blogTAORMINA ©2015

Come sarebbe piaciuta “Taormina” a Walt Disney – “C’era una volta” è il modo con cui si iniziavano, e in realtà lo si fa ancora oggi, le favole che venivano raccontate ai bambini prima di andare a letto o durante le festività natalizie. Il “c’era una volta” era il leitmotiv della Disney per appassionare il pubblico dei suoi film. I tempi cambiano, si sa. Però dal “c’era una volta” fiabesco al “c’era una volta” contemporaneo, fatto da incubi e degenerazioni, ce ne passa. Si, perché le favole non sono più quelle di una volta. E non è un caso se si è passati dall’avvenente “Sirenetta” alla grossolana “Peppa Pig”. Nell’evoluzione, o involuzione, dipende dai punti vista, delle favole c’è un’eccezione. Almeno così sembra. È quella di Taormina. Se fosse ancora vivo quel visionario di Walt Disney non avrebbe esitato a farci qualche film animato. I personaggi che non farebbero annoiare il grande pubblico, del resto, non mancherebbero. Al di là di macchiette che ricordano i protagonisti di “Amarcord” di Federico Fellini, il “c’era una volta” della terrazza che si affaccia sul Mediterraneo inizia in un modo ben preciso.

Cabbasisi o no – “C’era una volta” la città di Taormina che viveva di turisti, perché non c’era altro. Tra alberghi, ristoranti e commercianti tutti avevano un lavoro e riuscivano a creare ricchezza e benessere anche per la collettività taorminese. Il “c’era una volta”, penserà qualcuno, ha rotto i cabbasisi. E forse è proprio così. Le nuove generazioni sono affascinate da ben altro, ma in un luogo come Taormina la contemporaneità deve fare i conti con la tradizione. Quindi, cabbasisi o no, il “c’era una volta” rimane, perché senza questa litania fiabesca non potrebbe esistere questa città. O almeno esisterebbe, ma dovrebbe tornare alle origini. All’epoca in cui il turismo non esisteva e Taormina era un luogo di campagna, anche se circondato da un panorama naturale e storico non indifferente. Come in tutte le favole che si rispettano, e per non fare appisolare il pubblico, deve esserci un “cattivo”. Qualcuno in grado di smuovere le acque. E nel “c’era una volta” in salsa taorminese questo ruolo potrebbe essere impersonificato dalla “tassa di soggiorno”.

Un linguaggio consono – Già, un’imposta che esiste nel territorio taorminese da qualche anno. È stata istituita dal comune di Taormina, «con deliberazione del Consiglio comunale n. 80 del 06/11/2012, a carico degli ospiti che alloggeranno nelle strutture ricettive. Gli introiti derivanti da tale imposta saranno destinati al finanziamento di interventi in campo turistico, recupero di beni culturali e ambientali e promozione della città». Esiste, ma a quanto pare è utilizzata per tutt’altro. Non è una novità, da quando è stata creata è sempre stato così. Quindi più che “tassa di soggiorno” potremmo chiamarla “tassa ad minchiam”. Chiamata in un modo ed usata per altro. In condizioni di emergenza economica è normale che qualcosa venga estrapolato da questa risorsa, ma utilizzarla in toto per esigenze diverse da quelle per cui era nata è un tantino esagerato. A quanto pare, come si apprende dalla proposta di deliberazione dell’assessore alle Politiche Finanziarie, Antonio Lo Monaco, sull’approvazione degli indirizzi generali di programmazione finanziaria, di gestione strutturale atti a garantire e salvaguardare gli equilibri di bilancio e il piano di riequilibrio economico finanziario, la tassa di soggiorno dovrebbe essere una delle ancore di salvataggio per non fare affondare la nave.

Troppi “c’era una volta” – No, Taormina non è il Titanic. Però gli “Schettino” potrebbero essere parecchi. C’era una volta la tassa di soggiorno, che oggi possiamo chiamare “tassa ad minchiam”. Se serve per altro, perché non si ha il coraggio di definirla in modo differente? Capirai, poi Taormina non è più quella del “c’era una volta” originario. Dalla terrazza che si affaccia sul Mediterraneo siamo passati a un terrazzino un po’ malandato. In realtà non è più un posto appetibile come nei decenni precedenti. È sufficiente vedere le immagini con un drone per rendersi conto di quello che è diventata la perla dello Jonio. Dunque aumentando la tassa di soggiorno non si avranno più soldi da spendere per il bene della città. È ovvio. Se gli introiti serviranno per pareggiare il bilancio, non verranno spesi in altri settori vitali per Taormina. Ecco, forse sarebbe meglio recuperare i cosiddetti arretrati che il comune si trascina da anni e da diverse amministrazioni. In più, non sarebbe meglio toglierla durante i mesi invernali? Già, c’era una volta la tassa di soggiorno che oggi si chiama “tassa ad minchiam”. “C’era una volta” Taormina che viveva di turismo e in questo modo si rischia di punire solo chi investe nel settore. E “c’era una volta” la spending review da mettere in pratica nei confronti della classe politica, che fino a poco tempo fa andava di moda e che in realtà potrebbe aiutare le disastrate casse comunali.

© Riproduzione Riservata

Commenti