Palazzo Duchi di Santo Stefano
Palazzo Duchi di Santo Stefano - Foto Andrea Jakomin /Blogtaormina ©2014

L’ubicazione del palazzo – Palazzo Duchi di S. Stefano sorge nei pressi di porta Catania, anticamente denominata “porta del Tocco” per via della vicinanza con quello che era chiamato “largo porta del Tocco”, poiché in epoca tardo-normanna vi si tenevano le assemblee cittadine, dette “tocchi”, in quanto annunziate dai rintocchi della campana. L’edificio è addossato alla seconda cinta muraria meridionale della città, distante di un centinaio di metri rispetto a porta Catania, all’interno. La cinta, seguendo la salita Ibrahim, si unisce al sistema di mura fortificate che culmina nel Castel Tauro e inquadra il palazzo dentro tale sistema di difesa, visto anche l’aspetto di fortezza che nelle epoche successive è stato alleggerito con l’aggiunta di architetture del gotico siciliano, tra il XIV e il XV secolo, probabilmente opera voluta dai De Spuches, i cui stemmi araldici sono ancora visibili all’interno del palazzo. I De Spuches erano provenienti dalle isole Baleari, dunque di origine spagnola e avevano i titoli di Duchi di S. Stefano di Briga e Caccamo, Principi di Galati. Giunti in Sicilia, hanno vissuto a lungo a Taormina e di loro si hanno notizie già dal 1428, con Guglielmo che era castellano di Mola, una delle rocche fortificate di Taormina; ma di certo erano presenti nell’isola dai secoli precedenti e con delle residenze anche a Palermo. I loro discendenti, sono stati proprietari di quest’edificio sino agli anni sessanta del Novecento.

La datazione dell’edificio in base alle fasi del restauro – Palazzo Duchi di S. Stefano, è stato oggetto di un primo danneggiamento durante il terremoto di Messina nel 1908, che anche se in modo poco considerevole ha colpito la zona della provincia ionica. Ma i danni più pesanti sono avvenuti nel 1943, con i bombardamenti aerei degli anglo-americani. A partire dal 1944, sino al 1947, il Soprintendente alla “Regia Soprintendenza dei monumenti della Sicilia orientale”, l’architetto napoletano Armando Dillon, dopo accurati studi storiografici e rilievi, s’interessa del restauro di questo e altri edifici storici cittadini, in modo tale da rendere il recupero, il più fedele possibile alle architetture originarie. E a lui, che si deve un importante contributo nella datazione dell’edificio, che sino al 1700 viene stato interessato da varie aggiunte, come ad esempio, la scala esterna laterale che conduce al primo piano. Il Dillon scrive: «Il nostro monumento è al tempo stesso torre e palazzo, ampio e ricco come torre, ristretto e ridotto all’essenziale come palazzo. Ha i caratteri del mastio, nel sistema difensivo di fortificazione, ove risiede il principe feudale, sospettoso anche dei propri congiunti».

Il palazzo feudale di epoca normanna e la fusione degli stili successivi – Palazzo Duchi di S. Stefano, nonostante le successive modifiche, ha mantenuto il carattere di edificio feudale per la sua forma squadrata, per la posizione a ridosso delle mura cittadine ma anche acquisito la gentilezza estetica del gotico siciliano. Le costruzioni del periodo normanno, culmineranno con le architetture di Monreale, durante il regno di Guglielmo II e Taormina, sarà spesso sede eletta, per convegni e soggiorni dei sovrani. Il recupero del Dillon, ha rimesso in evidenza, lo stile presente nel Trecento e nel Quattrocento ed è per ciò, che la datazione dell’edificio è rapportabile a tale periodo storico. Un palazzo nobiliare che negli elementi architettonici come le finestre- bifore, tiene in sé la tecnica dei maestri bizantini, nell’intarsio della pietra che dà profondità e giochi di luce, unita ai ricami geometrici d’impronta araba che evocano la natura; e la solidità austera del romanico-lombardo introdotto dai monaci-architetti, giunti in Sicilia, alla corte dei re normanni e svevi.

La struttura del palazzo – L’edificio si sviluppa su tre livelli. L’accesso al piano terra, avviene tramite un ingresso separato sul prospetto sud del palazzo. Il primo piano invece è collegato dalla scala esterna, aggiunta dopo il 1600, mentre prima si faceva uso di scale mobili e del ponte levatoio. Il primo e il secondo piano, sono collegati da una scala interna che molto probabilmente collegava, in origine, i piani padronali. Data la presenza dell’esperienza architettonica arabo-normanna del gotico siciliano, l’uso di bifore ad arco acuto e l’impiego degli intarsi con materiale proveniente dalle zone vicine, sono il compimento di un progetto di abbellimento, per un edificio che doveva essere usato anche per incontri pubblici come Palazzo Corvaja. La maturazione dello stile gotico, si esprime con l’uso dei blocchi di marmo bianco, grigio e rosso di Taormina, con l’impiego del basalto proveniente da Calatabiano e dei conci lavici che venivano portati da Schisò, una zona di Giardini Naxos. Motivi simili a quelli usati per le bifore del piano superiore di palazzo Duchi di S. Stefano, si ritrovano anche Randazzo, Catania, Siracusa; e gli elementi utilizzati per creare effetti di chiaro-scuro sono in pietra pomice, usata per la grande lavorabilità e proveniente dalle zone di Piedimonte Etneo e Linguaglossa.

