Pippo Pattavina
Pippo Pattavina - Foto di A. Jakomin blogTAORMINA ©2015

A dire il vero il volto di Giuseppe Pattavina da tutti conosciuto come Pippo, è proprio la metafora, ruga dopo ruga, di un attore che ha consumato le tavole teatrali, e che si è imbevuto anno dopo anno del loro spirito e della lunga e tormentata storia di chi amando il teatro, ad esso ha sacrificato le energie di una vita intera. Dalla lunga gavetta come cantante attore e intrattenitore, fino al successo con “L’isola dei pupi” di Turi Ferro interpretato insieme alla compagnia del Teatro Stabile di Catania. E poi lavori con Giorgio Albertazzi, Anna Proclemer, Tuccio Musumeci, Mariella Lo Giudice. Sempre a caratterizzare il mondo della Sicilia, ha dato spessore alla figura dell’anziano preside Burgio, in alcuni episodi della fortunata serie televisiva” Il commissario Montalbano”, tratta dai romanzi di Camilleri.

Ciò che colpisce è la genuina serenità attenta, che traspare dai suoi occhi che, unita ai tratti del viso potrebbe di sicuro farlo passare per un novello mastro Geppetto. Spinto da amici e familiari, infatti, Pippo è stato invogliato a “tradire” la sua prima passione per accettare la sfida del mondo dell’arte, e l’amore per la creazione di oggetti che spesso ricordano anche il fatato protagonista di Collodi. L’amore per la scultura è nato, come lui stesso ha detto, quasi per caso, partendo da una pietra che già aveva un aspetto antropomorfo, per poi essere stregato dal fascino del legno, corroso e levigato dal mare. Lunghe passeggiate sulla spiaggia lo portano alla scoperta e alla raccolta di quei pezzi di legno contorti e disidratati, trasportati dal mare da chissà quale parte del mondo, e scaricati dalle mareggiate sulle coste dell’isola.

Deve essersi manifestato in lui lo strano sentimento di stupore che colse i carii di Samo nel ritrovamento di un’asse lignea dall’aspetto di un volto umano. I pirati avevano derubato quell’immagine, e poi per ragioni apotropaiche furono costretti a disfarsi dell’oggetto, che per il suo aspetto magico impediva la partenza della loro nave. Naturalmente gli abitanti della Caria ritrovando la loro immagine sulla spiaggia ritennero che la “Bretas”, così erano dette le sculture ligniformi, dall’aspetto pur vagamente antropomorfo, fosse riuscita autonomamente a liberarsi dai pirati. Le attribuirono quindi una vitalità e un potere che si apparentava a tutte le immagini cultuali greche, la cui rifinitura meno era presente più sembrava renderle potenti, perché erano oggetti che sembravano quasi plasmate da mani divine.

Nelle sculture di Pattavina sono presenti e anche belli, vivaci e colorati, gli occhi e tutti gli altri particolari che ne descrivono la faccia, al contrario degli “Xoana”, gli arcaici oggetti di culto della vecchia Grecia e quindi anche della colonia sicula. Sono sculture legate a doppio filo, è proprio il caso di dirlo, alla cultura siciliana e al teatro, perché in loro traspaiono l’artigianalità e la ricchezza dei pupi, che da sempre hanno animato la fantasia delle rappresentazioni popolari.

Facce di culto antiche e moderne al contempo, facce di assonnati di buffa ironia da strabico e con pipa, a ricordare mondi dell’arte e una linguaccia dal sapore teatrale di maschera arcaica che si muove con disinvoltura tra la pernacchia di Antonio De Curtis e l’urlo di Munch, stemperato appunto da quell’ironia che pervade l’autore. Ancora più teatrali e marionettistici sono alcuni personaggi che sembrano usciti dalle quinte di un’operetta o in attesa del fatidico ciak della cinematografia.  Maschere che si muovono tra dramma e commedia quasi a rilevare che la differenza tra l’uno e l’altra è semplicemente una questione di scelta dei tempi e delle atmosfere.

Si agita in sottofondo il segno di una spiritualità che si accosta in maniera apparentemente drammatica a volte, con l’immagine più nota della religione, il corpo e il volto di cristo. Il corpo per una piega leggiadra, regalata forse dall’opera primordiale del mare, sembra aver perso il peso della sofferenza che sarebbe venuta a insegnare. Il volto, per quanto segnato da profonde lacrime di sangue e sofferente per le lance di corone di spine, non trasmette solo un’immagine di dolore e di morte, ma anche la speranza di una nuova vita giocosa, perché la religione è un ritorno al legame originario con la forza creatrice dove in fondo trionfano solo la luce e la bellezza.   

Al di là della scelta inutile, tra l’essere attore o scultore, perché entrambi in fondo scavano nella materia creativa, attraverso direttive e spirali di crescita diverse, immaginiamo, questo novello Geppetto lungo le spiagge siciliane a cercar legni… per far venire a galla non la negritudine di un arte primitiva o cubista, ma il puro distillato di una sicilianità che pur avendo negli occhi secoli di storia riguarda il mondo con gli occhi curiosi sgranati di un bambino.

 

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