L’architettura dei nostri giorni pare interamente ispirata da quella che potremmo definire “l’estetica dell’aeroporto”: non luoghi studiati dai progettisti per passaggi fugaci, con un’attenzione tutta speciale dedicata ad incorniciare il paesaggio con materiali innovativi traslucidi e gigantesche vetrate. Ammesso e non concesso che questa sia la forma migliore per una aerostazione, è mai possibile che si debba applicare la stessa poetica anoressica alle case, agli uffici, agli ospedali, ai teatri, alle università, agli asili nido? Tutti uguali, peraltro. Qualcuno sostiene che gli stilemi minimalisti non siano affatto ripetuti. Ci sono infinite declinazioni degli assoluti razionalisti, nella versione decostruttivista attuale. Sarà vero? A sfogliare le riviste patinate degli architetti viene da pensare all’opera di Raymond Queneau, «Esercizi di stile», novantanove modi diversi per raccontare la stessa storia banale. Come banali sono le città, replicanti, senz’anima, che si stanno costruendo in ogni angolo del pianeta. L’omologazione architettonica è virale. All’apparenza si tratta di un fenomeno culturale, è l’evoluzione naturale dei linguaggi dell’arte. A ben guardare si scopre che in realtà la componente affaristica è prevalente e la finanza si serve delle giustificazioni della critica architettonica ufficiale per battere cassa. Basti pensare, per fare un esempio recente, al degrado indecente in cui è piombato uno dei quartieri più rinomati di Roma da quando i dirigenti di Eur SpA si sono affidati alle archi-star.

C’è chi sostiene che il fenomeno riguardi più che altro l’Italia. In altre nazioni si trovano quartieri residenziali molto più belli e confortevoli dei nostri, perché qui siamo riusciti a deturpare persino i centri storici, le città più ricche di opere d’arte del mondo, e abbiamo costruito periferie incredibilmente brutte. Bisognerebbe allora definire se le casette del Surrey o quelle di Poundbury o i condomini di Le Plessis-Robinson siano architettura dei nostri giorni o passatismo. Perché la cultura accademica internazionale ostracizza quei modelli, spingendo gli studenti a moltiplicare i non luoghi anche nei centri storici, per farvi dialogare dentro i nuovi non uomini: un’estensione terribile dei concetti espressi nel 1992 dal sociologo Marc Augé nel libro «Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità». Le autorità ecclesiastiche si sono adeguate all’andazzo corrente, affidandosi agli star-architects ed ai loro emuli. Risultato? Chiese che non sembrano chiese. La situazione è desolante. Ne abbiamo parlato in «Nuove chiese: fuochi fatui nella notte fonda», articolo apparso su Il Covile n. 835. In quel contesto segnalavamo l’importanza del lavoro silenzioso svolto negli ultimi anni dal Master in Architettura, Arti Sacre e Liturgia dell’Università Europea di Roma, che sarebbe opportuno trasformare in un vero e proprio corso di laurea in Architettura.

Paradossalmente, in città come Los Angeles, gli atei hanno cominciato a costruirsi “mega-chiese atee”. Hanno mantenuto la chiesa, l’omelia, la questua, i dieci comandamenti, i canti, la comunità, la funzione domenicale e l’idea del servizio ai più svantaggiati. L’unica cosa che manca è Dio. L’iniziativa è bizzarra e suscita stupore, ma in fondo dimostra che anche gli atei hanno i loro idoli, più o meno consapevoli. Hanno sostituito Dio con un surrogato, preferendo trovare dentro di sé una verità che va cercata al di fuori e al di sopra di essi. Che forma avranno questi templi dell’ateismo? Forse finiranno con l’adottare linguaggi classici e neostili, a differenza delle chiese cattoliche, che hanno assunto configurazioni sempre più secolarizzate e adatte a visioni orizzontali, quelle della morte di Dio. Non sono più luoghi sacri, dell’incontro con il trascendente. Sono non luoghi, degni di una società liquida. Pensate per essere luogo di incontro dei cristiani, fra di loro, non con Dio, sono al contrario ambienti in cui ci si sente straordinariamente soli e abbandonati. Alla presentazione del concorso di idee per una nuova chiesa in un paese siciliano, dal pubblico è partita una lamentela sull’inadeguatezza dell’arte sacra rispetto alla richiesta di bellezza dei fedeli. I responsabili dell’iniziativa hanno risposto che sarebbero stati organizzati seminari appositi per aiutare i parrocchiani ad apprezzare l’arte sacra contemporanea. Ormai siamo arrivati a questo, ai campi di rieducazione della gente che ancora conserva un briciolo di buon senso. Un popolo che è ancora una maggioranza, per quanto silenziosa, tiranneggiata da una minoranza clamorosa. Serve urgentemente un cantore del nuovo Arcipelago Gulag, immenso, in cui è stato trasformato il mondo occidentale. Chi l’avrebbe detto che la democrazia avrebbe sortito effetti peggiori delle dittature post hegeliane del Novecento?

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