Natale a Taormina Foto Andrea Jakomin /Blogtaormina ©2014

Le origini della festa – Le festività natalizie, prendono il via a partire dall’otto dicembre, giorno in cui si celebra l’Immacolata Concezione, dedicata a Maria, colei che porta in grembo il frutto dello spirito divino. Sul giorno in cui è nato Gesù Bambino, la tradizione vuole che il giorno natale del “Bambinello” sia fissato al 25 dicembre. Qualche giorno prima, il 21 dello stesso mese, è il solstizio d’inverno e si apre un nuovo corso nel ciclo naturale. I celti festeggiavano il solstizio d’inverno e i romani celebravano i saturnali, in onore di Saturno dio dell’agricoltura, scambiandosi doni per auspicare giorni di pace e ricchezza per tutti. L’imperatore Aureliano, nel 274, sostituisce questa festa, con quella del sole e i culti orientali in favore del dio Mitra, si mescolano ai precedenti; la data è fissata al 25 dicembre.

L’editto di Costantino e il radicamento del cristianesimo – Il radicarsi del pensiero cristiano, l’assimilazione dei precedenti culti pagani, trovano base solida nell’editto di Costantino, nel IV secolo d. C., quando il cristianesimo diviene la religione ufficiale di Bisanzio e papa Giulio I riunifica le feste pagane con quelle cristiane. Il 25 dicembre come giorno natale di Gesù appare per la prima volta 336, e lo si riscontra nel Chronographus, redatto dal letterato romano, Furio Dionisio Filocalo. Ma il giorno del 25 nasce anche per sostituire la festa del Natalis Solis Invicti, la nascita del “Sole Invincibile” di tradizione romana, che inaugura appunto col solstizio d’inverno la fine dell’anno e il nuovo ciclo vitale. Con la celebrazione della nascita di Gesù, indicato nel Libro di Malachia come nuovo “Sole di Giustizia”, il culto cristiano si perfeziona, traendo forza e suggestione dai riti pagani. La fissazione ufficiale della data cristiana, sembra sia avvenuta nel 440.

Il rito del Natale, tra tradizione popolare e culto religioso – Le feste natalizie, molto sentite in tutta la Sicilia, racchiudono un insieme di valori etici e religiosi che pongono in cima, l’importanza del nucleo familiare. Forte è il desiderio di restare uniti e adoperarsi, affinché i giorni di festa siano condivisi con le persone a noi più care, parenti ed amici. Il pensiero di positività che permea queste festività, si traspone nei riti tradizionali, che vedono al centro, la gioia per l’imminente nascita di Gesù insieme all’augurio che la luce del Figlio di Dio, conforti i cuori e sorregga gli uomini nei giorni futuri. Il Natale, nel meridione e nelle isole, è festa familiare che mai si è distaccata del tutto dalle antiche tradizioni contadine e pastorali. La nascita del vero Sole, è la nascita di un nuovo corso della natura e i gesti di questa tradizione, accompagnano i riti religiosi che si chiuderanno il 6 gennaio, con l’Epifania.

Natale a Taormina, il rispetto per la tradizione – La città turistica, al passo con le novità provenienti dal mondo e in sintonia con i toni nordici europei, dati dall’introduzione dell’Albero di Natale, non ha perso il contatto intimo con la sua anima cristiano-popolare. I taorminesi tengono molto a questa festa, tanto quanto sono legati alla Pasqua. Il Natale nel rituale, si apre con la Novena dell’Immacolata, nove giorni di preghiere, dal 29 novembre sino all’8 dicembre. Questo è il periodo in cui si fanno il Presepe e l’albero, che devono essere pronti entro e non oltre il 13 dicembre, il giorno di S. Lucia. A Taormina, in vero, il presepe viene fatto l’8 dicembre e la festa di S. Lucia non è celebrata come nel siracusano e in altre parte isolane. Ma se qui, non si mangiava la “cuccia”, il tipico piatto a base di grano cotto, era tradizione dare il nome Lucio o Lucia, ai bimbi nati in questo giorno, e mangiare un piatto di ceci la vigilia della festa, come atto di contrizione. Un uso oramai perso ma che collegava la città ai culti religiosi degli altri luoghi di Sicilia. Dal giorno dell’Immacolata, dopo che si è preparato il presepe, si inviteranno amici e parenti per ammirarlo insieme e giocare a carte: sette e mezzo, scopone, mercante in fiera, e altri giochi per stare insieme in allegria.

