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Un problema antico – E infine Trenitalia, in silenzio e con furbizia, sembra essere riuscita dove decenni di propaganda leghista hanno fallito: dividere l’Italia, o quantomeno la Sicilia dal resto del Paese. I “terroni”, gli odiati siciliani sono stati finalmente separati dal “continente”. Una decisione che sconcerta e sorprende attivisti politici che solo oggi si fanno fotografare con il cartello #vorreiprendereuntreno. Una mossa pubblicitaria per avere più like su Facebook e quindi comparire agli occhi del loro gruppo politico di riferimento come popolari e quindi candidabili. Al di là di questi giochini da “Sotto Repubblica”, il problema dei treni che arrivano in Sicilia è antico e i signorini avrebbero dovuto accorgersene prima. È vecchio come quel materiale che le Ferrovie dello Stato prima e Trenitalia oggi mettono a disposizione dell’isola del Mediterraneo. Mentre nel resto del Paese circolano Frecce rosse, d’argento e bianche e l’alta velocità compete con gli aerei, in Sicilia ci si trova all’epoca della pietra e le linee sicule sono trattate al pari di quelle periferiche. A fine 2015, a quanto pare, dovrebbero essere aperti i cantieri per iniziare i lavori dell’alta velocità nell’isola. Ci sarà molto da fare, considerando che la maggior parte delle gallerie sono troppo basse per permettere il passaggio dei treni contemporanei.

L’inconsistenza della nostra classe politica – Sta di fatto che aver tagliato i collegamenti diretti tra Sicilia e il resto del Paese è qualcosa di grave. Si, ma il problema è che la Sicilia viene considerata una regione a parte e lo dimostra quello stupido cartello che si può leggere una volta sbarcati a Villa San Giovanni: «Benvenuti in Italia». E la Sicilia cosa sarebbe, Africa? Ritornando ai treni, chi sale a Roma, a Napoli o in altre stazioni intermedie per raggiungere la Sicilia si trova su convogli vecchi e logori. Carrozze che al nord usavano trent’anni fa, sono state inviate al sud mentre al settentrione scorrazzano treni super tecnologici. È la considerazione che da quelle parti hanno del meridione. È la conseguenza dell’inconsistenza politica della nostra classe dirigente, che si fanno sentire soltanto durante il periodo delle elezioni. In quei mesi ti salutano tutti, ma durante la maggior parte del tempo rimanente si fanno i loro affari, provano a scalare la piramide italiana che non ha nulla a che vedere con la parola “merito”. Si, questa cesura sancita da Trenitalia ce la meritiamo tutta.

Il trionfo delle barriere architettoniche – È la conseguenza dell’inettitudine politica del sud, che non è in grado di far maturare un’autentica classe dirigente. Se molti cittadini di Messina scendono a Villa San Giovanni per prendere il primo traghetto o aliscafo e risparmiare il tempo del lungo passaggio con il treno, chi abita in provincia o in altre città siciliane è costretto a rimanere sul treno. È per loro che ci saranno i disagi più gravi. Pagheranno le conseguenze di una simile assurdità le persone più anziane o i diversamente abili, che dovranno scendere da un treno, salire su una nave o su un aliscafo che ha tutte la barriere architettoniche di questo mondo. Insomma, tra convogli antiquati che spesso provocano ritardi imbarazzanti, barriere architettoniche, prese della corrente che non funzionano, eliminare in definitiva il collegamento è una conseguenza che non dovrebbe lasciare sorpresi. Prima o poi sarebbe accaduto. Semmai bisognava mettersi prima alle stazioni con i cartelli #vorreiprendereuntreno, ma la classe politica ha dimostrato la sua cecità e cosa ancora più grave anche i giovani sono rimasti inermi. Oggi, dunque, quel cartello non ha nessun senso. Sta di fatto che Trenitalia dovrebbe rivedere la sua decisione, ma nello stesso tempo servirebbe una riflessione post-ideologica sul ponte dello Stretto. Ne saremo capaci, o i nostri politici continueranno a seguire la piazza per poi accusare di “populismo” qualcun altro?

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