blogTAORMINA ©2015

La prima guerra mondiale era finita l’11 novembre 1918 e per il giornalista-soldato Hemingway, volontario della Croce rossa americana, si era conclusa positivamente anche la lunga degenza in un ospedale militare per le gravi ferite riportate ad una gamba mentre prestava soccorso ad un soldato ferito. Perfettamente guarita la gamba, ma  bisognava rieducare l’articolazione con lunghe passeggiate e Taormina era certamente il luogo ideale. Si tratta di uno dei cosiddetti racconti brevi (“The mercenaries”, il titolo in inglese), pubblicato dal biografo Peter Griffin, con la collaborazione del figlio dello scrittore, Jack Hemingway, insieme ad altri quattro racconti come allegato al primo volume della biografia di Griffin, “Along with Youth: Hemingway, the Early Years“, edito dalla “Oxford University Press” (gli altri quattro inediti sono  “Crossroads”, “The Ash-Heel’ s Tendon”, “The Current”, “The Protrait of the Idealist in love”). “The mercenaries” è’ in assoluto l’opera prima dello scrittore che 35 anni dopo, nel 1954, otterrà il premio Nobel per la letteratura; ed è un paradosso (uno dei tanti paradossi che caratterizzeranno la vita del grande Hemingway) che l’opera d’esordio di uno scrittore così importante sia apparsa in libreria solo 68 anni dopo, nel 1987, quando lui era morto da 26 anni (suicida a 62 anni, a Cuba, nel 1961).

Cronista dello “Star” di Kansas City, Ernest Hemingway aveva da poco compiuto i 18 anni, quando arrivò in Italia, nel 1917. Spirito avventuriero ed a contatto sin da ragazzo con i drammi della vita (aveva seguito il padre medico tra i disperati dell’Illinois, dove era nato, e del Michigan, dove era vissuto per molti anni), si era rifiutato, come volontario della Croce rossa, di operare nei servizi logistici cui in un primo tempo era stato assegnato: la guerra (“la più sordida e crudele carneficina del mondo”, come la definì lui), il cronista Hemingway voleva “vederla in faccia”, viverla in prima linea, raccontarla dalle trincee ai lettori del suo giornale. Assegnato alla guida delle autoambulanze che andavano a raccogliere i feriti al fronte, fu ferito ad una gamba dalle schegge di una granata, nel luglio del 1918.

Molto più grave il soldato che era andato a salvare, al quale le schegge avevano squarciato il petto. Ernest, pur claudicante per la ferita, se lo caricò sulle spalle per raggiungere l’ambulanza parcheggiata ad una certa distanza, ma dopo una cinquantina di metri due proiettili di mitragliatrice gli colpirono il ginocchio della gamba già ferita. Riuscì a trascinarsi ancora per cento metri, sempre con il soldato in spalla, poi svenne. Arrivarono i soccorritori, per fortuna. Furono ricoverati entrambi in un ospedale da campo nei pressi di Treviso e dopo cinque giorni lui fu trasferito in una vecchia villa della Brianza. Ed in quel luogo di sofferenze sbocciò l’amore tra il giornalista-soldato e la crocerossina Agnes von Kurowsky, figlia di un barone tedesco emigrato in America, che aveva otto anni più di lui. Una storia d’amore che diventerà famosissima in tutto il mondo con il romanzo “Addio alle armi” (scritto da Hemingway nel 1929, undici anni dopo) ed i film interpretati nel 1932 da Gary Cooper ed Helen Hayes e nel 1957 da Rock Hudson e Jennifer Jones.

A Taormina, il giovane Hemingway fu ospite del duca di Bronte nella splendida villa a mezza costa che ha davanti  da una parte ha l’Etna ed il mare di Naxos e dall’altra la incantevole baia dell’Isola bella. Erano con lui un capitano ed un colonnello dell’esercito americano, James Gamble e Tom Bartley (grandi amici del duca e suoi, essendo stati anch’essi al fronte della prima guerra mondiale comei volontari della Croce rossa), e due attori, l’inglese Elijah Woods e l’americano Stewart Kisten. Duca di Bronte era allora Alexandre Nelson-Hood, 65 anni, pronipote del famosissimo ammiraglio inglese Orazio Nelson, il quale aveva avuto in dono quella ricchissima ducea alle falde dell’Etna da Ferdinando I di Borbone, re delle Due Sicilie, per avergli salvato la vita durante una sommossa popolare a Napoli. Un padrone di casa “charming and generous aristocratic” (parole di Hemingway), intelligente e raffinato, di grande cultura e dai vastissimi interessi (era stato nominato commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia per meriti acquisiti nel campo della agricoltura), il quale aveva fatto della sua incantevole e confortevole villa di Taormina una sorta di “buen retiro” per artisti e scrittori (tra gli ospiti, Thomas S. Eliot, David H. Lawrence, William Somerset Maugham, Gabriele d’’Annunzio).

