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Grande amatore, grande peccatore, grande trasgressore, il “sommo vate” Gabriele d’Annunzio; e pure bugiardo, imbroglione, scroccone. Menzogne in alcova, lui ne raccontò tante; e quattrini alle nobili e facoltose amanti, soprattutto a quelle che lo amarono davvero, ne spillò tantissimi. Le incantava con le sue auliche chiacchiere, il “divino” Gabriele, le ammaliava con i suoi occhi magnetici e penetranti che “spogliavano le donne prima ancora che se le portasse a letto”, le stordiva con versi reboanti, chilometriche e appassionatissime lettere, piene di poetiche iperboli, smargiassate e ammiccamenti erotici. Ed erano tutte ai suoi piedi, giovani, meno giovani e non più giovani, felici di essere desiderate dal più famoso “tombeur de femmes” della letteratura italiana, pronte a darsi a lui anima e corpo, ed anche ad aprire le proprie borse per pagare i suoi debiti e liberarlo (almeno provvisoriamente) da creditori e ufficiali giudiziari. Furono in molte a restare scottate anche finanziariamente, oltre che sentimentalmente, dal grande incantatore D’Annunzio: tra le altre, l’attrice Eleonora Duse, la marchesa Alessandra Starabba di Rudinì (figlia di un illustre politico ed ex presidente del Consiglio dei ministri, Antonio di Rudinì), la contessa russa Natalia de Goloubeff.

“Genio e sregolatezza”, lo descrissero i biografi. E certamente lo era, il pescarese Gabriele d’Annunzio (1863-1938), uomo dalle mille contraddizioni: era bruttino, basso di statura, stempiato e si credeva un Adone; di famiglia piccolo-borghese, benestante ma senza blasone, fece carte false per poter frequentare i salotti della aristocrazia, ville e castelli principeschi; era sempre squattrinato e faceva vita da nababbo, in ville favolose; amava le donne, le esaltava con versi sublimi e le umiliava, le sfruttava; inventore del “lirismo poetico” in amore, diventò in età matura simbolo del vizio e della depravazione, squallido cantore del sesso con prostitute (le famose “badesse di passaggio” che ospitava, ultrasettantenne, nella villa di Gardone, pur avendo ancora nel suo letto fior di amanti).

“Porco alato e geniale”, si definiva lui, auto-referenziandosi nei vizi come nelle virtù, ed i suoi illustri colleghi lo giudicavano con eguale franchezza. “Falsario delle parole e dei sentimenti”, lo definì il francese Romain Rolland, per le tante balle che raccontò alle amanti; “poeta e cafone”, il collega l’inglese Edward Morgan Foster, per i suoi comportamenti non certo da gentleman, in alcova e nei salotti. “Artista geniale, certo, amatore ardente dell’arte e delle belle donne”, insisteva lui, “maestro di vita e di politica”, spiegando anche di essere “tenacissimo nelle opinioni, schietto fino alla durezza, e quindi scomodo, prodigo fino allo sciupìo, entusiasta fino alla follia”.

E di pazzia qualcuno parlò davvero, per il grande D’Annunzio, non ritenendo che i suoi atteggiamenti clowneschi, i suoi proclami politici, le sbruffonate, le fanfaronate  da “miles gloriosus” plautino, le goliardate fatte passare per atti di eroismo potessero appartenere ad un uomo con la testa a posto. “E’ un pazzo che si crede D’Annunzio”, scrisse un giornale umoristico, parafrasando la famosa battuta che il commediografo e regista francese Jean Cocteau aveva dedicato al suo grande nemico Victor Hugo. Ma follia (perché non dirlo?) non poteva non essere considerata anche quella delle donne che gli davano tutto, amore e denaro, pur sapendo che avrebbero fatto poi la stessa fine di tante altre amanti, spremute come limoni e buttate via quando non gli servivano più.

Cos’era che spingeva nobildonne, attrici, scrittrici, pianiste, danzatrici (italiane, francesi, americane, russe, etc.), nelle braccia di un seduttore così poco affidabile? “Quando D’Annunzio ama una donna”, scrisse nelle sue “Memorie”  la celebre danzatrice americana Isadora Duncan, che aveva 13 anni più dello scrittore ed ebbe con lui un rapporto intensissimo anche se di breve durata, “innalza la sua anima al di sopra della terra, fino alle regioni divine dove si muove e risplende la Beatrice dantesca. Di volta in volta fa partecipare ogni donna all’essenza divina e la porta così in alto da indurla ad immaginare di essere davvero sul piano di Beatrice. Ci fu un momento, a Parigi, in cui il culto di D’Annunzio toccava altezze vertiginose ed erano tutte le bellezze celebri ad amarlo. Ma quando il capriccio del poeta finiva e lui abbandonava l’amante di turno per un’altra, il velo di luce scompariva, l’aureola si eclissava e la donna tornava all’argilla mortale”.  Ben diverso il giudizio della ventiseienne marchesa Luisa Casati Stampa, 18 anni meno di lui, nota per i tanti amori collezionati, la quale ricevette decine di lettere dal grande seduttore, desideroso di farle provare il “sublime elisir d’amore” di cui diceva di possedere la ricetta, e non si lasciò irretire (unica, per quel che si sa, nel grande harem dannunziano). “Ho visto una specie di nano disgustoso che voleva ghermirmi e l’ho cacciato”, dichiarò la marchesina ai giornalisti al momento della rottura del loro rapporto (solo epistolare, tenne a precisare).

