’artista, non l’impresario, e non può, non deve in nessun caso rischiare il suo patrimonio fino a perderlo completamente (come fece lui, vendendo e svendendo con tanta leggerezza tutto quello che aveva).

La mia stima per il regista e l’attore Cutrufelli è stata ed è immensa; quella per l’impresario Cutrufelli, vicina allo zero. L’ho sempre detto e lo confermo. Con tanta amarezza, che è quella degli amanti del teatro. Siamo stati in pochi, purtroppo, a godere della sua arte.

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