Offriva alle coppie un fiore, il vescovo-guaritore di Terni,  quando si rivolgevano a lui in momenti di crisi. Ai fiori del suo giardino, che curava personalmente, attribuiva il grande potere di riunire fidanzati che si erano lasciati, sposi che avevano litigato. Conversavano con il loro vescovo per un’ora o due, anche per mezza giornata, e se ne andavano rappacificati e felici, con quel fiore in mano, quasi sempre una rosa, che era appunto il simbolo della riconciliazione, dell’amore ritrovato. E’ amato per questo, san Valentino: in tutto il mondo, in Europa e negli Stati Uniti, in Giappone e in Australia, Africa, Sud America, Canada, Cina, India, Russia. Record di matrimoni sempre crescente nella basilica a lui dedicata. Fede e marketing, devozione e affari d’oro.

Vengono a Terni da tutto il mondo, gli innamorati, per onorare il loro protettore: cattolici e non cattolici. San Valentino, vescovo e martire della Chiesa, vissuto tra il secondo ed il terzo secolo dopo Cristo e decapitato sotto l’imperatore Claudio per non aver voluto rinnegare la propria fede, è il “patrono di tutti i cuori”, senza distinzioni di razze e religioni. Gli si rivolgono inglesi e sudafricani, americani e giapponesi, con tanta devozione ed una fiducia immensa nel suo “duplice straordinario potere di favorire la nascita di grandi amori e ricucire legami affettivi già logori o addirittura spezzati”.

Sempre più numerosi, nei pellegrinaggi del 14 febbraio (data della sua morte), i giapponesi, i quali non si limitano a invocare protezione per sé: la invocano anche per i loro cari, parenti e amici. Acquistano le famosissime cartoline con le coppiette che si scambiano tenere effusioni alla finestra o nei giardini al chiar di luna, le riempiono con frasi d’amore, invocazioni di interventi e speciali benedizioni per i destinatari, e, prima di imbucarle, le portano a mazzette nella sacrestia della basilica dedicata al santo, chiedendo ai frati carmelitani cui la basilica è da anni affidata di metterci sopra il timbro della parrocchia, la data e la firma del priore, come una sorta di “garanzia di innamoramento e protezione”.

Quelle cartoline, dicono, hanno fatto miracoli nella terra del Sol Levante (anche tra seguaci del buddismo e dello scintoismo, che è la religione di Stato), rimettendo in sesto situazioni sentimentali, fidanzamenti e matrimoni che sembravano seriamente compromessi o definitivamente naufragati. E con le cartoline, avrebbero fatto miracoli i ciondoli, i portachiavi, le cravatte, i foulard, le spille, i braccialetti, i profumi, i cioccolatini, piatti e bicchieri, souvenir d’ogni genere con l’immagine del santo, che riempiono ogni anno (e non soltanto il 14 febbraio) le valige dei pellegrini. Per Terni, il miracolo lo hanno certamente compiuto: alla basilica di san Valentino, ed a tutto quello che le ruota intorno, è legata la prima fonte di turismo della città, da gennaio a dicembre.

Fede e marketing, devozione ed affari proficuamente mescolati: a Terni per san Valentino come a Napoli per san Gennaro, a Lourdes per la Vergine della Grotta. “Ma le attività commerciali che sono sorte negli anni”, dicono i frati carmelitani di Terni, “non possono certo offuscare la figura del vescovo santo che è anche patrono della nostra città, ed il sentimento profondo che anima i fedeli di tutto il mondo. Significative le testimonianze che vengono da non cattolici: c’è l’ammirazione per il religioso che non ha esitato a sacrificare la vita per difendere la propria fede e quella per l’uomo che ha fatto tanto per i giovani, per stimolare i loro sentimenti, quelli veri, il loro amore per la vita, i suoi valori autentici e tutto ciò che di nobile ed esaltante essa offre, per aiutarli in momenti di bisogno, difficoltà affettive, incomprensioni che, se non superate in tempo, possono portare alla rottura, alla fine di un sogno, alla disperazione”.

Offriva loro un fiore, il vescovo Valentino, alle coppie (giovani, meno giovani e non più giovani) che si rivolgevano a lui nei momenti di crisi. Ai fiori del suo giardino, che curava personalmente, attribuiva il grande potere di riunire fidanzati che si erano lasciati, sposi che avevano litigato. Conversavano con il loro vescovo per un’ora o due, anche per mezza giornata, e se ne andavano rappacificati e felici, con quel fiore in mano, quasi sempre una rosa, che era appunto il simbolo della riconciliazione, dell’amore ritrovato. E’ amato per questo, san Valentino, in tutto il mondo: in Europa come negli Stati Uniti, in Australia, Africa, Sud America, Canada, Cina, India, Russia, Giappone, Nuova Zelanda.

