“Tutti, tutti gli uccelli m’incitavan dai rami: ‘Dille, dille che l’ami, baciale gli occhi belli’. In basso, ecco garrire il Melb, il ruscel tenue: ‘Oh quante coppie ingenue qui vengonsi a scaltrire!… Sedemmo all’ombra: d’amore, sen contro seno, noi non parlammo affatto…”. Sono i versi giovanili dello studente Luigi Pirandello sui suoi  “incontenibili ardori” con quelle “diavolette tutte fuoco” che erano le fanciulle tedesche sue compagne di studio all’università.

Un libretto delizioso, intrigante, godibilissimo, che non ha trovato e non trova, purtroppo, lo spazio che merita nella monumentale raccolta delle opere del grande scrittore-commediografo di Agrigento, premio Nobel per la letteratura. E’ un Pirandello pressoché sconosciuto, quello che vien fuori dai versi e dalle lettere che Luigi mandava ai familiari dalla Germania, dove studiava all’università di Bonn (facoltà di Filologia romanza), negli anni della sua formazione umana e letteraria. Ben diverso, certo, dall’inesorabile scrutatore della coscienza umana che sarebbe stato poi il romanziere e il commediografo, quello delle “maschere nude”, combattuto “tra la nuda realtà della vita e la ben parata illusione che la falsifica”.

“Ci sono due diavolette”, scriveva alla sorella Lina, “che mettono a soqquadro la stanza dei miei studi”. Si chiamavano Mary ed Anna. C’era poi Else, la ragazzina con la quale andava a passeggio per i boschi, sulla riva del Melb, quando tutti gli uccelli lo “incitavan dai rami” a dirle parole d’amore. E ancora Jenny, “un esil ramo di edera flessuosa”, che se lo portò addirittura a casa dei genitori, facendogli dare una camera in affitto, e la notte usciva scalza dalla sua camera per infilarsi in quella dell’ospite.

Luigi Pirandello a Bonn
Il giovane Pirandello a Bonn

Era un giovanotto affascinante, il Pirandello studente in Germania: occhi chiari, capelli castani, barba “d’un caldo color biondo-cenere”. Laureatosi a 24  anni, restò per altri due all’università di Bonn come lettore d’italiano, e Jenny sarà la sua inseparabile compagna. Poi, il ritorno in Italia. “Se in lagrime ho lasciato una figliola, mi perdoni”, scriveva alla sorella da Roma. “E’ vero, povera Jenny, sola sola sola l’ho lasciata, col filosofo Mob, il vecchio mio buon cane che, son certo, fedelissimo le sarà”. Jenny gli scrisse da Bonn lettere accorate: “Non voglio e non posso credere che tu sia così senza cuore da non rispondermi”. Le rispose dopo più di un mese, il suo Luigi, spiegando così la decisione che aveva già presa, quella di rinunciare per sempre all’amore: “La passione per l’arte mi ha preso tutto e mi possiede tutto. Io ho sciaguratamente, come un buon poeta del decimoquarto secolo, un’amante ideale: l’Arte. E l’amo come fosse persona viva, spasimo per lei, la chiamo, la supplico, la sento quando Ella, dopo avermi umiliato, mi concede le sue grazie”.

Sapremo poi che quella decisione era soltanto un escamotage per liberarsi di un amore giovanile al quale non pensava più, come farà in Italia (con altre motivazioni di comodo) per liberarsi di altre ragazze, compresa una cugina un po’ troppo invadente.

Jenny Schulz-Lander
Jenny Schulz-Lander

Quarant’anni dopo, dagli Stati Uniti, il Pirandello commediografo di fama mondiale riceverà un messaggio firmato da Jenny Schulz-Lander, sposata con un americano,  scrittrice. Era lei, la ragazzina che la notte usciva scalza dalla sua camera per infilarsi nel letto di lui e voleva rivederlo, in Italia o in America. Pirandello non fece nulla per incontra. Le inviò soltanto un affettuosissimo biglietto, assicurandole che la Jenny dei suoi versi giovanili era sempre nel suo cuore “con il ricordo di anni lontani e felici”.