Non c’era amante, nel grande “circo erotico” targato Ariel (questo il nomignolo che l’estroso Gabriele si era dato), che non fosse anche protagonista di un romanzo, di un dramma, di una poesia, o comunque non avesse l’onore di una dedica in qualcuna delle sue opere, nelle quali il grande “poeta e mago del piacere” trasferiva tutto quello che viveva nella realtà. Alla figlia di uno dei suoi professori, la fiorentina Giselda Zucconi, detta Lalla, che fu uno dei suoi amori studenteschi, dedicò il “Canto novo”; alla giovanissima duchessa Maria Hardouin di Gallese, che diventerà poi sua moglie, i versi del “Peccato di maggio”, quello che avevano commesso insieme in un boschetto prima di sposarsi; alla principessa siciliana Maria Gravina Cruyllas di Ramacca, una poesia, “La passeggiata”, ed il romanzo “L’innocente”; alla contessa russa Natalia de Goloubeff, detta Donatella, il “Martirio di san Sebastiano”; alla pittrice americana Romaine Brooks, detta “la Cinerina, il romanzo “Le vergini delle rocce”.  Ed il grande amore con la “divina” Eleonora Duse, ribattezzata Ghisola o anche “la Foscarina”, lo riversò, tutto intero, nel romanzo “Il fuoco”: in maniera un po’ troppo cruda e non proprio rispettosa per la dignità dell’attrice che, con l’amore, gli aveva dato anche tanto denaro.

Ma le amò davvero, tutte quelle donne, il “superman del sesso” D’Annunzio? C’è chi sostiene, tra i biografi, che donne (moglie e amanti) non ne amò nessuna, tranne una (forse) a 16 anni, sui banchi di scuola;  che sposò una mogliettina di nobile rango solo per entrare nel “dorato mondo” cui da sempre aveva aspirato, da uomo prima che da scrittore; e le amanti, più che per la loro bellezza, la simpatia, l’intelligenza o per i loro interessi culturali, le sceglieva per i titoli nobiliari, la posizione sociale e il denaro di cui disponevano, per soddisfare le proprie ambizioni di vita e di carriera, la smisurata e incontenibile mania di grandezza che, partendo dalla idea del supermaschio, lo avvicinava molto all’aberrante Superuomo concepito dal tedesco Nietzsche. Montanelli diceva che il “sommo vate” D’Annunzio non l’aveva mai letto, il Nietzsche, ma “ebbe la pretesa di esserne la incarnazione”. Erano certamente da Superuomo le sue idee: il  sogno di “una aristocrazia capace di elevarsi al di sopra delle masse, attraverso il culto del bello, l’arte e una vita eroica”; quel suo atteggiarsi ad “essere superiore” (come aristocratico, artista ed eroe), in grado di imporre al popolo la propria visione del mondo, cultura, mode, morale, sistemi di vita e di governo. Ed in linea con quella assurda filosofia, che per certi aspetti scavalcava quella del Nietzsche, erano i suoi rapporti con le donne. Perché il sesso, per Ariel, era certamente il “trionfo  dell’erotismo, della lussuria”, come scriveva alle amanti, ma anche, se non soprattutto, una “ostentazione di potenza”. Gli servivano come “oggetto carnale”, le donne, per poter esercitare ed imporre anche il suo “dominio sessuale”, oltre che culturale. E quando non gli servivano più, perché aveva bisogno sempre di nuovi stimoli per i suoi “deliri erotici”, le abbandonava, mortificandole nei loro sentimenti, nel loro orgoglio, nella loro dignità. Arriveranno alla disperazione, al totale annientamento morale e fisico, in certi casi alla pazzia e al suicidio, le amanti abbandonate senza un perché (e qualcuna, bisogna anche dire, solo per non essere abbastanza ricca da poteri garantire al “sommo vate le elargizioni di un certo peso che gli servivano per le sue follie di vita).

Si sposò a 20 anni, nel 1883. Un matrimonio di interesse, procacciato con lo stupro di una minorenne di sangue blu. La diciottenne Maria Hardouin, figlia dei duchi di Gallese, era la compagna che Gabriele d’Annunzio (la “d” minuscola nel cognome la esibiva come una sorta di patente araldica) aveva sempre sognato per fare il “gran salto” dalla Marsica abruzzese ai salotti della nobiltà romana. La duchessa-madre, Natalia, amava ricevere nel proprio salotto artisti importanti e giovani promettenti e lo studente aspirante scrittore Gabriele, autore a 16 anni della raccolta di poesie “Primo vere”, trovò il modo per essere della partita. Fu subito filing con la dolcissima Maria. Alla duchessa-madre il giovanotto piaceva; al duca Giulio, no. Lui non voleva neppure che i due ragazzi si rivedessero, dopo quel primo incontro in salotto. Ma l’indomani mattina Gabriele e Maria tornarono ugualmente a incontrarsi per una passeggiata in centro e finirono romanticamente in un boschetto della periferia romana. Il “peccato di maggio” avvenne lì e la duchessina restò subito incinta.