Il Natale, festa dei quartieri e delle famiglie – Natale, è la festa in cui la città s’accende di luci e si veste di colori caldi, che completano lo scenario offerto dalla bellezza del luogo. Piazze, vicoli e strade, come il Corso Umberto, sono i salotti dell’accoglienza e dell’ospitalità. L’atmosfera del Natale, con i suoi addobbi e le atmosfere date dal mantenimento delle tradizioni locali, è presente nei diversi quartieri, dove le chiese allestiscono un presepe o una natività. Ciò nasce dall’uso, tramandatosi nel tempo, di tenere vive, perpetuandole nel tempo, le tradizioni agro-pastorali e quelle legate all’attività della pesca, di due tra i quartieri storici taorminesi; U Burrucu, il quartiere dei pescatori, nella zona di piazza Raggia e via Bagnoli Croci e Cuseni, l’antico quartiere dei pastori, nella zona sopra porta Catania. Tradizioni che andavano a mescolarsi con quelle seguite dalle classi nobiliari e che coinvolgevano l’intera cittadina.

Il vero Natale parte con la Novena – Dopo la Novena dell’Immacolata, la vera festa, ha inizio nove giorni prima del 25 dicembre. La sera in cui si “chiama” la Novena di Natale, fatta di messe, canti, preghiere; le campane delle chiese dopo il tramonto, ne danno l’annuncio. E allora che inizia anche la “Novena dei pastori”, la raccolta di nenie che narrano la nascita di Gesù, e per la città, secondo antica consuetudine, girano per le strade i “ciaramiddari”, ossia i suonatori della tipica zampogna siciliana a Ciaramedda. Uno strumento antico, dal suono stridente e tremulo, emesso da una canna secca lavorata e che ha la sua particolarità nel fatto che la parte che la camera d’aria, è fatta con la pelle di capra capovolta, lavoro di sapienti artigiani che di padre in figlio si trasmettono questo sapere. La “Novena dei pastori” suonata dagli zampognari, che indossano i tipici costumi della tradizione, vede la pratica di andare non solo per le strade a suonare i canti “pu Bammineddu”, il Bambinello, ma si svolge nei quartieri e a richiesta, lo zampognaro, si reca nelle case per suonare davanti al presepe. Anticamente, poiché non tutti potevano permettersi il presepe, si andava presso le famiglie che lo avevano allestito per ammirarlo e commentarne le novità, un modo per socializzare e darsi anche al “cuttighhiu”, al pettegolezzo. Dietro lo zampognaro, che si recava nei quartieri e nelle case, gruppi di bambini vocianti, divertiti dal suono della zampogna. E quest’uso, in massima parte, è ancora vivo a Taormina.

Il presepe, cuore della tradizione – L’arte del presepe in Sicilia, risente degli spunti offerti dalla scuola napoletana, ma si rigenera in un artigianato artistico tipico dell’isola. I centri di produzione vanno da Ragusa, Noto, Siracusa, Caltagirone, Acireale, Palermo, Trapani, Messina, con materiali e stili unici. Tra i primi a dedicarsi alla creazione dei presepi, vi furono i celebri artisti rinascimentali Laurana e Gagini nel XV secolo; e il primo presepe scultoreo, è il gruppo marmoreo della chiesa dell’Annunziata a Termini Imerese, datato 1494. Da allora, il presepe siciliano, come quello napoletano, si arricchisce dei temi quotidiani con le figure di pastori e artigiani che insieme ai contadini, animano la scena presepiale, in mezzo alla Sacra Famiglia. Il marmo e successivamente la ceramica, come quella di Caltagirone o S. Stefano di Camastra, sono scelti dalle famiglie abbienti, mentre inizialmente le statuine erano in legno e fil di ferro con abiti in stoffa. L’uso della terracotta e quello del gesso, renderanno il presepe alla portata di tutti e lo trasferiranno in ogni famiglia.

Il presepe nelle case di Taormina – Il presepe riunisce attorno alla sacralità dell’attesa per la nascita di Gesù, ogni quartiere e le famiglie che vi abitano. In città, qualche famiglia possiede ancora statuine di gesso o terracotta e si può ammirare una collezione di queste, all’interno della chiesa di S. Antonio Abate, nei pressi di porta Catania. Qui, oltre al grandioso presepe in sughero vi è una teca, entrando a sinistra, che contiene alcune di queste figure, risalenti ai primi del Novecento. La particolarità, oltre alla povertà del materiale usato, è nel fatto che quelle in gesso, hanno la parte posteriore piatta e non tridimensionale, mentre quelle in terracotta, appaiono dotate di maggior plasticità. L’acquisto delle figurine in gesso, avviene anche dopo la seconda guerra mondiale, segno evidente della ristrettezza economica che aveva colpito Taormina.

