Le porte d’accesso alla città – Il centro storico di Taormina che si snoda lungo il Corso Umberto – oggi via pedonale dedicata alle passeggiate e allo shopping, ma sino al XIX secolo, strada di collegamento che passava dentro le mura e offriva la possibilità di transitare dalla zona a sud a quella a nord, per andare in direzione Messina – appare chiuso da due porte laterali, porta Catania e porta Messina, e una porta centrale detta Torre dell’Orologio, costruite come aperture nelle mura di fortificazione e che hanno come punto finale il centro del sistema difensivo, Castel Tauro. Queste sono le porte di accesso al cuore della città, ma prima di esse ve ne è una che appare decentrata rispetto a queste tre, ossia porta S. Antonio. In effetti, in epoca medievale, vi erano quattro ordini di mura militari con quattro porte di cui tre erano più antiche, da porta S. Antonio sino alla porta di mezzo, mentre porta Messina è la più recente per datazione storica.

Porta S. Antonio e i suoi resti – Questa porta d’accesso, di cui oggi restano tracce di uno dei muri che la componevano, è stata distrutta durante i bombardamenti del 9 luglio 1943, che hanno gravemente danneggiato numerosi palazzi e monumenti cittadini. Porta S. Antonio si apriva in un primo ordine di mura, esterno al borgo medievale, ed ha preso il suo nome dalla vicina chiesetta gotica di S. Antonio Abate; tuttavia era detta anche porta S. Vincenzo, per via dello sbocco sull’omonima strada rurale. La prima cinta muraria a difesa della zona esterna a sud, è stata rafforzata in epoca araba, tenendo la struttura muraria delle epoche precedenti. La porta di S. Antonio è di epoca medievale, forse del periodo post normanno, ed aveva una struttura a forma di torre tipica del periodo, vista anche l’ubicazione prima dell’ingresso al borgo. La torre aveva due porte d’accesso, una che dava sulla via S. Vincenzo e l’altra sulla piazza di S. Antonio Abate. Le porte, in caso di pericolo, potevano essere sbarrate e ancora oggi nei resti, si nota una nicchia dove doveva essere inserito uno dei fermi. Alcune fonti storiografiche, riportano anche la notizia che sulla volta interna della torre-porta vi era un affresco del VIII secolo raffigurante S. Vincenzo Ferreri, il santo appartenuto all’ordine dei domenicani, noto anche per aver viaggiato molto, predicando il Vangelo. Il suo culto è assai diffuso in tutta l’isola.

Porta Catania – La porta si apre nel secondo ordine di mura a sud, nei pressi di palazzo Duchi di S. Stefano che s’appoggia al muro difensivo interno. Questo secondo ordine di mura, si collegava anch’esso alla fortificazione del Castel Tauro. Anticamente, detta anche porta del Tocco, per via dell’adiacenza con l’omonima piazza, il largo del Tocco, oggi titolata a Giuseppe Buciunì, medaglia d’oro al valor militare, deceduto a Tobruch nel gennaio del 1941. La piazza era detta del “Tocco” poiché in epoca normanna, qui si tenevano le adunate cittadine, annunziate dal rintocco della campana. Il nome, in porta Catania, è stato modificato dopo il 1860. Essa è stata restaurata durante il regno aragonese di Pietro IV, nel XIV secolo; è dunque plausibile che l’origine sia più antica. Il restauro sotto il regno di Pietro è confermato dallo stemma che si trova in cima alla volta, dove è scolpito insieme allo scudo di casa Aragona, lo stemma della città e la data in numeri romani, MCCCXXXX, 1340.