Fu lo scandalo. Il duca Giulio, furente, pose il veto alle nozze, che la madre invece invocava, per non fare della figlia una ”svergognata”. E, per tutta risposta, i due innamorati fuggirono. Li bloccò la polizia alla stazione di Firenze, su denunzia del padre di lei. “Deve finire in galera, per corruzione di minorenne, quel mascalzone”, tuonò il duca. I giornali pubblicarono la notizia con grossi titoli e Gabriele se la rideva : quella pubblicità, per lui, era manna dal cielo, perché i giornalisti si occuperanno anche della sua seconda raccolte di poesie, “Intermezzo di rime”, nella quale figurava (guarda caso) il “Peccato di maggio” che descriveva per filo e per segno quello che era accaduto nel boschetto. “Sono un secondo affronto per la nostra famiglia, una provocazione intollerabile, i versi di quel maiale inverecondo”, strillò il duca di Gallese.

Si sposarono in tutta fretta i due ragazzi, il 23 luglio 1883, nella cappella del palazzo ducale, ma senza il consenso del duca padre, il quale non volle più vedere né il genero né la figlia. Un matrimonio che sarà infelicissimo, per la giovane signora D’Annunzio, pur con la nascita di tre bambini: Mario, Gabriellino e Ugo Veniero. “Ariel”, confesserà un giorno la duchessa con tanta amarezza, “era un marito fisicamente incapace di essere fedele”.  Vissero a Pescara fino alla nascita del primo figlio, in un appartamentino in riva al mare che la famiglia D’Annunzio usava per la villeggiatura: per la semplicissima ragione che lui non aveva un lavoro e lei dalla famiglia non aveva avuto nulla. Ma la duchessina non ne faceva un dramma: a lei interessava allora soltanto l’amore del marito, innamoratissima dell’uomo e del poeta D’Annunzio, e nei sette o otto mesi che trascorsero nella città natale di lui non ebbe motivo di dubitare della sua fedeltà.  Ritornarono a Roma nella primavera del 1884, quando alla duchessa Maria arrivò in dono dalla madre (non dal padre) un elegante appartamento in centro, non lontano dal palazzo dei duchi di Gallese. Si preoccupò anche, la duchessa madre, di trovare per il genero un posto di lavoro adeguato alle sue aspirazioni di scrittore, facendolo assumere alla “Tribuna” come redattore culturale e cronista mondano. I guai, per la sposina, cominceranno proprio con quel lavoro del marito al giornale.

Una amante dopo l’altra: con il matrimonio, il lupo marsicano Ariel aveva perso il pelo, non il vizio. La nuova serie di amanti post-matrimonio fu aperta dalla giornalista romana Olga Ossani. Si conobbero una sera in redazione (lui 23 anni, lei 29) e la sera successiva, finito il lavoro, uscirono insieme per cenare in un ristorante del centro e trovarsi poi abbracciati nel boschetto di Villa Medici, in una tiepida notte di giugno, “sferzati da un vento di follia erotica” (parole del “vate”). E la moglie? Non ne seppe nulla, per quasi due anni. Lui trascorreva le sue serate (ufficialmente) al giornale, tornava a casa molto tardi, ma non si sottraeva ai suoi doveri coniugali (nacquero nel 1886 e 1887 gli altri due figli). E quando la duchessina Maria saprà della avventura del marito, la Ossani non era più amante di Ariel. Al suo posto c’era già Elvira Natalia Fraternali, moglie separata del conte Ercole Leoni.

Il grande seduttore D’Annunzio amava annotare in un diario il giorno in cui le amanti esordivano nel suo talamo. Sappiamo così che la ventiseienne contessa Leoni si concesse a lui il 4 aprile 1887, pochi mesi prima che la signora D’Annunzio mettesse al mondo il terzo figlio. Tra “lettere di fuoco”, “folli carezze”, “baci ardenti su entrambe le bocche della signora” e “deliri erotici” sempre esaltanti (raccontati da Ariel anche nelle “Elegie romane”, oltre che nel “Trionfo della morte”), andarono avanti per cinque anni, fino al 1892. Per la duchessa Maria, si era già concluso il duro calvario di moglie tradita (nel 1889, con la separazione, dopo sei anni di matrimonio) e stava per concludersi drammaticamente, con un tentato suicidio, anche quello di figlia disconosciuta dal padre.

Attese in strada che il duca Giulio rientrasse dalla abituale passeggiata mattutina, la ex signora D’Annunzio, e fece per abbracciarlo, con il sorriso che per diciotto anni lo aveva reso felice. Il padre respinse l’abbraccio, gelandole il sorriso sulle labbra: “Chi siete? Che volete? Io non vi conosco”, la sua risposta, secca e irremovibile. Tornata a casa, la disperata Maria diede da mangiare ai tre bambini, li mise a letto per il sonnellino pomeridiano, chiese alla cameriera di sorvegliarli lei e si ritirò nella camera matrimoniale, dicendo che era molto stanca e voleva riposare un po’. Per sempre voleva riposare la duchessina, con il veleno. Arrivò in tempo la cameriera, per sua fortuna: diede l’allarme e in ospedale i medici riuscirono a salvarla.

