Migranti Foto Flickr

Com’è cambiato questo mare – Mettiamola in questo modo. Se Giuni Russo fosse ancora in vita scriverebbe un’altra canzone sul mare che amava dal profondo del suo animo. Non tornerebbe sui suoi passi e ricorderebbe con malinconia l’epoca in cui cantava “Mediterranea”, ma alla luce dei profondi cambiamenti di questo mare la sensibilità della stupenda voce siciliana non sarebbe rimasta indifferente. Un mare di incontri, commerci, amori, scoperte, sorprese, cultura e storia si è trasformato, come detto più volte, in un cimitero della società liquida. Arrivati sulle coste africane i migranti si illudono di essersi lasciati alle spalle il peggio e l’aridità del deserto, ma dopo poco tempo si rendono conto del più grande paradosso dei nostri giorni: anche il mar Mediterraneo è diventato arido nell’animo e nella sua essenza. Non lascia scampo a disperati in cerca di una vita migliore, di una possibilità negatagli dai signori della guerra e dai fondamentalisti islamici. Sono finite le epoche in cui su quelle coste siciliane ci si sedeva in spiaggia ad aspettare il tramontare del sole, come cantava Giuni Russo.

Numeri che parlano di persone – Troppi morti, troppo sangue si mischia all’acqua salata. La tragedia delle ultime ore è soltanto un’ennesima ecatombe e probabilmente non sarà l’ultima. Durante i primi soccorsi erano 29 i morti di freddo, ma con il trascorrere del tempo si sono triplicati. Le stime parlano di 300 morti. Non c’era soltanto il gommone con 105 migranti a bordo di cui 29 morti per ipotermia. Altri tre gommoni quasi vuoti sono stati avvistati dai soccorritori e le parole dei sopravvissuti non hanno lasciato dubbi: «Sul secondo gommone abbiamo visto morire oltre duecento persone» e l’Unhcr ha confermato che al momento ci sono 232 vittime. Numeri approssimativi, perché le bare dovrebbero essere un centinaio in più. Il linguaggio giornalistico può parlare di numeri, ma in realtà sono esseri umani, persone e quell’identificarli come semplici e anonimi numeri ci permette di essere indifferenti nei confronti di questi disperati che hanno rischiato tutto pur di andare via dall’inferno africano o mediorientale dal quale venivano.

«Non mi abbandonare al mio silenzio» – Partono, si avventurano. Vorrebbero quasi emulare Ulisse che solcava con l’aiuto degli dei le acque del Mediterraneo. Ma devono fare i conti con la realtà e la brutalità degli scafisti, che li costringono a imbarcarsi anche quando le condizioni del mare non sono adatte per un attraversamento. «Non volevamo partire, c’era brutto tempo. Ma i trafficanti umani di hanno costretti sotto la minaccia delle armi e non avevamo altra scelta. Siamo partiti a bordo di quattro gommoni in 460, ma uno dei gommoni, durante la traversata, è affondato e sono morti tutti i profughi a bordo. Tra loro c’erano anche tre bambini. E’ stata una tragedia, non avrei mai immaginato di vivere un incubo del genere», è stato il commento di uno dei sopravvissuti ripescati nel Canale di Sicilia. Quanto è lontana la voce di Giuni Russo, quanto è distante il suo amore per queste acque che ormai sembrano irriconoscibili. Però c’è un verso di “Mediterranea” che potrebbe adattarsi alla tragicità contemporanea: «Verso la notte non mi abbandonare al mio silenzio». Si, è quello che sperano le persone che provano ad attraversate il mar Mediterraneo. Vivono nella speranza di non essere lasciati soli, nel silenzio e nell’indifferenza circostante.

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