Dettagli della porta dal lato esterno e interno – La facciata appare con una merlatura in cima alla porta e alle mura, tipica del periodo aragonese, che si ritrova anche nel palazzo S. Stefano e nella Badia Vecchia. L’impostazione ad opus reticolatum richiama il tipo di lavorazione che ricongiunge la facciata all’ordine stesso delle mura. Sulla sommità, sorgevano le scale laterali che conducevano in cima alle mensole e ai merli, fungendo da postazione difensiva contro gli assalitori, per sbarrare l’ingresso al borgo. La volta della facciata, è in pietra calcarea di Taormina, con elementi in pietra lavica, espressione di una prima fase del gotico siciliano. Sul lato sinistro, si può osservare anche una scanalatura quadrata, a media altezza, dove si posizionava il fermo per sbarrare la porta. Dal lato interno, entrati sul corso Umberto, sulla volta, si possono notare i resti di un affresco, raffiguranti Gesù e San Pietro. Queste due figure sono alla città, per via del culto a San Pancrazio, il patrono, che si dice sia stato convertito da Pietro l’apostolo; anche quest’affresco è di fattura gotica. Era frequente infatti, dipingere figure di santi sulle porte d’accesso, a salvaguardia della città e dei suoi abitanti.

La porta di mezzo e la sua distruzione ad opera dei francesi – La porta, che unitamente alla porta del Tocco, delimitava i confini del borgo medievale, è chiamata anche “Torre dell’orologio”. La parte basale della costruzione si pensa dovesse essere del periodo greco-bizantino e successivamente, rafforzata dalle altre dominazioni: arabi e normanni che la resero più simile ad una torre. Anch’essa, rientrava nella cinta muraria interna, che saliva sino al castello. Il 16 ottobre del 1676, quattromila soldati francesi e cinquecento soldati messinesi, a bordo di 24 navi, sbarcavano nella baia antistante Taormina, fingendo d’essere dirette a Messina. La città, fedele al re di Spagna, viene posta sotto assedio dalle truppe e con la complicità di Messina, che voleva farla rientrare nei suoi domini. Taormina era sguarnita di soldati, inviati a rinforzare la guarnigione del viceré Aniello Guzman, a Catania. L’assedio era stato reso possibile anche per via del conte di Prades, Giovanni Ventimiglia, comandante del presidio spagnolo ma anche spia dei francesi. Il Ventimiglia si era accordato col generale francese Villedieu per entrare in città, risparmiandola però, dalla furia dei soldati. Invece, incuranti del patto, i francesi saccheggiarono Taormina per tre lunghi giorni; e insieme all’archivio contenente i documenti cittadini, dato alle fiamme, la parte superiore delle torre di mezzo veniva distrutta.

La fedeltà dei taorminesi viene premiata – Il re di Spagna Carlo II aveva scoperto il tradimento del Ventimiglia, in combutta con i francesi per far passare la Sicilia a Luigi XIV, con il valido sostegno da parte del nobile Giovanni Romano e Dente, il quale aveva compreso le intenzioni del conte di Prades, suo acerrimo nemico. Convocato dal re spagnolo, il Ventimiglia tentava di giustificare la presa della città ma le prove contro di lui erano schiaccianti. Il Ventimiglia, veniva quindi retrocesso al grado di soldato semplice e inviato nelle Fiandre, mentre Giovanni Romano e Dente era promosso, a sergente maggiore del battaglione di Taormina. La porta di mezzo, dopo tre anni dall’assedio, veniva ricostruita con una pubblica sottoscrizione e con il contributo del re di Spagna, insieme all’assistenza di Don Antonino Bela y Serrano, comandante della compagnia militare spagnola. I giurati del tempo erano: Nicola Papale, Geronimo Cosentino, Giuseppe Arcidiacono; Paolo Romano e correva l’anno 1679, così come riportato sulla lapide dedicatoria posta nella parete interna, a destra della porta. L’attuale lapide, è tuttavia una copia di quella originale, che era scomparsa ed è stata rimessa al suo posto nel maggio 2010. Tale copia, è una donazione del Rotary Club di Taormina.

