Andrea Bartoli fondatore di Farm Cultural Park

Quando la cultura diventa un bene comuneNel secondo incontro del programma “Fare innovazione” che si è tenuto a Giardini Naxos venerdì pomeriggio, si è parlato di innovazione culturale con un chiaro riferimento ai beni comuni. Tra gli ospiti intervenuti al convegno c’erano i due fondatori di Farm Cultural Park, il notaio Andrea Bartoli e sua moglie l’avvocato Florinda Saieva. Quando si parla di cultura si pensa subito a qualche museo con poca luce, stanze impolverate in un vecchio palazzo settecentesco, oppure a una biblioteca di cinque piani con oltre 50 mila libri. Beh, in parte è proprio così. Però quando l’innovazione incontra la cultura, intesa come bene comune, può succedere che nascano esperienze interessanti e particolari come quella di Farm Cultural Park. In un’epoca di passaggio, dove l’uomo sta provando a crearsi nuove coordinate per cercare di muoversi con facilità nel millennio appena iniziato, capita che la cultura esca dalla sua torre d’avorio e dai salotti radical chic per rimettersi in strada e confrontarsi con le persone.

Se la cultura rilancia una città – Del resto se si vogliono formare i cittadini, renderli consapevoli e porre le basi per qualcosa di innovativo rispetto al secolo che ci siamo lasciati alle spalle, per quale motivo la cultura dovrebbe continuare a stare in stanze ombrose dove si compiace di se stessa? Ascoltando Andrea Bartoli la Farm Cultural Park nasce proprio da un’esigenza del genere: «E’ nata cinque anni fa quando con mia moglie Flo dovevamo decidere dove costruire il nostro progetto di vita familiare e abbiamo deciso di restare in Sicilia senza piangersi addosso, senza aspettare che il governatore della regione siciliana o qualcun altro ci dovesse cambiare la vita e abbiamo deciso di fare quello che era nelle nostre possibilità per cambiare il territorio, migliorarlo, starci bene e soprattutto renderlo un luogo più attraente, più stimolante per le nostre bambine».

Un museo delle persone – Come aveva messo in evidenza John Dewey, filosofo e pedagogista statunitense, i nostri musei sono diventati i luoghi che hanno contribuito a ghettizzare l’arte. Quindi, secondo il pensatore americano, sarebbe interessante se l’arte venisse liberata da quelle mura in cui è stata imprigionata. Una speculazione filosofica che sembra mettersi in stretta relazione con Farm Cultural Park e a tal proposito Andrea Bartoli ha precisato: «Sono abituato a definire Farm Cultural Park come un centro culturale di nuova generazione e quando utilizziamo la parola museo la usiamo in maniera tecnica per dire che è un museo delle persone. Noi non abbiamo una collezione permanente e le opere, il più delle volte, sono effimere e addirittura immateriali. La maggior parte dei progetti che vengono fatti dagli artisti, dai creativi, ospiti a Farm Cultural Park, hanno a che fare con la relazione, il territorio, i bambini, gli adulti, i giovani, gli adolescenti, gli artisti stessi del nostro territorio. E quindi la cosa più importante da noi è il valore delle persone che stanno passando e delle esperienze che ci stanno regalando e quindi tecnicamente utilizziamo quest’espressione museo delle persone».

L’impatto economico e turistico su Favara – Un museo delle persone, dei volti. Un museo che pone al centro l’altro con tutto ciò che ha da mostrare alla collettività. Farm Cultural Park è l’esperienza vivente di quando la filosofia diventa pratica, di quando le teorie si applicano al territorio in cui viviamo. In una città come Favara, dove aveva preso piede l’idea che le persone non fossero interessate al loro passato e quindi al loro futuro, è successo qualcosa di incredibile. Farm Cultural Park ha risvegliato i cittadini da decenni di indifferenza e animando il centro storico cittadino, in precedenza abbandonato a se stesso, ha ri-dato vita a un luogo che appariva come una periferia della Sicilia. Tutto ciò, evidentemente, ha avuto dei riscontri anche da un punto di vista economico e turistico: «L’impatto è superiore alle nostre più rosee aspettative. Noi quest’estate abbiamo avuto, da luglio a settembre, 25 mila turisti e Favara non nasceva proprio come una città turistica e l’impatto da un punto di vista economico è molto importante, perché in questo momento Favara è una città in controtendenza rispetto a tutto il resto dell’Italia. Da noi tutto il centro storico è oggetto di acquisti, ristrutturazioni, interventi, trasformazioni per finalità turistico-culturali. Nascono tutti i giorni ristoranti, alberghi, b&b».

Una grande opportunità – Certo, non tutti sono attratti dalla novità di Farm Cultural Park, però è un’opportunità per un intero territorio che ha voglia di mettersi in gioco e aprirsi al mondo: «La popolazione sta reagendo bene di fronte a questa novità. C’è stato un attimo di incredulità, ovvero non si riusciva a capire il perché di quello che abbiamo creato. Oggi, invece, si è compreso che Farm è un’opportunità per costruire un futuro a una città che non aveva una dimensione né di passato né di presente. Questo non significa che tutti si sono innamorati di Farm, però non si può pretendere di farsi apprezzare da chi non ha mai letto un libro, non ha mai viaggiato, non ha mai visitato un museo, non è mai uscito da casa. Facciamo fatica noi a raccontare quello che stiamo facendo, figuriamoci chi non ha gli strumenti per poterlo leggere»

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