Un nuovo business nel trapanese – “La mafia uccide solo d’estate”, è il titolo del film di successo di Pif. Ma in realtà la criminalità organizzata non sembra perder tempo in meccanismi del genere. Ormai sembra troppo concentrata sul giro di affari che la vedono protagonista. Droga, prostituzione e pizzo sono piste classiche, rappresentate con maestria in diverse pellicole diventate dei classici. Con l’avvento del nuovo millennio, però, la mafia, oltre a provare a infiltrarsi nei meccanismi dello Stato, cerca di inserirsi in business che fino a poco tempo fa non sembrava gli potessero interessare. Il protagonista è sempre lui, l’inafferrabile Matteo Messina Denaro. Il protagonista delle stragi organizzate da Cosa Nostra, il capo dei capi che nell’ultimo ventennio ha giocato un ruolo di primo piano nelle gerarchie della mafia siciliana. Dopo gli affari nei parchi eolici, le forze dell’ordine hanno scoperto gli interessi di Messina Denaro negli uliveti. Piante che abbondano nel territorio di Trapani, luogo per eccellenza controllato dalla famiglia del boss.

Imprenditori prestanome per gestire la ricchezza del boss – Il modo di gestirlo è sempre lo stesso: in questi anni sono stati utilizzati dei prestanome, degli imprenditori fedeli a Matteo Messina Denaro. Il giochetto è stato smascherato dal Gico del nucleo di polizia tributaria di Palermo e dai carabinieri del Ros, che hanno sequestrato beni per 20 milioni di euro. Soldi che farebbero comodo alle dissestate casse della regione Sicilia. Ennesimo sequestro, ennesimi affari della mafia in Sicilia. Tutto ruotava intorno all’azienda “Fontane d’oro sas”, una realtà importante del settore. Stando alle carte era intestata a due fratelli imprenditori di Campobello di Mazara, ma in realtà sarebbe stata diretta da uno dei fedelissimi della primula rossa, Francesco Luppino, che dava disposizioni dal carcere attraverso la moglie. Dopo le prime indagini e un sequestro, l’imprenditore trapanese Aldo Di Stefano si sarebbe prodigato per far trasferire due rami dell’azienda “Fontane d’oro” ad altri prestanome. Era l’ennesimo stratagemma per coprire la gestione di Luppino, l’uomo di Messina Denaro.

Gli incubi di Matteo Renzi e un sistema che resiste – Le indagini delle forze dell’ordine, inoltre, hanno portato all’arresto di Antonino Lo Sciuto, già finito in manette nel dicembre scorso con l’accusa di aver gestito per conto della mafia trapanese alcune commesse pubbliche nella zona di Castelvetrano. Nella base di Matteo Messina Denaro i sigilli sono scattati per un società che si occupa di edilizia e di movimento terra. A quanto pare l’azienda di Lo Sciuto ha gestito le opere di completamento del Polo Tecnologico di contrada Airone, a Castelvetrano, e i lavori per le piazzole del parco eolico “Vento Divino”, che sorge nel comune di Mazara del Vallo. Le intercettazioni dicono che i proventi di questi lavori sarebbero serviti per finanziare la latitanza del boss in perenne fuga. Poi, magari, lo arresteranno in qualche casolare siculo. Così è stato per qualche suo predecessore, che passeggiava impunito per le strade della terra natia. All’assemblea del Partito Democratico, il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha parlato anche di mafia e sull’eterna fuga di Matteo Messina Denaro ha detto: «Io non dormo la notte non perché penso a Matteo Salvini, ma perché penso a Matteo Messina Denaro. E la lotta alla mafia questo Paese la deve fare tutti i giorni». Il premier fa bene a non dormire, o almeno ad avere gli incubi. Il sistema che ancora esiste e resiste intorno a Messina Denaro è ben “oleato” e l’olio prodotto da società vicine al boss ne sono l’ennesima dimostrazione.

© Riproduzione Riservata

Commenti