Si preparavano giorni duri anche per l’amante Leoni. Il “sommo vate” aveva già messo gli occhi sulla principessa siciliana Maria Gravina Cruyllas di Ramacca, madre di quattro bambini, che tra i suoi corteggiatori aveva avuto in gioventù il futuro re Vittorio Emanuele III ed aveva poi sposto un capitano di artiglieria, il conte Anguissola di San Damiano. Aveva 30 anni la signora quando andò per la prima volta a letto con il ventinovenne Ariel, nel 1892, un fisico scultoreo, che sovrastava di alcune spanne il metro e sessanta di lui, i lunghissimi capelli neri raccolti sulla nuca, ed un “temperamento erotico da ninfomane” (parole del “vate”).  In un tormentatissimo rapporto durato tre anni, la principessa siciliana mise al mondo altri due bambini: figli di Ariel, dichiarò lei, ma lo scrittore riconobbe solo il primo, non il secondo, sostenendo che questo era figlio di un cocchiere (al quale la signora si era data mentre viaggiava in carrozza, in una assolata campagna). Ebbero guai in tribunale, e non soltanto per la paternità contestata di quel figlio: denunziata dal conte marito per adulterio, la signora fu condannata a cinque mesi di reclusione, pena estesa anche all’amante, e si salvarono entrambi dal carcere con un condono. Poi, il drammatico epilogo del rapporto: impazzì davvero, non metaforicamente, la siciliana tutta fuoco Maria Gravina Cruyllas, quando il “vate” le disse a chiare lettere che non voleva più saperne di lei, e tentò anche di uccidere l’odiato ex amatissimo amante, sparandogli maldestramente con un fucile da caccia.

Nel grande “circo” dannunziano del piacere era già pronta ad entrare in scena l’attrice Eleonora Duse. Era il 1895 ed aveva 37 anni (5 più di Ariel). Già famosa e super-pagata in Italia, gareggiava in Europa (in popolarità, oltre che in bravura) con la francese Sarah Bernhardt, che aveva 14 anni più di lei. Si erano incontrati qualche anno prima al teatro “Valle” di Roma, il poeta e la diva Eleonora, e lui, super-galante come sempre, aveva fatto ricorso a tutte le magie di cui era capace per strapparle un sorriso ed una promessa di incontro, ma lei, rimasta molto fredda, lo aveva liquidato con una occhiata gelidissima. Allo scrittore e librettista lirico Arrigo Boito, che era allora il suo compagno, confidò: “Non mi piace l’invadenza di quel D’Annunzio: preferirei morire in un cantone, piuttosto che vivere con un tipo di uomo come lui, ma come scrittore lo adoro”. E qualche anno dopo sarà lei a prendere carta e penna per scrivere al D’Annunzio: aveva letto il romanzo “L’innocente” e lo aveva apprezzato moltissimo.  “Sarei felice di interpretare qualcosa di vostro, se decideste di scrivere per il teatro”, gli disse semplicemente. Lui le rispose a strettissimo giro di posta, mandandole non un copione di teatro (che non aveva in quel momento), ma un libretto delle sue “Elegie”. “Scriverò per voi, certamente, ne sarò felice anch’io ed estremamente onorato di essere rappresentato in teatro da una divina come Voi”, volle precisarle.

Il “sommo vate” annotò nel suo diario la data del 25 settembre 1895 per il suo primo incontro a letto con la Duse, aggiungendovi anche la indicazione del luogo: la camera più bella dello splendido hotel “Danieli”, a Venezia, dove la diva alloggiava durante le sue tournée. Una debolezza sentimentale che diventerà grande amore, per lei; il solito calcolo opportunistico, per lui. Passeggiarono una notte intera per calli e campielli, con la luna che “spargeva argento sulla laguna”, e corsero a letto alle prime luci dell’alba, nella camera matrimoniale che l’attrice aveva voluto per sé.  Sarà la rovina, per la primadonna del teatro italiano, quell’alba d’amore nell’incanto di Venezia. Invischiata con l’anima ed il corpo nelle spire del grande seduttore, vedrà vacillare paurosamente, con la sua dignità di donna, anche il suo prestigio di attrice (con i primi fischi del pubblico, che le arriveranno per colpa non sua ma dell’autore che rappresentava), perderà il suo denaro (i guadagni di una vita di lavoro), e finirà poi come erano già finite tante altre, dopo nove anni (nel caso suo) di tormenti, umiliazioni e sofferenze.

“Vedo il sole e ringrazio tutte le buone forze della terra per averti incontrato”, scrisse la innamoratissima Eleonora, all’indomani dell’alba d’amore al “Danieli” di Venezia, all’uomo che l’aveva ammaliata. Ed il “grande innamorato” Ariel non perse tempo a presentarsi con il volto del “grande sfruttatore”. Le presentò il primo copione scritto per lei, il commediografo D’Annunzio, e la convinse ad acquistarne i diritti. “La città morta”, il titolo. Tirò fuori una barca di soldi, la Duse, e quel lavoro non sarà poi lei a rappresentarlo, ma Sarah Bernhardt in Francia, perché il signor D’Annunzio, nel vendere a lei i diritti, aveva “dimenticato” di averli già venduti per una esclusiva mondiale ai francesi. L’attrice dovette poi accontentarsi di un altro copione, “Sogno di un mattino di primavera”, dopo aver tirato fuori un altro bel gruzzolo di quattrini, ed il risultato fu che la grande Duse, per la prima volta nella sua luminosissima carriera, fu sepolta di fischi, sul palcoscenico del “Valle”, alla presenza della regina Margherita. “Mai ascoltate tante scemenze in un lavoro teatrale”, scrisse un illustre critico, dopo aver ascoltato in sala tanti risolini di scherno durante la recita (all’indirizzo dell’autore che sedeva accanto alla sovrana, “agghindato come uno zerbinotto”), e tanti, tantissimi fischi alla fine.

