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“Quella diavoletta della Maria Malibran… Fu la prima a venirmi incontro in palcoscenico, dopo la trionfale prima della “Sonnambula” a Londra e, gettandomi le braccia al collo, esplose, nel più esaltato trasporto di gioia, con una battuta e le note dello spartito: ‘Ah, m’abbraccia!…’. La mia commozione fu al sommo, credevo di essere in paradiso… Gli strepitosi e ripetuti applausi del pubblico inglese, che quando si scatena diventa furente, ci chiamavano alla ribalta: ci presentammo tenendoci per mano, l’un l’altra. Non so se nella mia vita potrò avere una emozione maggiore… Splendida e affettuosissima, la Malibran… Come fare a non innamorarsi di una donna che ti stringe forte la mano, dividendo con te le emozioni più belle della tua vita? Io sono debole con le donne, specialmente quando sono belle, e Marietta è più graziosa di tutte le altre, canta divinamente e possiede tali bei sentimenti che, al solo vederla e sentirla, nemmeno l’uomo più duro di questa terra rimane di ghiaccio, dinanzi a tanto miracolo”.

E’ un brano tra i più appassionati delle lettere autografe di Vincenzo Bellini, custodite nel piccolo museo che Catania ha dedicato al suo amatissimo e popolarissimo“Cigno” nella casa che gli diede i natali. Lettere inviate dal giovane musicista (morto a 34 anni) ad un ex compagno di conservatorio (al quale confidava avventure e tormenti d’amore), ai familiari e soprattutto allo zio Ferlito, un agricoltore (fratello della madre) che lo aveva tanto aiutato agli inizi della carriera ed al quale non di cotte e innamoramenti parlava, ma di patrimoni e soldi, interessato com’era più alla dote delle ragazze che al loro amore. Sentimentale e romantico con le amanti, tutte molto ricche, il creatore delle più belle melodie dell’Ottocento, ma freddo calcolatore con le “ragazze da marito” che incontrava o gli proponevano per il matrimonio.  “Egoista e cinico fino alla crudeltà”, a sentire le aspiranti mogli liquidate senza una lettera d’addio ed in certi casi nemmeno un saluto. “La ragazza che cerco per sposare deve avere una dote di almeno 200 o 300 mila franchi, che mi metta in una certa indipendenza per il mio lavoro”, scriveva allo zio.

La casa natale di Vincenzo Bellini è al centro della città vecchia, in piazza dell’Immacolata, non distante dal Duomo. Tre stanze ed un saloncino-biblioteca, al primo piano di una palazzo che al tempo degli Aragonesi aveva ospitato il viceré per la Sicilia: il futuro musicista, primo dei sette figli di un maestro di cappella, venne qui alla luce il 3 novembre 1801. Alle pareti, con le folto dei trionfi alla Scala e nei teatri di tutta Europa, quelle del diciottenne Vincenzo, allievo del conservatorio di Napoli, dove era arrivato grazie agli aiuti dello zio agricoltore e ad un  sussidio delle autorità comunali. Ed i ritratti, ingialliti in vecchie cornici, di cantanti famose, delle tante donne che lo amarono, con le quali visse le “stagioni d’oro” della breve e intensissima carriera, ma che non sempre “ricambiò di vero amore”. In un medaglione, appeso ad una parete dominata dal ritratto dalla bellissima Maria Malibran, il faccino della infelice Maddalena Fumaroli, napoletana, morta di consunzione a 32 anni, nel ricordo di un grande amore svanito nel nulla.

Maddalena era figlia di un magistrato, presidente del tribunale di Napoli. Una ragazza di buona cultura (ma era anche una ottima ricamatrice), che si dilettava di poesia, pittura, canto. Bellini entrò in casa sua, appunto, come maestro di canto. Lui, “alto e slanciato, capelli ricciuti quasi dorati, il volto incorniciato da una leggera peluria più bionda dell’oro, gli occhi azzurri, sognanti, pieni della malinconia delle terre del Sud” (il “ritratto” è del poeta tedesco Heinrich Heine); lei, due anni meno del maestro, “una brunetta dagli occhi neri, gracile e dolcissima”.  Si innamorarono, si frequentarono anche fuori, negli anni in cui Vincenzo si diplomava e raccoglieva i primi successi come compositore; e quegli incontri fuori casa non piacquero per nulla al magistrato Fumaroli, il quale non esitò a “mettere cortesemente alla porta” il giovane e intraprendente maestro. “Era amore vero, allora”, assicurano i biografi, “quello del giovane Vincenzo per Maddalena, forse l’unico autentico amore della sua vita: la ragazza era certamente ricca, ma la consistenza della dote non era ancora, per lui, la cosa che più l’attirasse per il matrimonio”. Ed innamoratissima era Lena, come lui la chiamava affettuosamente.

