Amarcord è uno dei capolavori assoluti di Federico Fellini, perché entrato con naturalezza nel sentire comune della gente. Alcuni brani della colonna sonora di Nino Rota sono così noti alla memoria collettiva che tutti sanno fischiettarli, anche chi non li associa al film, o non l’ha visto per niente.

A me resta il ricordo del nonno disperso nella nebbia: «Ma dov’è che sono? Mi sembra di non stare in nessun posto. Mo se la morte è così… non è mica un bel lavoro! Sparito tutto: la gente, gli alberi, gli uccellini per aria, il vino. Tè cul!». La nebbia che lo circonda è diradata dall’ironia fatalista e gioiosa che oltre alla Romagna, in cui è ambientato il film, caratterizza anche la cifra stilistica di Fellini.

L’attrice napoletana Susy Mennella, poliedrica e attenta a tutte le sfumature del fare cinematografico, è come se avesse affrontato la stessa nebbia felliniana cambiando decisamente il punto di vista, pur conservando l’ironia di fondo e la visione onirica del nostro regista più premiato dagli oscar, ed ha arricchito con la sua partecipazione di attrice, il cortometraggio che ha anche scritto. L’abbiamo incontrata in una location a lei molto congeniale, perché Torre del greco, la città in cui è nata, da sempre conosciuta nel mondo come la città del corallo, conserva le caratteristiche di un territorio chiaramente artigianale, che poi è una delle caratteristiche che lei ama trasportare anche nel fare cinematografico. La nostra più che un’intervista si è trasformata in una chiacchierata tra due persone che amano il cinema, l’arte e la scrittura.

La sua esperienza professionale è legata a quella di Annibale Ruccello, grande autore del nuovo teatro napoletano, tragicamente scomparso in un incidente. Di lui hai recitato “Anna Cappelli”, intenso dramma che indaga. Intorno ai suoi diciassette anni, Ruccello aveva scritto già una delle sue opere ”Il rione”, e provò a consegnarla al suo nume dell’epoca, il grande Eduardo De Filippo, ma il suo contatto sparì e non se ne fece nulla. Susy Mennella invece, e questa è una delle cose più intriganti del suo percorso, pur trovandosi in un mondo cui poteva sembrare strano e presuntuoso che una giovane attrice potesse scrivere un cortometraggio in onore di Fellini, è riuscita a diradare tutte le nebbie, e con apparente semplicità a rendere concreto il tuo sogno, incontrando l’apprezzamento di uno dei suoi maestri, Giancarlo Giannini.

Qual è il segreto, le ho chiesto? «È stato complicato… è un progetto che è nato dal teatro perché stavo preparando uno spettacolo, “L’inferno napoletano”, con l’attore Franco Javarone, che aveva fatto gli ultimi film su Federico, e quindi lui ha iniziato a raccontarmi una serie di aneddoti su Fellini, … il mio cortometraggio in pratica l’ho sognato, e la cosa che mi ha colpito è che era un sogno che aveva un senso compiuto, …io vedevo tutto, anche se i sogni non sempre sono cosi chiari. E il giorno dopo ho cominciato a buttarlo giù. Poi, dato che avevo conosciuto Giancarlo Giannini in quel periodo, ho pensato ma perché non proporgli questa cosa… perché? […] Io non voglio paragonarmi assolutamente a Fellini …io volevo soltanto omaggiarlo».

La sua avventura professionale continuerà con altri due sogni cinematografici, e uno di questi, che è un film, ”Intrappolati”, vedrà riunita la compagnia di professionisti che l’hanno aiutata a rendere concreto il sogno della realizzazione del cortometraggio in onore di Fellini “Amari ricordi”. Ci siamo poi fermati a parlare delle nonne, vecchio scrigno di reale cultura popolare, e specchio della cultura napoletana, che tanto ha arricchito anche la produzione di De Simone, da loro ispirato nella raccolta di tante fiabe campane. La fantasia e il sogno, divengono reali strumenti per una straordinaria crescita individuale e collettiva. L’immaginazione, che Leopardi vedeva come uno dei drammi dell’umano, per l’inadeguatezza del corpo fisico di seguirne le dinamiche creative, resta in molti casi l’unica chiave di lettura: spesso i sogni diventano realtà.  

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