Aspetti storico-architettonici della porta di mezzo – Giovanni Di Giovanni, nella sua Storia civile di Taormina, nel XVIII secolo, a proposito della porta scriveva: «Una torre che i nostri maggiori chiamarono Tauromenio, la quale alcuni tengono essere quella, che vedesi sita in mezzo alla città, avente in cima un grande orologio, che per altezza e pel sito risuona a d’ogni cittadino». Dunque un orologio, era già presente alla fine del XVII secolo, dopo la ricostruzione. La Torre dell’Orologio nella sua parte interna, sulla sommità della volta, così come a porta Catania e nella distrutta porta S. Antonio, mostra esigue tracce di un affresco, appena visibile, ma senza la possibilità di identificarne il soggetto. L’affresco probabilmente, appartiene all’iconografia sacra della prima fase del gotico. Anche qui, all’interno del varco, si possono notare le scanalature per alloggiare i fermi, mentre è di particolare interesse il mosaico d’ispirazione bizantina, presente sul lato destro, con un’icona della Madonna che tiene in braccio Gesù bambino. Il mosaico è all’interno di una nicchia con un arco a sesto acuto in pietra di Taormina e cornice di pietra lavica. Questo mosaico, è stato realizzato nel 1966, su commissione di Monsignor Salvatore Cacopardo; l’autore è lo stesso che ha realizzato l’icona della Madonna della Rocca, nella piazzetta Marinai d’Italia, alle spalle di palazzo Corvaja. In alto, in cima alla torre di mezzo, vi è il campanile, al quale si accede mediante una scaletta laterale, al di fuori della porta sulla destra, in direzione Catania. Le campane poste sulla torre, vengono suonate ad ogni nuova elezione del sindaco e per la festa del santo patrono, Pancrazio.

Porta Messina – Questa porta segna l’accesso al centro storico dal lato nord della città, e introduce al cuore della Taormina greco-romana, segnata dal passaggio del Corso Umberto. Porta Messina, è stata ricavata nel quarto ordine di mura, che lungo il tracciato visibile sulla via Costantino Patricio, saliva anch’esso a Castel Tauro, come tutto il sistema di mura militari, in un reticolato fortificato a prova d’espugnazione. La costruzione appare la più recente, tra le porte cittadine e sino all’Unità d’Italia, nel 1860, aveva nome di porta Ferdinandea. Pur se doveva esserci un precedente varco in epoca più antica, la porta Ferdinandea è del regno borbonico, nel XIX secolo. In quel periodo, re Ferdinando III di Sicilia e IV di Napoli, ossia Ferdinando I, re delle Due Sicilie, con un atto pubblicato a Palermo, il 21 ottobre del 1806, aveva deciso di accordare a Taormina la dignità senatoria e alcune immunità per la fedeltà verso la corona. Tale fedeltà veniva testimoniata con la realizzazione della lapide laudatoria, che ancora oggi si trova al di sotto del simbolo asburgico-borbonico: l’aquila bicipite posta sulla sommità dell’arco. E porta Ferdinandea, veniva consegnata ai cittadini, nel 1808.

Da porta Ferdinandea a porta Messina – Il cambiamento del nome, nel più patriottico porta Messina, avviene dopo che nell’aprile 1860, i cittadini taorminesi, durante la messa del lunedì di Pasqua, venivano sobillati alla rivolta contro i Borboni, da Fra Diavolicchio che officiava la funzione. Usciti dal Duomo, capitanati dal sindaco Lombardo e in marcia lungo il corso Umberto, giungevano sino alla porta per manifestare il dissenso contro i prevaricatori. Qualcuno aveva trasmesso la falsa notizia, che Garibaldi era già sbarcato in Sicilia e dunque bisognava scrivere una nuova pagina di storia. Taormina voleva farne parte e dopo il 1860, la città cambia i nomi a molte piazze e strade. Allora, piazza S. Agostino diviene piazza IX aprile per ricordare il giorno della rivolta; piazza della Badia, sarà piazza Vittorio Emanuele e la porta Ferdinandea, diventa porta Messina. Taormina è già frequentata da numerosi stranieri ed ha scelto la sua vocazione di cittadina turistica. Porta Messina, è composta di blocchi squadrati in marmo bianco di Taormina, sui lati esterni si notano due lampade a forma di lanterne in ferro battuto, di ispirazione Liberty e sul lato esterno sinistro, c’è una targa in marmo che reca l’iscrizione “SUL MARE M. 205”; mentre all’interno, sui lati vi sono le scanalature per alloggiare i fermi.

[Le porte di Taormina Foto Andrea Jakomin /Blogtaormina ©2014]

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