Il rito dell’allestimento – Ogni famiglia, non perdeva l’appuntamento con la tradizione di recarsi in campagna o nella zona vicino al Torrente S. Antonio per prendere il muschio, e qualcuno ancora oggi, lo preferisce a quello sintetico. Si usava anche la pietra lavica o il legno, per ricreare la grotta o la capanna che ospitavano la Sacra Famiglia; la statuina di Gesù naturalmente, veniva aggiunta alla mezzanotte del 24 dicembre. Il presepe veniva addobbato anche con gli agrumi, mandarini e arance segno di prosperità e vita. Tra le figure tradizionali che ancora oggi si possono ritrovare vi era lo Zi Innaru, lo zio gennaio, che alcuni vedevano nel vecchietto che si scaldava al fuoco, mentre altri lo identificavano nel vecchio eremita dentro una grotta. Poi c’era il pastorello che dorme, messo vicino alla grotta di Gesù, detto Susi pasturi, “Alzati pastore”, incurante di ciò che accadeva attorno a lui, e U sbaundatu ra stidda, quello che restava stupito dalla visione della Stella Cometa.

I presepi animano le chiese – Dalle case ai quartieri, i presepi o le scene della natività, si spostano nelle chiese, luoghi di preghiera e ambienti d’incontro. Girando per la città, si ritrovano un po’ dappertutto, come nella chiesa di S. Antonio Abate con il presepe degli anni cinquanta, in sughero, che è in esposizione permanente. O all’interno del Duomo, con Maria e Giuseppe a grandezza naturale, la mangiatoia che ospiterà Gesù, in un’ambientazione scenica tipicamente siciliana, fatta di anfore in terracotta, paglia e fichi d’India. Sotto i portici di palazzo dei Giurati, sede del Municipio, è allestito un presepe in legno e altri materiali, che ripropongono come quello di S. Antonio Abate, i monumenti cittadini dalla Villa, a Palazzo Duchi di S. Stefano, al Teatro Antico, con pastori in terracotta e scene di vita agreste e pastorale. Nella chiesa di S. Giuseppe, di fronte piazza IX Aprile, vi è un presepe che rievoca la luminosità e i mosaici bizantini. A S. Caterina d’Alessandria, vicino palazzo Corvaja, sull’altare, è riproposto un presepe tradizionale, con pastori in terracotta e alla base dell’altare, vi sono le offerte, composte da ceste di agrumi e frutta secca, in omaggio alla tradizione popolare.

La notte di Natale e i falò – La vigilia di Natale, il 24 dicembre, è il momento del passaggio e dell’imminente nascita di Gesù. In piazza Duomo e in piazza S. Caterina, la legna è già accatastata per il falò, rito antico che ricorda gli usi pastorali. Il fuoco viene acceso attorno alle 22, prima di recarsi alla messa, e servirà a scaldare il Bambin Gesù. La gente si affolla attorno al fuoco, quasi a volersi purificare, per poi recarsi in chiesa a pregare. Nel periodo tra gli anni sessanta e settanta, c’era un uomo, Tureddu u ciuciaru, pescatore della baia di Mazzarò, che insieme ai suoi collaboratori, andava a raccogliere la legna per il falò; e tutti quelli che avevano roba vecchia da bruciare, la portavano in piazza per “fare il falò più grande”. Le celebrazioni, che giungeranno al culmine con la nascita di Gesù, apriranno ufficialmente il 25 dicembre, giorno di Natale, dove ogni famiglia si riunisce per ritrovare il senso dell’unità.

Il Natale, tra giochi e cibi – Questa festa, che auspica il desiderio di prosperità, benessere e serenità, si svolge all’insegna degli incontri conviviali. Si gioca a carte, ma dopo il cenone della Vigilia, mentre si aspetta la nascita di Gesù, chi non va a messa, si siederà con i bambini, i ragazzi e i parenti, per giocare a Tombola. In molte case ancora oggi, le caselle vengono segnate dai legumi come era un tempo: fagioli, lenticchie o ceci. Il cenone della vigilia, vede impegnate intere famiglie e tra i cibi tradizionali, vi sono le Crispelle, fatte con acqua e farina lievitati dove all’impasto, sono aggiunte a piacere le acciughe, la ricotta, o l’uva passa, e dopo averne fatto delle palline con un cucchiaio, vengono fritte nell’olio. Quelle dolci, cosparse di zucchero. Ma c’è anche il Baccalà impanato nella farina di semola o bianca, e poi fritto nell’olio; retaggio normanno a cui si deve l’introduzione del merluzzo essiccato, il Pesce stocco, o salato, il Baccalà. C’è il pollo, il cui brodo si usa per cuocere la pasta ripiena. E tra i dolci, oltre agli importati Panettoni e Pandori, c’è la Mostarda, ottenuta dal mosto di vino cotto e guarnito con nocciole, mandorle tritate o i pistacchi di Bronte. Inoltre, mai potrebbe mancare sulle tavole natalizie taorminesi, la frutta secca, dai fichi secchi ripieni con una noce intera dentro, alle mandorle glassate con lo zucchero. E per deliziare ancora il palato, datteri e mandarini. Il giorno di Natale, invece, a pranzo, si consuma ciò che è rimasto della sera precedente.

 

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