Decisero insieme di fare il grande passo ed il ventiquattrenne Vincenzo mandò dal magistrato un amico comune (il pittore Marsigli) per chiedergli ufficialmente la mano della figlia. Secca, sprezzante e irremovibile la risposta del giudice Fumaroli, al quale chiaramente non interessavano i lusinghieri giudizi dei critici per la prima opera presentata da Bellini al “San Carlo” di Napoli, “Adelson e Salvini”, né l’ammirazione che gli aveva pubblicamente espresso un  grande della lirica come Donizetti. “Mia figlia non sposerà mai un suonatore di clavicembalo”, le testuali parole del magistrato.

Si ricrederà due anni dopo, il padre di Maddalena, quando il “suonatore di clavicembalo” Bellini presenterà alla “Scala” di Milano la sua seconda opera, “Il pirata”, nel 1827. “Papà è d’accordo, mi ha dato finalmente il suo consenso, possiamo sposarci quando vogliamo, anche subito”, scrisse Maddalena, raggiante, all’amato. Vincenzo, da Milano, non le rispose. Aveva avuto un’altra donna, il soprano Adelaide Tosti, interprete a Genova della sua terza opera, “Bianca e Fernando”, e l’aveva piantata dopo un paio di mesi. A Genova aveva conosciuto in teatro Giuditta Cantù, moglie dell’industriale Ferdinando Turina, quando amoreggiava ancora con la Tosti, e Giuditta gli aveva messo a disposizione la propria lussuosissima casa di Milano, un castello e le ville di cui disponeva in collina e sul lago.

Tornò a scrivergli, Lena, sempre più innamorata e preoccupata per quel silenzio. La risposta ai suoi disperati appelli l’avrà dopo alcuni mesi, non direttamente ma attraverso un messaggio che il già famoso musicista affiderà all’ex compagno di conservatorio Francesco Florimo. “T’acchiudo una risposta per la Fumaroli a sue tre lettere”, leggiamo nella missiva all’amico. “Lei vuole a tutti i costi sposarmi ed io non ho né voglia di prender moglie né denari per mantenerla. Alla sua ancora giovanile età potrà cercarsi il marito che fa per lei. Tu, per mezzo di donna Michelina, le farai avere il foglio, e speriamo che si persuaderà”. Tre righe appena, tra ipocrisia e cinismo, nel messaggio di addio all’ex fidanzata: “Mia cara, a Milano ho preso una decisione che ritengo molto importante per la mia vita: la mia sposa, da oggi in avanti, sarà l’arte”. Morirà di crepacuore, la povera Lena, pochi anni dopo.

Giuditta Turina, la prima delle tre Giuditte della sua vita (le altre saranno la Pasta e la Grisi, entrambe cantanti), aveva due anni meno di Vincenzo, e cioè la stessa età della sfortunata Maddalena. Una affascinante signora della aristocrazia milanese, ricca di famiglia ancor prima del matrimonio, colta, innamorata dell’arte non meno che del suo bel Vincenzo, che esibiva orgogliosa nei propri salotti. Nessun ostacolo da parte del marito, allora, alla loro love story, ufficializzata peraltro dalla convivenza sotto lo stesso tetto: l’industriale della seta Turina era tutto preso dal lavoro in fabbrica e dai suoi sempre più frequenti e impegnativi viaggi d’affari.

Si era sposata a 16 anni, Giuditta, ma il matrimonio, proprio per i suoi interessi culturali che non si conciliavano con quelli del marito industriale, era stato tutt’altro che felice. Innamorato, il Bellini? “Più che di Giuditta”, scrivono i biografi, “lo era certamente di quel che lei gli garantiva: una vita di assoluta comodità, tra agiatezze insperate, la indipendenza economica, la possibilità di dedicarsi in tutta serenità al suo lavoro”. All’amico Florimo, in quei giorni, Vincenzo scriveva: “Questo amore mi salverà da qualche matrimonio non felice, e credo che tu lo capirai, per la mia debolezza di innamorarmi alla follia. Nel giungere a Milano, l’anno passato, dopo aver conosciuto parecchie persone, incominciai ad essere bene accolto e feci delle amorose conoscenze, ma di pochissima durata. Questa vita, di lasciarne una per prenderne un’altra, durò finché andai a Genova, dove conobbi la mia presente amica: bella, amabile, di una dolcezza di carattere che non può non fare innamorare immediatamente chi la incontra”.