Non era stato uno studente promettente, da ragazzo, il futuro premio Nobel per la letteratura. C’è un “5” in italiano nella sua pagella dell’anno scolastico 1878-79, quando il dodicenne Pirandello Luigi frequentava la seconda classe della Regia scuola tecnica (corrispondente alla attuale scuola media) di Agrigento. C’è chi nasce genio e chi no: Mozart, a 5 anni, suonava e componeva musica; Leopardi, a 11, traduceva Orazio dal latino; e Pirandello, a quell’età, era un mezzo disastro in italiano. A farlo tribolare era soprattutto lo scritto. I suoi temi, a giudizio degli insegnanti dell’epoca, erano “compitini sciatti”, privi di osservazioni e di fantasia, zoppicanti in ortografia e non sempre a posto con la sintassi. Agli orali, invece, se la cavava: aveva una memoria di ferro per immagazzinare date e versi come piaceva al suo insegnante e riusciva così a compensare, nel giudizio complessivo di fine d’anno, l’insufficienza nello scritto. Altra materia tabù, il disegno. Per uno strano gioco del destino (o per uno dei tanti paradossi che caratterizzeranno la vita e l’opera dello scrittore), saranno proprio quelle due materie, italiano e disegno, a “sollecitare” il suo estro creativo: non bisogna dimenticare, infatti, il Pirandello pittore, apprezzato anche dai critici di allora, ma inevitabilmente “soffocato” dalla fama del romanziere-commediografo.

La casa natale di Pirandello, oggi casa-museo
La casa natale di Pirandello, oggi casa-museo (Agrigento)

Nella casa-museo di Agrigento (la “casetta del caos”, come la chiamava lui dal nome della contrada), c’è tutto dello studente Pirandello: la pergamena della laurea in filologia romanza (conseguita in Germania con il massimo dei voti) e le pagelle scolastiche di Agrigento, piuttosto striminzite alle elementari ed alla scuola tecnica.  Si salvò agli orali, con quello striminzito “5” in italiano scritto. E si salvò dalle ire del padre, commerciante di zolfo e proprietario di zolfare, il quale, visto che a scuola il figlio combinava poco, sembrava più che deciso a portarselo in azienda a lavorare. Poi, al ginnasio, lo studente Pirandello si sbloccò. Ed a 15 anni scrisse, per una recita scolastica, il suo primo copione, “Barbaro” (di cui, purtroppo, non è rimasto nulla). I primi versi, invece, li pubblicò a 22 anni, con il titolo “Mal giocondo”. Era il 1889 ed in quello stesso anno usciva “Il piacere” di D’Annunzio, in un’Italia già impregnata di dannunzianesimo. Due titoli significativi, due modi diversi, diametralmente opposti, di osservare, conoscere e sentire la vita. Sarà battaglia aspra, fra i due.

Pirandello ebbe molti biografi, ai quali lui stesso diede una mano con le sapide pagine del suo “Informazioni sul mio involontario soggiorno sulla Terra” (“Una notte di giugno caddi come una lucciola sotto un pino solitario, in una campagna d’olivi saraceni affacciata agli orli d’un altipiano di argille azzurre sul mare africano”), ma anche con le novelle autobiografiche (“Tra due ombre” e “Ritorno”) ed il romanzo “I vecchi e i giovani”, cucito su misura sulla figura di uno zio ex garibaldino, nel quale trovò il modo di raccontare anche il proprio matrimonio (combinato dalle famiglie, secondo l’usanza di quei tempi). Tante altre cose raccontò di sé: per esempio, nella novella “Ritorno”, di aver sorpreso a 14 anni il padre in intimità con la nipote-amante e di non aver esitato a sputare in faccia alla ragazza. Resteranno sempre molto tesi i rapporti dello scrittore con il padre.

