Quell’insegnamento nel suo editoriale – «Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili. Pretende il funzionamento dei servizi sociali. Tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo». È uno dei pensieri più belli e profondi del giornalista di Palazzolo Acreide assassinato dalla mafia il 5 gennaio 1984 nella città di Catania. Un concetto estrapolato da uno dei suoi più importanti discorsi giornalistici. Era l’11 ottobre del 1981, quando come direttore del “Giornale del sud” scrisse un editoriale, “Lo spirito di un giornale”, in cui delineava le caratteristiche che doveva assumere la sua redazione. Parole rimaste intatte nel tempo, che hanno ispirato ragazze e ragazzi diventati giornalisti con le idee e i principi di Pippo Fava.

Un omicidio mafioso – Oggi ricorre l’anniversario del suo assassinio ed è giusto ricordare quei tragici momenti. Cinque proiettili calibro 7 e 65, sparati al finestrino di una Renault 5 in una serata di pioggia. Era la vigilia dell’epifania. Moriva così, 31 anni fa, Pippo Fava, il giornalista fondatore dei “Siciliani”. La sera del 5 gennaio 1984 si era fermato all’entrata del teatro Verga di Catania, per prendere la nipote che aveva recitato in Pensaci Giacomino di Luigi Pirandello. Fava, però, non ebbe il tempo di scendere dalla sua auto: i killer di Cosa Nostra lo freddarono con cinque colpi di pistola alla nuca. Per quell’omicidio, che all’inizio venne ridimensionato a delitto passionale, in seguito furono condannati dalla corte d’assise di Catania i boss Nitto Santapaola e Aldo Ercolano, considerati i mandanti, e Marcello D’Agata, Francesco Giammuso e Vincenzo Santapaola, come organizzatori ed esecutori dell’omicidio. A portare alla sbarra i cinque imputati furono le dichiarazioni di Maurizio Avola, collaboratore di giustizia che si autoaccusò dell’omicidio, patteggiando sette anni di pena. La Corte d’appello di Catania ha poi confermato le condanne all’ergastolo per Santapaola e Ercolano, mentre ha assolto D’Agata, Giammuso e Vincenzo Santapaola. La sentenza è diventata definitiva nel 2003.

Il ricordo della città di Catania e l’impegno della Fondazione Fava – Al di là di questa triste vicenda dell’assassinio di Pippo Fava da parte della mafia, che cosa resta dei suoi insegnamenti e atteggiamenti? Oggi è il momento migliore per porsi una simile domanda. Mentre a Catania l’assessore Rosario D’Agata, in rappresentanza del sindaco Enzo Bianco e di tutti i componenti della giunta municipale, depositerà una corona d’alloro in memoria di Pippo Fava davanti alla lapide della via intitolata al giornalista ucciso dalla mafia trentuno anni fa, i giovanissimi conoscono questa figura? Forse sì, ma lo considerano uno dei tanti caduti nell’eterna lotta tra Stato e mafia. Un personaggio da ricordare, se tutto va bene, soltanto nell’anniversario della sua morte. È davvero un peccato, ma a questa grave mancanza cerca di sopperire la Fondazione Fava che si impegna in varie attività contro la delinquenza e in favore dell’educazione alla legalità. A quanto pare non tutto è andato perduto.

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