Dei suoi approcci sentimentali con la donna che gli diede amore e ospitalità per cinque anni, all’amico raccontò tutto. La lettera è del 2 settembre 1828 (Vincenzo aveva 27 anni). “Due giorni dopo che le ero stato presentato in teatro, andai a farle la prima visita in casa, a Milano. Nell’entrare e vedermi, ella diventò come uno scarlatto, ed io quasi fui sorpreso e incantato da questo fenomeno inaspettato, e perciò posi il pensiero di amarla. Nei giorni successivi seguitai a visitarla, quando dei forti dolori la obbligarono a letto, ed io profittai di questo suo incomodo per dimostrarle la mia amorosa premura. Così ebbi delle ore che fui solo con lei, e sai come cadono i discorsi senza avvedercene in quei pensieri che sono fissi in testa, così noi ci dichiarammo innamorati. Non vi fu altro piacere, in quei primi giorni, che conversare e stare delle ore insieme abbracciati, immersi in amorosi baci, e dirci sempre di amarci. Ma in essa non cessavano mai i dubbi di credere vero il mio amore, ed io, per parte mia, non avevo ancora la certezza che quella signora così amabile e dolce fosse diversa davvero dalle altre donne milanesi che avevo avvicinato…”.

“Dopo parecchie sere di discorsi amorosi, e strette e baci”, è ancora la lettera del giovane e focoso musicista all’amico, ”colsi il fiore dell’amore quasi di sfuggita, poiché si trovava suo padre in casa e stavamo con tutte le porte aperte. Ella, nel deliquio dell’amore, mi disse: ‘Bellini, m’amerai sempre?… M’amerai di più ancora?…’. Io le risposi, giurandole di sì, che l’avrei amata per sempre, se ne fosse stata veramente meritevole. E  sono stati, per noi, i primi di tanti giorni felici… Essendo una donna ricchissima, bella e piena di doti che fanno desiderare la sua compagnia, prima non vi era divertimento che ella non fosse invitata, e adesso invece tutto rifiuta, fugge il chiasso, non gode che con me, e quando si trova per necessità in mezzo a della gente, una malinconia l’affligge. Quindi, tutti i dati sono ch’ella mi ama davvero, il mio spirito è quieto, e l’affare pare che sia serio, perciò adesso te lo comunico e l’affido alla nostra segretezza”.

Era un “affare” certamente serio, per il corteggiatissimo musicista catanese, sempre più ammaliato dalle ricchezze, dalla prospettiva di una vita tra agiatezze d’ogni genere, senza problemi e l’assillo di dover produrre ad ogni costo opere in serie, anche quelle che non gli piacevano, per vivere. Furono anni di intensa creazione artistica. Compose nella villa dei Turina a Burago, in Brianza, “La straniera”, “Zaira”, “Capuleti e Montecchi”; in quella di Moltrasio, sul lago di Como, e nel castello di Casalbuttano presso Cremona, “Ernani”, “La Sonnambula”, “Norma”. Giuditta gli era sempre accanto, innamorata, orgogliosa di essere per lui quasi una musa ispiratrice, felicissima. Ma il suo amatissimo compagno non era certo diventato, accanto a lei, uno stinco di santo. “Volubile come il vento, sempre”, ricordava all’amico Florimo, rivelandogli i particolari di un nuovo amore, quello per il mezzosoprano Giuditta Grisi (4 anni meno di lui), interprete del “Pirata”, di “Norma e “Capuleti e Montecchi

Perse la testa, la Giuditta amante ufficiale, quando seppe delle “frequentazioni” assidue del suo Vincenzo con la bella e giovane Giuditta cantante. E Bellini negò tutto (ipocritamente e cinicamente, come sempre avveniva nei suoi rapporti con le amanti) in una lettera che spedì alla Turina da Napoli. “Sono cose sciocche, soltanto chiacchiere… Quegli che ha messo la bubbola in campo, e l’ha raccontata a Milano a parecchi, è il marchese Marazzi, il primo chiacchierone della terra…”, scrisse alla gelosissima donna che continuava ad ospitarlo.

Non raccontava frottole, il marchese Marazzi. Non le racconterà neppure per le “fiammate d’amore” di Bellini per il soprano Giuditta Pasta, la terza Giuditta innamorata, quattro anni più del maestro, sposata e madre di una bambina già grandicella, interprete di “Norma” alla Scala nel 1831. Era tutto vero. Giuditta Pasta ospitò più volte il maestro nella sua villa di Blevio, nei pressi di Como: le lettere-confidenze di Bellini all’ex compagno di conservatorio lo confermano. Un irresistibile “vagabondo di alcove”, insomma, con un debole per le donne sposate. Al matrimonio,  allora, non pensava affatto.