Andarono a vivere a Settignano, in Toscana, autore e primattrice, ma in residenze separate, collegate da un vialetto di poche centinaia di metri: lui alla “Capponcina”, una grande villa quattrocentesca con annessa scuderia di cavalli; lei in una villa accanto, non molto grande ma elegantissima, che lo stesso Ariel, amante di iperboli e paradossi, aveva voluto chiamare la “Porziuncola”, con lo stesso nome che san Francesco aveva dato alla sua cameretta ad Assisi. Non era facile, per l’attrice più brava e popolare d’Italia, dimenticare quell’insuccesso. Ma lui dava a intendere di non essersela presa più di tanto; e, tra una galoppata e l’altra (in redingote rossa, stivali e berretto nero da fantino, con tanti levrieri al seguito), continuò a lavorare. “La Gioconda”, “La gloria”, “Francesca da Rimini”, i copioni teatrali di quegli anni: acquistati tutti con denaro sonante dalla Duse, naturalmente, e portati da lei in palcoscenico, con risultati raramente convincenti.

Sperava di essere ripagata poi dall’amante con un dramma molto atteso, “La Figlia di Jorio”, ma il cinico e spregiudicato Ariel non le risparmiò la seconda buggeratura (dopo quella che le aveva dato con “La città morta”), assegnando il ruolo della protagonista non a lei (con la speciosa motivazione che non era adatto al suo temperamento), ma ad una attrice pressoché sconosciuta. Ebbe una buona accoglienza, dopo tanti fischi, quel dramma pastorale ambientato da Ariel nel suo Abruzzo, e la Duse, che tanto si era battuta per il teatro dannunziano sfidando critici ed impresari (e tanto denaro aveva tirato fuori dai propri depositi bancari per acquistare a peso d’oro diritti anche per opere destinate all’insuccesso), non poté goderne.

Una delusione dopo l’altra, per l’attrice più brava e popolare del teatro italiano. Ed il sospetto che il grande seduttore fosse ormai convinto di averla saldamente in mano, la sua bella “Foscarina” dalla borsa d’oro, era più che fondato. Per i parenti, gli amici,  i numerosi ammiratori, non per lei: la innamoratissima Eleonora non dava corpo ai sospetti e, se il suo Ariel le chiedeva un prestito, non esitava a recarsi in banca per prelevare il denaro. Soffriva, certo, nel sentire e leggere quello che si diceva e si scriveva del suo adoratissimo compagno. “D’Annunzio e la Duse”, ironizzavano nobildonne, intellettuali e critici d’arte nei salotti mondano-letterari, “hanno formato una sorta di società per affari, nella quale è lei che paga tutto e lui, soltanto lui, che incassa i profitti”.

Ma il danno per lei era enorme anche sotto il profilo artistico: per l’assurda e vessatoria pretesa dell’autore (fissata in contratto) di impegnare l’attrice a rappresentare soltanto opere sue, in assoluta esclusiva, rinunziando a firme importanti di autori contemporanei (che allora erano Pirandello, Ibsen, Cechov) come ai classici. E non miglioravano, purtroppo, i copioni che il “sommo vate” sfornava.  Sempre più frequenti e rumorosi, a leggere i giornali del tempo, i sorrisi e gli sfottò degli spettatori in sala nel sentire declamare frasi impregnate di vuota retorica che volevano essere drammatiche ed erano invece, troppo spesso, tutte da ridere.

Erano gli anni di una guerra culturale molto dura, in Italia, tra pirandelliani e dannunziani. Il teatro del grande agrigentino aveva rotto clamorosamente con le tradizioni e gli schemi della commedia borghese, scavando nell’animo umano, facendo discutere ed arrabbiare; ed era una risposta al cosiddetto “teatro di poesia” che il dannunzianesimo proponeva. “Metafisica da portineria”, definiva  D’Annunzio la “contorta e sofisticata filosofia pirandelliana”. E Pirandello, non ancora premio Nobel, parlava di un D’Annunzio “istrione-burattinaio che muoveva i fili di marionette”, in un teatro non di poesia ma di vuote parole, fatte di “vacuo e tronfio verbalismo e nient’altro”.

Una attrice brava e intelligente come la Duse, certo, capiva benissimo  di correre dei rischi notevoli chiudendo le porte al Pirandello “profondo scrutatore della coscienza umana”, il Pirandello delle “maschere nude”, combattuto “tra la nuda realtà della vita e la ben nota illusione che la falsifica”, per assecondare in esclusiva i “velleitarismi poetici” del suo Ariel. Sapeva benissimo, la dolcissima Eleonora, che stava sbagliando tutto nella  carriera; ed un giorno non lontano si accorgerà amaramente di avere sbagliato tutto anche nella vita, con D’Annunzio. Ma allora era troppo innamorata (“schiava d’amore”, gli scriveva), per poter avere il coraggio di manifestargli il minimo gesto di ribellione, o semplicemente di critica, ai suoi diktat.