Gli esterni e gli interni – L’accesso al piano terra nel prospetto sud, avviene mediante il portale con arco a sesto a sesto acuto, la cui volta è decorata con motivi a raggiera in pietra bianca e pietra nera, che rinviano all’osservazione dell’insieme, comprendente il fregio di coronamento dove la pietra pomice, tagliata a scacchi e a rombi, richiama lo stile moresco, mentre in alto il tetto, era corredato dalle merlature “a coda di rondine” di cui restano sporadiche tracce. Sulla facciata a sud, si notano due bifore laterali più un’aperura centrale al primo piano, e le due grandi bifore con archi a sesto acuto, al secondo piano. Il motivo, si ripete nella facciata dove è l’ingresso principale, solo che qui al primo piano, vi sono le due bifore con accanto la porta d’accesso al primo piano, sempre in posizione laterale, mentre al secondo piano, tra le due bifore grandi, vi è una nicchia decorativa. Ogni bifora è sormontata da cornice in pietra pomice. Le bifore, inoltre, ricordano lo stile usato per analoghe costruzioni, a Monreale e Cefalù, con una datazione riferibile al Trecento e con la medesima tecnica adottata anche per le bifore della Badia Vecchia di Taormina. Le sala al piano terra, ha un unico vano con una colonna centrale di sostegno con capitello lavorato in stile corinzio dove convergono le arcate di sostegno al tetto. Le sale al primo e secondo piano, riprendono l’aspetto austero di quella a piano terra, ma sono alleggerite dalla luce delle aperture a bifora, che conferiscono signorilità agli interni. Esse sono usate per esposizioni d’arte, convegni e incontri culturali.

Palazzo Duchi di S. Stefano e i progetti museali – Il massiccio intervento di restauro effettuato dal Dillon dopo che nel 1943, il palazzo era stato ripetutamente colpito nel suo lato nord, ha visto nuovi interventi di recupero dell’edificio, nel periodo che va dal 1961 al 1993, da parte delle Soprintendenze di Messina e Catania. Il palazzo era stato fatto oggetto di attenzione per un uso diverso da quello abitativo, già nel 1927, allorché il comitato esecutivo della “Mostra di Arti Decorative e Popolari Siciliane”, aveva fatto richiesta al soprintendente all’arte medievale e moderna di Palermo, del nulla osta per l’allestimento di un’esposizione, nel marzo 1928. L’edificio era ancora di proprietà della famiglia De Spuches, e necessitava di cure ma i proprietari successivamente, avrebbero voluto farlo tornare residenza, e così l’idea era rimasta sulla carta. Solo nel 1960, il bene viene acquistato dal Comune di Taormina, con l’intento di destinarlo ad attività museali legate alle arti e al costume, tanto che nel 1963, viene commissionato un progetto di restauro, all’architetto Giuseppe Sivieri. L’idea di farne un museo, stavolta il museo archeologico cittadino, tornerà attuale, negli anni settanta del Novecento.

La Fondazione Mazzullo e il giardino – Nel 1978, un accordo tra il Comune e la Soprintendenza, decide che la destinazione d’uso del palazzo, deve essere quella di pinacoteca con attività connesse alle arti figurative. L’architetto, che è il funzionario della Soprintendenza in quel periodo, è Paolo Paolini, il quale coordinerà i lavori di restauro del sito, sotto la supervisione del funzionario tecnico comunale, il geometra taorminese, Salvatore Lo Re. Il progetto finalmente, giunge a compimento. Nel maggio 1981, vengono ultimati i lavori di restauro e a seguito della convenzione tra lo scultore granitese Giuseppe Mazzullo e l’amministrazione cittadina, viene istituita la Fondazione Mazzullo, che ha come capitale le opere del Maestro, comprendenti 22 sculture, 20 disegni e 10 incisioni. Tra le finalità della fondazione, vi sono l’istituzione di una pinacoteca e la creazione di una scuola di arti figurative per gli stranieri, diretta da Mazzullo in persona. Importante, all’interno del progetto, è la funzione riservata al giardino. Se in origine, era il cortile esterno del palazzo dove si svolgevano attività di vario genere, dopo il recupero è divenuto un luogo esteticamente preposto, alla passeggiata e alla sosta. Il pozzo per la raccolta dell’acqua, che appariva in posizione centrale, è stato collocato in una zona del prato all’inglese. Sono stati creati corridoi e percorsi, aiuole con piante mediterranee e fiori, tra cui cespugli di rose e il meraviglioso albero di Giacaranda. Il giardino oggi, è luogo espositivo all’aperto, dove possono essere ammirate alcune delle sculture di Mazzullo, e spazio adibito all’organizzazione di eventi.

L’anima di Mazzullo, tra le mura di palazzo Duchi di S. Stefano – Gianvito Resta, nell’introduzione al volume che presenta l’opera della Fondazione, ha colto in pieno il senso di questo progetto, quando ha descritto il luogo prescelto: «È spazio vivo e sociale, definito da una struttura architettonica che ha attraversato i secoli per farsi concreto e funzionale emblema di un gesto liturgico, di un rito che assecondi il ritorno definitivo alla terra che generò le pietre disponibili a farsi forma e visione: i ciottoli del Petrolo, i macigni delle montagne di Graniti e di Ladispoli, la ferrosa lava dell’Etna, l’ossidiana di Lipari». L’artista Mazzullo, legato intimamente a Taormina, non avrebbe potuto desiderare di più, perché voleva lasciare a questa città la sua anima, espressa nella multiforme visione figurativa e scultorea. E come amuleto, è qui che realizza Yanira, scultura del 1981, nel suo laboratorio, la sala al piano terra, detta sala Colonna. Yanira, esposta insieme ad altre sculture nel giardino del palazzo, racconta una storia antica, che dalla Mesopotamia è giunta qui in Sicilia, incisa nella dura pietra nera dell’Etna. Yanira, e le altre opere di Mazzullo, narrano la storia del mondo, in un luogo come palazzo Duchi di S. Stefano, che è parte di quella stessa storia personale e sociale.

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