Una vita esemplare, la sua. Nacque nel 170 dopo Cristo e morì quasi centenario, nel 269. Dai codici del “martirologio geronimiano”, riportati nella monumentale “Vita dei santi” del Bargellini, sappiamo che fu decapitato la mattina del 14 febbraio e sepolto al sessantatreesimo miglio della via Flaminia, nei pressi di Terni, sua città natale, in quello che veniva indicato come il cimitero dei cristiani. Sul sepolcro del vescovo martire, quasi cinque secoli dopo, fu edificata una basilica (che avrebbe poi ospitato un incontro storico, quello tra papa Zaccaria e Liutprando, re dei Longobardi). Le reliquie del santo sono custodite in una grande urna di marmo, dentro la basilica.

Vescovo di Terni a trent’anni, Valentino divenne famoso, oltre che per i suoi provvidenziali e quasi sempre risolutori interventi in vicende sentimentali, per gli “straordinari poteri taumaturgici” che gli consentivano di “guarire anche i casi più disperati”. “Accoglieva i fedeli”, racconta il carmelitano frate Orlando in una biografia del santo, “con tanto amore, senso di umanità non comune, ed una disponibilità che non aveva mai limiti di tempo, né di giorno né di notte. Andava lui stesso nelle case della povera gente, dei sofferenti, per portare a tutti una parola di conforto. E le sue visite si concludevano spesso con benefici assolutamente non prevedibili per gli ammalati, in certi casi non spiegabili con le conoscenze della medicina del tempo. Esistono testimonianze di diverse guarigioni che avevano del miracoloso allora, ed altre, non meno miracolose, che si sono registrate dopo la sua morte e sono servite poi alla speciale Commissione istituita dal Vaticano per la causa di beatificazione”.

La fama del vescovo guaritore si sparse presto in città e nelle campagne circostanti, fino a raggiungere Roma. E gli ammalati arrivarono a Terni anche dalla capitale dell’Impero, gente di tutte le età e condizioni sociali, per chiedere al vescovo cristiano quello che dagli dei pagani e dalla medicina non avevano ottenuto. Anche uomini importanti, che occupavano posti di rilievo nelle strutture pubbliche, politiche e amministrative. Felicissimi e disponibili a convertirsi alla religione di Cristo, coloro che delle “straordinarie virtù taumaturgiche” del vescovo erano i beneficiari; non l’imperatore Claudio e le autorità di governo, per i quali altre divinità non potevano esistere al di fuori degli abitatori dell’Olimpo che essi veneravano. Erano tempi duri per i cristiani. Perseguitati, incarcerati e trascinati in tribunale, venivano condannati a pene durissime, e molti di essi finivano sul patibolo, se si rifiutavano di riconoscere e adorare pubblicamente gli dei pagani. Il vescovo andava a visitarli, li assisteva spiritualmente e materialmente, ma nulla poteva per sottrarli al patibolo, visto che l’unica condizione per salvarli era l’abiura, il rinnegamento della fede.

Arrestarono anche lui, quando era già avanti con gli anni e da Terni si era trasferito a Roma. Volle interrogarlo personalmente l’imperatore, preoccupato per il forte ascendente che l’anziano religioso esercitava sulle masse ed il pericolo che rappresentava, ma incuriosito anche dall’alone di “grande guaritore” che lo circondava. Parlarono per molte ore e l’imperatore fece di tutto per convincerlo all’abiura, in cambio della libertà. “Serena e ferma”, scrive il frate biografo, “la risposta del vescovo, pur sapendo che sfidava il patibolo. Ed alla fine fu l’imperatore a restare turbato da quell’incontro, non lui”. Se ne resero conto immediatamente gli uomini di Corte, i quali non esitarono a richiamare l’imperatore ai suoi doveri di “persecutore degli odiati cristiani, nemici di Roma e dell’Impero”. Non li ascoltò, l’imperatore, ed il vescovo poté lasciare il carcere: non libero, ma affidato alla custodia di un privato (agli arresti domiciliari, diciamo oggi).