Cercava l’amore, la “divina” Duse, e si illuse di averlo trovato in Ariel: il grande amore che non aveva trovato a vent’anni con il giornalista e deputato napoletano Martino Cafiero (il quale  l’aveva messa incinta e poi abbandonata), né con il marito (l’attore Teobaldo Checchi), né con altri amanti, fra i quali l’attore Flavio Andò e lo scrittore Arrigo Boito. Le costerà molto cara, quella illusione d’amore; e non soltanto per il denaro che l’adoratissimo compagno le scippò con l’inganno e raggiri da truffatore incallito, oltre che con vari prestiti mai restituiti). Le umiliazioni più gravi, la primadonna più amata del teatro italiano, le subirà quando scoprirà che, mentre lei sacrificava il suo prestigio esponendosi ai fischi del pubblico per i drammatici testi “tutti da ridere” del suo Ariel, lui se la spassava a Settignano con una nuova amante, la giovanissima attrice Giulietta Gordigiani.

“Ho perduto completamente il dominio della mia anima, sono in preda ad una tremenda disperazione”,  scrisse Eleonora al suo compagno e autore da Milano, dopo l’ennesima bordata di fischi che aveva ricevuto per “La gloria”, ma soprattutto dopo aver saputo della Gordigiani che circolava alla “Capponcina” come fosse la nuova padrona di casa. Ariel le rispose recitando da grande istrione: “Sono tentato di uccidermi, per far sì che la mia bella Foscarina pianga e sappia quanto io l’abbia amata e l’ami”. Cercava di placare in qualche modo la collera di Eleonora, il vate imbonitore: si rendeva conto di aver teso troppo la corda, trattando l’innamorata come fosse soltanto una mucca da mungere. Sapeva di aver bisogno ancora e sempre del suo denaro per poter continuare a vivere da nababbo, con venti servitori, i tappeti persiani stesi nelle stalle per consentire ai suoi dieci cavalli di dormire comodamente, e l’esercito dei creditori che si infoltiva sempre di più.

Tornò nella villa di Settignano a fine tournée, la signora Duse, e nulla era più come prima. Gli alberi del vialetto che separava la “Porziuncola” dalla “Capponcina” davano l’impressione di essersi trasformati in una barriera di ferro. Andò lui a salutarla nella sua villa e fu accolto in maniera insolitamente fredda dalla diva che aveva fatto pazzie per lui. Ariel non negò di avere ospitato per qualche giorno la Giulietta attrice nella propria villa, ma le giurò che tutto era finito, dimenticato. Non mentiva (ed era la prima volta che il grande bugiardo non mentiva, nel suo novennale rapporto con la Duse): la Gordigiani l’aveva liquidata davvero. Era giovane e bella, ma povera in canna, e lui aveva bisogno di avere accanto donne ricchissime, da spennare.

La trovò, da lì a poco, l’amante che faceva al caso suo: Alessandra Starabba di Rudinì, ventottenne e bellissima vedova del marchese Carlotti, madre di due bambini, con un patrimonio immenso che raggruppava una grossa fetta di quello del padre politico, l’ex premier Antonio di Rudinì, e quello (intero) del defunto marito marchese. Un tuffo nell’oro, per il sempre più squattrinato D’Annunzio, perennemente inseguito da creditori e ufficiali giudiziari. La ghermì una sera, in uno dei salotti aristocratici della capitale, e l’indomani la signora era a Settignano, ospite del quarantunenne Ariel alla “Capponcina”. La villa accanto era chiusa: Eleonora era partita per una nuova tournée.  Saprà tutto, della nuova amante, al ritorno. Nessuna scenata, da parte dela diva super-tradita: soltanto un biglietto di poche righe per uscire definitivamente, e con dignità, da una situazione per lei angosciante e fin troppo umiliante. “Prima mi pareva che avrei potuto fare per te le cose più umili e più alte, ed ora mi sembra di poter fare una cosa sola: andarmene,  lasciarti libero con la tua sorte”. Sparirà per sempre dalla sua vita, la diva Eleonora, vendendo anche la villa di Settignano, ma non dimenticherà mai il suo grande amante truffatore. “Gli perdono di avermi  sfruttata, rovinata, umiliata. Gli perdono tutto, perché l’ho amato”, confiderà agli amici poco prima di morire.

Durò poco meno di un anno, il “sublime elisir erotico” di Ariel e Alessandra, interrotto bruscamente da un brutto male che colpì la marchesa a 29 anni, costringendola a vivere per anni semi-paralizzata e imbottita di morfina, dopo ben tre interventi chirurgici. Ariel se la tenne in casa per altri due anni: una amante così ricca non poteva farla andar via. I biografi dicono che, in tre anni di convivenza, il grande imbonitore D‘Annunzio spillò alla marchesa di Rudinì somme superori dieci volte a quelle che aveva spillato alla Duse in nove anni. E bisogna anche dire che gli ultimi due anni, tristissimi per la marchesa semi-paralizzata, il padrone di casa non li passò da solo: aveva già la nuova amante, la contessa Giuseppina Mancini, detta Giusini, 31 anni. Solo che ebbe il pudore di non portarsela in casa, quando c’era ancora quella “sventurata”. Pudore, buon senso o l’ennesimo calcolo opportunistico dell’Ariel cinico sfruttatore?

