Dati Istat di chiusura del 2014 ancora negativi per la cultura e l’istruzione in Italia. Basti pensare che dal 1995 ad oggi, ovvero negli ultimi 20 anni, l’Italia non ha aumentato neanche di un euro la spesa per studente. I livelli italiani sono di ben 2 punti percentuali sotto la media dell’Ocse. A questo poco lusinghiero dato si contrappone quello relativo alla Danimarca, lo Stato tra i Paesi europei dell’Ocse che investe maggiormente nella formazione, quasi l’8 per cento del proprio Pil. Sono sempre meno, inoltre, i giovani che si iscrivono all’Università. Se nel 2003 erano quasi 73 gli immatricolati su 100 diplomati nel 2013 sono stati in media solo 55. Anche gli Stati colpiti maggiormente dalla crisi economica Portogallo, Spagna e Irlanda investono nettamente di più sull’istruzione e aiutano maggiormente i giovani e le loro famiglie ad affrontare i costi universitari. L’Italia dunque maglia nera delle nazioni europee in “classifiche” importanti per il suo futuro.

La tendenza dovrebbe cambiare da quest’anno grazie alla legge di stabilità che ha istanziato un miliardo di euro per la formazione giovanile. Sembra chiaro dai dati Istat che la crisi ha influenzato le scelte dei giovani italiani nell’ultimo anno: la delusione che molti laureati provano perché non trovano lavoro oppure perché devono andare all’estero oppure perché rimangono ad un livello di professionalità inferiore rispetto a quello per cui hanno studiato per molti anni, ha spinto altri di loro a rinunciare all’Università. Puntare sulla formazione quindi serve finalmente a colmare quel vuoto che si è creato in Italia negli ultimi trent’anni tra studio e lavoro, diventate ormai due alternative tra loro incompatibili e non invece mutuabili.

Contestualmente, continuano a calare i lettori di libri e quotidiani. E’ proseguita nel 2014 infatti la diminuzione dei lettori di quotidiani: a leggerne uno almeno una volta a settimana è il 47,1 per cento della popolazione, con un costante calo dal 2010, quando la quota era del 55 per cento; e nel 2014 si è dedicato alla lettura il 41,4 per cento delle persone in età scolare (-1,6 punti percentuali rispetto al 2013). A diminuire sono soprattutto i lettori deboli (chi legge al massimo tre libri nell’arco di un anno) rimane invece stabile la quota di coloro che leggono 12 libri e più. Il contraltare del calo di quotidiani e libri è la crescita di quanti usano le nuove tecnologie: nel 2014 è passata dal 54,3 per cento del 2013 al 54,7 per cento la quota di popolazione che utilizza il personal computer, mentre registra un deciso balzo in avanti, dal 54,8 al 57,3 per cento, la percentuale di chi si collega ad Internet. I più assidui sono gli under 20, quasi nove su dieci, ma gli utilizzatori del pc aumentano anche fra i 65-74enni (21,2 per cento contro 19,5 per cento di un anno prima) e gli ultrasettantacinquenni (4,7 per cento dal 3,9 per cento nel 2013).

Un andamento analogo si registra anche per gli internauti. Nel 2014, nonostante il perdurare della crisi, sono tornati a crescere, anche se lievemente, i consumi culturali fuori casa degli italiani, dopo due anni consecutivi di calo. Secondo l’Istat il 62,6 per cento della popolazione ha fruito di almeno uno spettacolo o un intrattenimento o di una visita a musei e mostre (61,1 per cento nel 2013). Ad aumentare sono soprattutto la frequentazione di musei, mostre e siti archeologici (dal 25,9 per cento del 2013 al 27,9 per cento) e la partecipazione a spettacoli sportivi (dal 24,4 per cento al 25,2 per cento). In controtendenza il cinema che nonostante continui ad attirare il maggior numero di persone, ha subìto la flessione più decisa negli ultimi cinque anni: nel 2010 si recava al cinema il 52,3 per cento della popolazione, oggi solo il 47,8 per cento. Anche se in lieve flessione, la televisione rimane il medium più amato dagli italiani: la guarda il 91,1 per cento della popolazione di tre anni e più (92,3 per cento nel 2013). Il piccolo schermo attira spettatori in tutte le fasce di età. Il ritratto dell’Annuario Statistico Italiano dell’Istat del 2014 è di un’Italia sempre più anziana, più povera e più disaffezionata alle sue istituzioni. Unici dati positivi sono quelli relativi ai consumi culturali fuori casa che, invece, “riprendono a crescere”.

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