Sciascia e Fallaci, la bravura di guardare oltra la siepe – Quando scrittori come Leonardo Sciascia e Oriana Fallaci, in contesti diversi, sono stati attaccati per le loro prese di posizione non sono rimasti molto sorpresi. Sapevano bene che anticipare i tempi, riuscire a vedere oltre la siepe quotidiana è un qualcosa che molti non comprendono o non vogliono comprendere. Squarciare il velo dell’indifferenza, smuovere le coscienze è un esercizio non da tutti. Molti preferiscono svolgere il classico “compitino a casa”, mentre altri, come Sciascia e Fallaci, hanno preferito rappresentare l’essenza del loro mestiere. Normale, dunque, che siano stati criticati e amati. Non c’è una via di mezzo alle loro affermazioni. Né in quelle della giornalista toscana sull’Islam e la degenerazione del fondamentalismo islamico, né in quelle dell’autore di “A ciascuno il suo” sui professionisti dell’antimafia. Nel 2007, in un articolo comparso sul “Corriere della Sera”, Tano Grasso dava ragione allo scrittore siciliano. «Io che sono un professionista dell’antimafia, e non me ne vergogno, vi dico che vent’ anni fa Leonardo Sciascia aveva ragione. Ma come non bisognava strumentalizzarlo allora, bisogna evitare di farlo oggi».

Una parola piena di retorica – Già, troppi politici hanno strumentalizzato la morte di innocenti e veri servitori dello Stato per i loro fini elettorali. È così in politica e anche in altri settori. Forse in tutti. L’antimafia è diventata un simbolo, mentre dovrebbe essere uno strumento per creare una Sicilia migliore. È una medaglia da mettere in bella vista sul petto. Una certificazione della presunta “moralità”. Nel settore pubblico come in quello privato, l’antimafia può garantire brillanti carriere. Se nella politica siciliana gli esempi di esponenti di primo piano che si sono creati una carriera sulla pelle degli altri è lunga, lo stesso vale per altri settori della società siciliana. Ah, l’antimafia. Quasi una parola da inserire nel proprio curriculum. Un vessillo che garantisce qualche seggio sicuro in Parlamento o in qualche azienda pubblica o semi-pubblica. Come è successo con Oriana Fallaci, che aveva anticipato i tempi e previsto quello che sta accadendo con l’Isis, anche Leonardo Sciascia era riuscito a guardare oltre la linea. Subì violente critiche, fu demonizzato. Si trattò di un’occasione persa, perché da quel momento si sarebbe potuto aprire un dibattito proficuo e interessante sull’antimafia.

Caltanissetta e le bugie dell’antimafia – Magari si sarebbero evitati gli errori che oggi sono diventati macroscopici. Nel 2007 anche Tano Grasso era d’accordo con una visione del genere: «E se nel 1987 ci si fosse confrontati seriamente con i suoi ragionamenti, anche per criticarne alcuni aspetti, anziché demonizzarli si sarebbero potuti evitare alcuni errori che a metà degli anni Novanta hanno messo in crisi gli stessi movimenti antimafia». Magari ci saremmo risparmiati casi come quelli denunciati dal quotidiano “Repubblica”, che a Caltanissetta ha posto l’attenzione su una “zona franca della legalità”. Un luogo, paradosso dei paradossi, creato da un governatore condannato per mafia e un imprenditore indagato per mafia. Nella città del cavaliere Antonio Calogero Montante, presidente di Confindustria Sicilia, presidente della locale Camera di commercio, presidente di tutte le Camere di commercio dell’isola, consigliere per Banca d’Italia, delegato nazionale di Confindustria (per la legalità, non c’erano dubbi) e membro dell’Agenzia nazionale dei beni confiscati (carica dalla quale si è autosospeso per un’indagine a suo carico per concorso esterno), in nome dell’antimafia c’è un intreccio di affari da far rabbrividire. Legami che partono da Caltanissetta e si estendono al resto della Sicilia ed è ovvio che in vista dell’Expo, ci siano “interessi” anche in questa miniera d’oro.

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