“Aveva ancora bisogno dei soldi della marchesa per salvare la “Capponcina” dalla vendita all’asta richiesta da un gruppo di creditori”, insinuarono gli amministratori dei beni della signora, i quali avevano visto e vedevano assottigliarsi sempre più i suoi depositi in banca. Saranno loro a raccontare tutto alla  signora marchesa, quando si riprenderà parzialmente da brutto male che la costringeva a stare in carrozzella,  sulla nuova amante del signor D’Annunzio. Disperata, la marchesa Alessandra trovò  conforto nella fede, prese i voti e si trasferì in Francia, in un convento delle Carmelitane. “Tutto è finito nella più cruda tristezza”, disse ipocritamente Ariel alla nuova amante, accogliendola a braccia aperte l’indomani mattina sulla soglia della villa, “ma adesso sono tuo, interamente e felicemente tuo”. E la contessa Mancini poté celebrare così, in quella stessa mattinata, i suoi primi  riti erotici alla “Capponcina”.    

Non saranno molte le occasioni che le si presenteranno per ripeterli. E non perché il suo pimpante corpicino ed i suoi occhietti fiammeggianti non piacessero all’illustre “mago dell’erotismo” che la ospitava: solo perché il suo Ariel, non riuscendo più a fronteggiare l’esercito dei creditori, ritenne che l’unica soluzione, per lui, fosse quella di cambiare aria. Si trasferì a Parigi senza di lei, comunicandole la sua decisione per lettera. La ragione della rinuncia all’amante che si era appena insediata alla “Capponcina?” Quella stessa che lo aveva indotto, qualche anno prima, a liquidare la giovanissima attrice Giulietta Gordigiani: non era ricca. Esibiva un titolo nobiliare, la contessa Mancini, quello del marito che l’aveva cacciata dal palazzo avito per le tante (troppe) corna che gli aveva messo in testa, ma quattrini in banca ne aveva molto pochi; e lui, per vivere,  aveva bisogno di una amante ricchissima. Impazzirà per la disperazione, la trentaduenne contessa, dopo aver cercato invano di conoscere il perché di quella cacciata (non poteva certo dirgli, il carissimo Ariel, che lui aveva bisogno dei quattrini delle amanti per vivere), e finirà la sua vita in manicomio.

L’aveva già adocchiata, il grande seduttore e maestro di ipocrisia D’Annunzio, l’amante che gli serviva per vivere e lavorare serenamente a Parigi, senza l’assillo di creditori e ufficiali giudiziari: la contessa russa (francese d’adozione) Natalia de Goloubeff, 27 anni (venti meno di lui), separata dal marito, madre di tre bambini, non bella, ma simpatica, con elegante palazzina in centro e tantissimi soldi in banca. Accolse lo scrittore più erotico d’Italia come un principe azzurro, lo ospitò nella sua palazzina, prodiga di affetto ed elargizioni in denaro. In cambio di che cosa? Gli chiedeva amore, la generosissima contessa. E lui? Le diede sesso, come aveva fatto con tutte le altri amanti, non amore.

Era il 1910. “La comprerò all’asta io, la tua bella villa in Toscana, a qualsiasi prezzo”, gli assicurò la ricchissima amante, “e ci andremo insieme per passare lì le nostre vacanze in Italia”. Non riuscì a farlo, la innamoratissima Natalia. Un crollo finanziario del conte ex marito Victor de Goloubeff coinvolse in Russia anche i beni della moglie non ancora divorziata, e lei, senza il fiume di denaro che le arrivava da Mosca, fu costretta prima a spendere quel che aveva in banca, nel tentativo di mantenere in qualche modo il tenore di vita che aveva tenuto per anni a Parigi, e poi a vendere la sua bella palazzina a Parigi. Restò povera e disperata, nella “Ville Lumière”, la contessa Natalia. Ed il suo grande amico Ariel (rimasto a Parigi in casa d’affitto) non si fece più vedere. Nell’ultimo dei cinque anni che trascorse a Parigi, il “sommo vate” ebbe due nuove amanti francesi, Marie de Regnier e Amélie Mazoyer (che gli resterà accanto anche in Italia).

Ritornò in patria nel 1915, quando mancavano pochi mesi all’inizio della prima guerra mondale: “per fare il soldato”, disse. Aveva 52 anni. A Quarto, lo scoglio genovese dal quale il 5 maggio 1860 era salpato Garibaldi con i Mille per Marsala, il poeta-soldato pronunciò un vigoroso discorso per esortare gli italiani a prendere le armi contro “gli Imperi centrali”. Volò poi su Trieste e Pola, con un piccolo aereo di legno guidato da un amico, per lanciare manifestini in favore dell’intervento in guerra; disse di averli lanciati anche su Vienna, ma c’è la certezza che quel minuscolo aereo non arrivò mai sul cielo della capitale austriaca; perse parzialmente la vista di un occhio su quell’aereo, sbattendo la fronte contro la mitragliatrice di bordo durante un ammaraggio, e si auto-proclamò “Orbo veggente”, oltre che il “supermutilato d’Italia”; partecipò alla famosa “beffa di Bùccari”, con la bravata del siluro lanciato contro un inerme mercantile austriaco; guidò nel 1919 la farsesca “presa” di Fiume, con la masnada dei suoi “desesperados”, facendo prima la voce grossa contro il governo “rinunciatario” e poi ritirandosi al primo colpo di cannone ordinato dal generale Caviglia.