Ne parlava al caro zio Ferlito: ”E’ mio progetto di prender moglie, ma solo se ne trovo una con la dote almeno di 200 mila franchi, buona di carattere, bene educata e non brutta. Una occasione si era presentata: una giovane di 18 anni, con i 200 mila franchi in contanti subito, forse con altrettanti dopo la morte di suo padre, ma il carattere non mi piace, è troppo viva, ha la voglia del comando, ed io non voglio di tali diavoli in casa”. Ed ancora: “Io sono così: amo la donna che non progetto di sposare; e se tale impressione sarà costante, vedi bene che mai prenderò moglie”. Molto più comodo per lui, certo, saltare da una amante all’altra, senza legami e impegni con nessuna.

Scoppiò una grana, dopo un clamoroso fiasco della “Beatrice di Tenda” a Venezia, nel 1833. Felice Romani, librettista di quasi tutte le opere di Bellini, accusò apertamente le “tre Giuditte” di aver fatto perdere la testa al giovane maestro. E fu la rottura definitiva del rapporto tra Vincenzo e la Turina, dopo cinque anni di convivenza. Con un colpo di scena assolutamente imprevedibile e decisamente non credibile, che non poteva non far sorridere i bene informati salotti di tutta Italia. Il marito industriale chiese la separazione da Giuditta con la risibilissima motivazione  che aveva scoperto soltanto in quella occasione, leggendo i giornali (così disse in tribunale), che la moglie lo aveva tradito con il maestro Bellini, da lui ospitato per cinque nani (cito le sue testali parole) “per un atto di liberalità e con la generosità di un mecenate sensibile al mondo dell’arte”.

Doppiamente tradito, insomma, a sentir lui: dalla moglie e dall’ospite. Ed il maestro dal cuore matto fu costretto a sloggiare da casa Turina, dalle sue ville e dal suo castello. Per sua fortuna, non era più “povero in canna”, il catanese Bellini, come nei giorni dell’arrivo a Milano: i diritti d’autore, anche se a quel tempo non facevano arricchire i compositori, gli avevano comunque consentito di mettere da parte qualcosa. Si trasferì a Londra, per la prima di una “Sonnambula” in lingua inglese al “Drury Lane”, interpretata da Maria Malibran. Un trionfo, seguito a pochi mesi da quello della “Norma”, sempre in inglese ed ancora con la Malibran.

Aveva 25 anni, la splendida Marietta, sangue spagnolo nelle vene, anche se era nata a Parigi, si era sposata giovanissima con un banchiere francese, aveva messo al mondo un bambino, si era separata dal marito e conviveva ufficialmente con un violinista belga, molto più grande di lei, Charles de Beriot. Incanterà il trentaduenne maestro siciliano con la sua bellezza, oltre che con il suo talento. Delle tre Giuditte, solo la Pasta manteneva ancora rapporti con l’impenitente “tombeur de femmes” catanese. Si trovava anche lei a Londra in quei giorni e fu la prima a notare i “tormenti d’amore” del suo amatissimo maestro.

”Giuditta Pasta, che io vedo ogni giorno”, leggiamo in una lettera a Florimo da Londra, “si è accorta già che io ho perduto il lume degli occhi per questa spagnola. Io la rassereno col dirle che s’inganna, quando dice che sono cotto per la Malibran. Ma Giuditta, che è una donna, e tu sai come le donne vedono lontano, mi replica: ‘Il tuo amore, mio caro Bellini, ti si legge negli occhi’. Sì, ha proprio ragione: per quel diavoletto della Malibran ho perduto la testa”.