Fu un nobile romano di nome Terenzio ad assumersi la responsabilità della custodia. Un uomo che aveva fama di “duro” nei confronti dei cristiani, ma che per l’ospite ebbe subito molta comprensione. “Non sono tra quelli che i cristiani li vogliono tutti a morte: al patibolo devono andare coloro che attentano alla sicurezza dell’Impero ed io sono certo che tu non sei tra quelli”. Parlò serenamente anche con lui, il vescovo Valentino, ed il risultato fu che anche la fede pagana del suo padrone di casa, come quella dell’imperatore, cominciò a vacillare. Accadde poi un fatto straordinario, in casa del nobile Terenzio: la improvvisa cecità della figlia non ancora ventenne, che nessun medico era riuscito ad evitare. “Il vescovo”, leggiamo nella biografia del santo taumaturgo, “pregò con lei per una intera serata e buona parte della notte, finché la ragazza non si addormentò, pronunciando il nome di Cristo, e l’indomani si svegliò gridando felicissima quel nome: aveva ripreso a vedere, come e più di prima”.

Si convertirono tutti alla religione cattolica, in casa Terenzio: padre, madre, figlia, una sorella, due fratelli. Ed il vescovo Valentino, che l’imperatore Claudio non intendeva per nessun motivo far tornare in carcere, fu assegnato ad una nuova famiglia: quella di un altro nobile, di nome Cratone, scelto anche lui dagli uomini di Corte e pure lui, come lo era stato Terenzio, nemico giurato dei cristiani. Altre conversazioni, altri dubbi nell’animo del nuovo padrone di casa, con un altro “miracolo” operato dal vescovo taumaturgo: la guarigione del suo figlio trentaduenne da una gravissima forma di artrosi deformante. Anche la famiglia Cratone, per sua decisione, si convertì al cristianesimo: padre, madre, una sorella, tre fratelli. Non ci fu un terzo affidamento, per il “vescovo dalle guarigioni impossibili”. Per le alte gerarchie dell’Impero Romano, quell’uomo era davvero pericoloso, ed anche l’imperatore suo “protettore” dovette cedere alle loro richieste. Aveva già compiuto i 99 anni, il vescovo Valentino. Fu di nuovo incarcerato, tenuto in isolamento per sei o sette mesi. E una mattina, quando era già alla soglia dei 100 anni, fu portato al patibolo, insieme a decine di cristiani che, come lui, si erano rifiutati di rinnegare la propria fede. Era il 14 febbraio dell’anno 269 dopo Cristo.

E’ nato a Terni, il culto di San Valentino, il “santo dei miracoli e dell’amore”, ma, per uno strano paradosso, furono gli anglicani d’Inghilterra ed i protestanti degli Stati Uniti i primi a proclamarlo “protettore degli innamorati”, due secoli fa. Erano stati i monaci italiani, partiti dall’Umbria per l’evangelizzazione di quei Paesi, a farne conoscere la vita esemplare e le straordinarie virtù. Ed in Inghilterra come negli Stati Uniti la ricorrenza del 14 febbraio è particolarmente sentita. L’Italia, bisogna dire, in questa “storia tutta sua” è arrivata con parecchio ritardo: le prime manifestazioni ufficiali a Terni risalgono a meno di cinquant’anni fa. Ed oggi siamo in pieno boom.

“Più per effetto dello straordinario giro di miliardi che ruota attorno al business degli innamorati che per il fatto religioso”, insinua qualcuno. Gli affari qui, fino ad una quarantina di anni fa, si facevano soltanto un giorno l’anno, il 14 febbraio. Poi, le manifestazioni sono state estese ad una settimana, a due, quindi ad un mese, con le cosiddette “Valentiniane”, che comprendono mostre, fiaccolate, scampanate, gare pittoriche, gite in pullman attraverso i più suggestivi “itinerari dell’amore”, benedizione degli anelli di fidanzamento, poi di quelli degli sposi giovani, ed ancora per le nozze d’argento, per le nozze d’oro, per quelle (non rarissime, come si pensava) di platino. Ed il business sentimental-commerciale diventa sempre più consistente. Perché gli sposi con 25, 50 e 75 anni di matrimonio, dall’America e dall’Australia, dall’Africa e dall’Estremo Oriente, arrivano con figli, nipoti e pronipoti. Gli anziani, certo, per ringraziare san Valentino; ma anche per mettere figli e nipoti sotto la sua protezione. Hanno tutti qualcosa da chiedere, al “santo dell’amore”, gli innamorati di ieri, di oggi e di domani.

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