“Da uomo di teatro, il signor D’Annunzio fece della guerra un palcoscenico per esibire le proprie gesta, vere e fasulle, rivestendole con panni eroici, per renderle più spettacolari ed esaltanti”, il caustico commento di Indro Montanelli. Ma la guerra, come tutti sappiamo, non fu quella che ci raccontò il poeta-soldato Ariel: gli italiani la vinsero con atti di eroismo veri (e con tanti morti, purtroppo), non con le farse, le goliardate, le fanfaronate e spacconate dannunziane. Ed alla fine, del politico D’Annunzio è rimasto ben poco nella storia, al di fuori delle sue “invenzioni di parata”, il grido “Eja, eja, alalà”, il saluto romano con il braccio alzato e la camicia nera, che piacquero tanto a Benito Mussolini e diventeranno i simboli del fascismo.

Viveva in una villetta carina ma piccola sul Canal Grande, a Venezia, il “sommo vate”, ma continuava a sognarne una ancora più grande e più bella della “Capponcina” che era stata venduta all’asta. La troverà nel 1921 a Gardone, nel pittoresco scenario del lago di Garda: una villa immensa, 36 stanze, che diventerà poi, con le opportune modifiche e costosissimi lavori di restauro, il “Vittoriale degli italiani”. Con quali soldi? Glieli diede Mussolini, i mezzi finanziari, e in abbondanza: per un debito di riconoscenza nei confronti del poeta-soldato che tanto aveva fatto per la nascita e l’affermazione del fascismo; ma anche, se non soprattutto, per “tenerlo lontano dalla politica”. Non era considerato un “politico affidabile”, il D’Annunzio che, eletto deputato nel 1897, era andato subito a sedersi sui banchi della destra, per poi passare a quelli della sinistra ed essere quindi bocciato, alle successive elezioni, come candidato socialista. E come “soldato”, era considerato un “matto”, pericoloso anche per il regime.  

E dunque, preferì “tenerselo amico” al “Vittoriale”, il capo del fascismo e del governo, in quella che molti definirono una “lussuosa prigione senza sbarre” per un personaggio ancora tanto amato ma decisamente ingombrante. Il francese Philippe Jullian, uno dei biografi più attenti e attendibili dello scrittore, ha riportato una frase, attribuita a Mussolini, che spiega con molta chiarezza il trattamento da nababbo che il fascismo riservò al “sommo vate” D’Annunzio: “Quando un dente si è guastato,  se non lo si può togliere, lo si ricopre d’oro”. E il dittatore Benito, il “dente” chiamato D’Annunzio che non poteva estirpare, lo coprì d’oro, proponendolo anche per un titolo principesco, quello che il borghese Ariel aveva sognato da sempre ed il re Vittorio Emanuele III gli assegnò nel 1924: il titolo di principe di Montenevoso, con tanto di insegne e cospicuo appannaggio.

Adulato e mantenuto dal fascismo, il principe Gabriele d’Annunzio fece del “Vittoriale degli italiani” la sua “reggia dorata”, riempiendola con pezzi antichi, altari in marmo, lampadari d’epoca, quadri e tappeti antichi, ceramiche, cimeli di guerra d’ogni genere. E lì dentro visse per diciassette anni, sempre più ossessionato dal sesso, dalla ricerca spasmodica del piacere, dell’erotismo, della lussuria:  con le ultime due amanti, la francese Amélie Mazoyer e la pianista veneziana Luisa Bàccara (24 e 28 anni meno di lui), costrette ad assistere anche alle sue squallide degradazioni da satiro, ai lugubri riti erotici che l’ultrasettantenne Ariel organizzava e viveva insieme alle famose “badesse di passaggio”. Una mattina si presentò agli amici dentro una cassa da morto, deposta su trespoli di ferro indorati e ornata con monili di oro autentico, con il corpo nudo coperto da un lenzuolo bianco e le prostitute anch’esse nude che, sporgendosi dentro la cassa, sollevavano il lenzuolo per baciarlo dalla testa ai piedi. Inventò anche l’erotismo macabro, il “mago delle perversioni” Ariel.

Lo scrittore e critico d’arte Ugo Ojetti, che tra gli amici fu l’ultimo a vederlo in vita, lo descrisse così: “Senza denti, con la lingua grossa tra le labbra rientrate…  Su una palpebra un poco di eczema. Tutto rughe, eppure sembrava gonfio… Anche la stessa lindura, talvolta esagerata e abruzzese, più vistosa che elegante, adesso aveva ceduto. Aveva scarpe vecchie, mal allacciate, i pantaloni e la giacca pesti…”. Morì per una emorragia cerebrale, la sera del primo marzo 1938, mentre dal suo studio (la famosa “Officina”) passava, attraverso la grande biblioteca, alla camera da pranzo: aveva 75 anni. Fu sepolto, come aveva deciso lui, nel “tempietto dell’olocausto”, sulla cima del “Vittoriale”.

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