Fu quella la prima sconfitta amorosa, per il più amato compositore dell’0ttocento. Illuso da quel calorosissimo abbraccio in palcoscenico alla prima della “Sonnambula”, le tentò tutte per riuscire a strappare l’incantevole Marietta al violinista amante. La conferma viene da un cantante, il basso Luigi Lablache, che fu per anni compagno di scena della Malibran. “Chiese a me di aiutarlo, per conquistare il cuore di Marietta”, leggiamo in una sua intervista alla “Gazzetta italiana” del 5 settembre 1838. “Veniva a trovarmi a tutte le ore, in albergo di prima mattina, la sera in camerino, la notte in albergo. ‘La amo come non ho mai amato alcuna donna in vita mia: senza di lei non ha senso la mia vita, la mia carriera’, continuava a ripetermi. Voleva che le parlassi io, non avendo il coraggio di farlo lui. E scoppiava in singhiozzi, che mi davano una gran pena. Ma cosa potevo farci io, se Maria amava davvero quell’anziano violinista? Non riusciva a capacitarsi, il caro Vincenzo. ‘Marietta è troppo intelligente e troppo viva perché possa accontentarsi della compagnia di quel macabro essere’, arrivò a dirmi una notte in preda alla disperazione. ‘Quando li vedo insieme, mi pare di vedere la vita e la morte’. Fu preso da vera follia passionale, povero Bellini, una follia che può portare un uomo alla rovina. Continuava a cozzare come contro una fortezza, e più la trovava inespugnabile, più si accendeva e delirava”.

E’ davvero un Bellini sorprendente, quello che vien fuori dalle carte custodite nella casa museo di Catania. “Egoista, ipocrita, arrivista, cinico, crudele con le donne che lo amavano”, hanno scritto i biografi, “ma anche un uomo che per amore ha tanto sofferto”. Non rientrò più in Italia, l’acclamatissimo Bellini. Scelse di vivere a Parigi, ospite di amici inglesi. Giuditta Turina, separata dal marito, non si rassegnava a vivere senza l’uomo che era stato suo amante per cinque nani. All’amico Florimo, il 4 ottobre del 1834, il trentatreenne Vincenzo scriveva da Parigi: “La Turina mi manda sempre lettere, si vede che pensa ancora di riavermi; ma io, mio caro, ora che sono uscito dal fuoco, non voglio più ricadervi…”. Pensava, certo, di rifarsi una vita in Francia. Con il successo de “I Puritani” a Parigi, c’era stata la consacrazione definitiva del genio Bellini. Il grande Rossini, allora incontrastato dominatore del mondo musicale parigino, gli era prodigo di consigli; Chopin ed il vecchio Cherubini gli erano amici.

Vincenzo sognava di fare grandi cose. E, alla soglia dei 34 anni, cominciò a pensare seriamente al matrimonio: sempre d’affari, ovviamente. Una delle candidate fu la figlia sedicenne della Giuditta Pasta che lo aveva tanto amato; un’altra, la figlia diciottenne di un pittore francese. “La baronessa Sellingen”, leggiamo in n’altra lettera a Florimo, “vuole ammogliarmi con una ragazza di 18 anni, che mi dice essere assai bellina ed avere della fortuna, 200 o 300 mila franchi di dote. Essa è figlia unica e presentemente non è a Parigi, ma a Roma con i genitori. Suo padre è il celebre pittore Horace Fernet. Ho chiesto informazioni ad un amico che ha conosciuto la ragazza e dice essere graziosissima, bene educata, conosce la musica, il disegno e le lingue alla perfezione. Lui mi consiglia, se la dote non è meno di 200 mila franchi, di trattare questa unione, perché prenderei qualche cosa di pregevole. Lo farò probabilmente. Così, contraendo il legame con una ragazza che mi mette in condizione di una certa indipendenza, posso restare a Parigi e scrivere per il ‘Grand Opéra’ e poi per la ‘Opéra Comique’, impegnando in ogni lavoro il tempo che voglio, perché non avrei bisogno di pronti guadagni per intrattenere il mio stato. L’avere poi in casa una ragazza bellina e piena di premure farà sì che io non prenderò più relazione alcuna con donne non mie, e quindi eviterei dei continui rancori”.
Non poté realizzare nulla, né il matrimonio con dote né le opere che progettava di dare a Parigi. Il bel Vincenzo morì a 34 anni, il 23 settembre 1835, per una infezione intestinale, mal curata dagli amici che lo ospitavano (ci fu anche chi adombrò un “giallo”, prospettando l’ipotesi che qualcuno lo avesse avvelenato”, ma i risultati dell’autopsia smentirono ogni insinuazione). Quindici mesi prima, a Napoli, era morta (a 32 anni) Maddalena Fumaroli, la ragazza che Vincenzo aveva abbandonato partendo per Milano. Ed il 23 settembre 1836, esattamente il giorno in cui si celebrava il primo anniversario della morte di Bellini, moriva (a 29 anni) a Manchester, in Inghilterra, Maria Malibran, in seguito ad una caduta da cavallo. La ragazza che il musicista siciliano Vincenzo Bellini fece tanto soffrire e la cantante che fece tanto soffrire lui, morirono giovanissime, una dopo l’altra: con il loro quasi coetaneo maestro.

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