Due settimane di vacanze, distensive e salutari, per il soldato in convalescenza  Hemingway. La mattina (scriveva agli amici), “lunghe passeggiate per vicoli pittoreschi, tra vecchie case dai muri in pietra semicoperti dalle buganvillee, per viali che si aprivano tra limoneti e aranceti, su per colline coperte dal verde scuro degli ulivi, davanti ad un mare dai colori cangianti, dall’azzurro al blu, al viola”; e la sera, fino a tarda notte, ad “ammirare lo spettacolo della baia di Naxos al chiaror della luna, con l’Etna fumante che la sovrastava, imponente e meraviglioso”.

Sempre allegre le tavolate, una cucina dai “sapori fortissimi”, come e forse più di quelli che lo scrittore Hemingway esalterà poi nella sua Cuba: maccheroni fatti in casa dalle brave massaie con salsa di pomodoro, melanzane e ricotta grattugiata; risotto alla monte Venere, con il finocchietto selvatico; insalate di polipi con olio, aglio, prezzemolo e tanto pepe; e grigliate di pesce, costolette d’agnello e salsicce alla brace, caponate, peperonate. Ed i famosi dolci di Taormina, cannoli di ricotta, torroni, cassata siciliana, per la cui preparazione il giornalista aspirante scrittore era in grado di fornire agli amici tutti gli ingredienti. Con i vini dell’Etna, “robusti e profumati” come piacevano al “gran bevitore” Hemingway, “con dentro il fuoco del vulcano e il sole di Sicilia”, che il padrone di casa produceva a Bronte e non vendeva (come facevano in Sicilia altri produttori di nobile casato), per destinarli esclusivamente alla famiglia, agli amici, agli ospiti.

Si parla anche di queste cose, nel racconto “The mercenaries”: di vini, cucina, tradizioni e paesaggi della Taormina che nei primi anni del Novecento era ancora un grosso borgo di contadini e pescatori; e di un duello alla pistola per i begli occhi di una donna che avrebbe avuto come teatro il giardino di un ristorante, protagonisti un capitano mercenario americano dalla vita avventurosa, uscito vincitore da tante sanguinosissime battaglie combattute in vari continenti, ed un pilota della aviazione militare italiana, molto più giovane di lui, che si era particolarmente distinto nella prima guerra mondiale.

E’ lo stesso capitano a raccontarlo, in un bar di Chicago, ad un gruppetto di suoi colleghi, orgoglioso di essersi battuto anche in duello “per motivi d’onore”, per difendere la dignità propria e quella della donna con la quale cenava in un ristorante. Una ammaliante siciliana “dagli occhi scuri e dalle labbra rosse e carnose”, che aveva conosciuto in treno viaggiando da Roma a Taormina (la signora era salita alla stazione di Messina) ed aveva subito invitato a cena, lo stesso giorno dell’arrivo in Sicilia. Una cena romantica, naturalmente, a lume di candela.

Seduto con amici al tavolo accanto, c’era un pilota militare dal fascino irresistibile, conquistatore incallito e sfrontato, pronto a guastare quell’incontro galante. Uno sguardo di troppo per la bella signora, un complimento al limite della impudenza, con la inevitabile reazione del suo accompagnatore, al quale l’intruso rispose spavaldamente con una sfida a duello, prontamente accettata dal capitano. E lo scontro avvenne di lì a poco nel giardino dello stesso ristorante, sotto gli occhi della signora in lacrime e con uno dei camerieri chiamato a scandire ”l’un, due, tre” per la repentina giravolta dei due contendenti e l’apertura del fuoco. Stando al racconto del capitano, il pilota non attese il ”tre” per voltarsi e sparare, ma fallì il bersaglio, ed il capitano, sparando subito dopo, lo colpì alla mano. Avveniva anche questo, per colpa di ospiti in vena di bravate, nella quieta Taormina del 1919.

Un racconto breve, che occupa appena cinque pagine e mezza del libro di Griffin, ma con un fascino che non può essere e non è soltanto quello del lavoro di esordio di un futuro premio Nobel per la letteratura. “E’ importante, questo racconto breve”, ha scritto Mimi Reisel Gladstein, attenta studiosa dell’opera hemingwaiana, “perché anticipa lo stile narrativo, i caratteri dei personaggi ed in parte anche le linee tematiche dei suoi migliori romanzi. C’è tutto in embrione, nelle poche pagine di questo racconto, l’Hemingway della maturità. Giudizio da condividere in pieno. Spiace soltanto che le pagine taorminesi del grande Hemingway, scritte nelle settimane a cavallo tra la fine del 1918 ed il 1919 e pubblicate 68 anni dopo, non siano state mai tradotte in italiano.

© Riproduzione Riservata

Commenti