Tormentatissimi, i primi “palpiti di cuore” del giovane Pirandello, quando nella sua vita non erano ancora comparse le “diavolette tedesche”. Una brutta storia, il fidanzamento con la cugina Linuccia, che aveva 4 anni più di lui. Il diciassettenne Luigi frequentava a Palermo l’ultimo anno del liceo. Poi partì, per frequentare l’università a Roma, e la cugina, che si era “accesa di grande passione” per lui, restò in Sicilia a recitare la parte della “ragazza promessa”. Corteggiatori ne aveva (i “buoni partiti” erano gli stessi genitori a procurarglieli), ma lei li rifiutò sempre: il suo cuore era per il cugino, e soltanto per lui. Solo che Luigi si allontanava sempre più da lei, e non soltanto in termini di distanza chilometrica (da Roma, dopo una lite con un professore, si era trasferito in Germania, all’università di Bonn): era l’amore che gli mancava e lo allontanava ogni giorno di più, irrimediabilmente. Ma come dirlo, alla innamoratissima Linuccia?
“Io ho la morte nel cuore”, scriveva dalla Germania alla sorella. “No, no, Lina mia, io non posso, non riesco più ad amare quella povera malata. Come una sorella, sì; ma come fidanzata no, no, mai più”. Fu un certificato medico a dargli il pretesto per troncare quel lungo fidanzamento: una crisi cardiaca, accertata da un medico tedesco, ma che certamente lui ingigantì.  “Che debbo io fare?”, scrisse a Linuccia da Bonn il ventitreenne Luigi con tante ipocrisia, prospettando i pericoli di quella grave malattia. “Tra il sentimento e il dovere, a chi dovrò appigliarmi? Dandomi a te, raggiungerei il mio sogno agognato e, non importa se solo per un anno o due, vivrei felice per morire serenamente accanto a te. Ma è ad altri che io penso, ad esseri a cui si ha il torto di non pensar mai, quando si è ancora in tempo, prima cioè di procrearli. Ho il diritto di legar te e altri a questa catena? Puoi tu accettare il peso di tanta responsabilità? Al solo pensarci, io divento matto…”.

Successe il finimondo, a Palermo, quando Linuccia ricevette la lettera (che, chiaramente, era un addio). La sposa mancata si ammalò, fu sull’orlo della pazzia, tentò di ammazzarsi. “Se hai cara la vita di Linuccia, vieni subito”, gli telegrafarono a Bonn i genitori di lei. E lui, mosso a pietà, si precipitò a Palermo, al capezzale dell’ammalata. Li lasciarono soli in camera (fatto insolito, certo, per quei tempi), e lei, “disperata e discinta”, gli si buttò al collo, lo strinse a sé, tentando si trascinarselo a letto. Lui si svincolò, inorridito. Da Bonn, pochi giorni dopo, scriverà alla sorella: “Non me ne far parlare… Ahimè, di quali scene sono stato io spettatore, che orribili parole ho udito da lei, che gesti, che atti ho veduto… Solo al pensarci, brucio di vergogna e afflizione”.

Non gli creavano problemi, per sua fortuna, le “diavolette” che lo tentavano in Germania. Ma già in alcune delle “lettere da Bonn” scopriamo i germi del suo “accanito ragionar sul tragico grottesco quotidiano”. “Io sono forse un essere strano”, scriveva a 23 anni alla sorella, “e voi mi dovete compatire: soffro talvolta per delle cose che per l’universale stimerebbe pazzie…”. Alla moglie, quattro anni dopo, spiegherà: “In me son quasi due persone: tu già ne conosci una; l’altra, neppure la conosco bene io stesso. Soglio dire che io consto d’un gran me e di un piccolo me: questi due signori sono quasi sempre in guerra tra di loro, l’uno è spesso all’altro sommamente antipatico. Il primo è taciturno e assorto continuamente in pensieri, il secondo parla facilmente, scherza e non è alieno dal ridere e dal far ridere. Quando questi ne dice qualcuna un po’ scema, quegli va allo specchio e se lo bacia. Io sono perpetuamente diviso tra queste due persone. Ora impera l’una, ora l’altra. Io tengo naturalmente moltissimo di più alla prima, voglio dire al mio gran me; mi adatto e compatisco la seconda, che è in fondo un essere come tutti gli altri, coi suoi pregi comuni e coi comuni difetti. Quale dei due amerai di più, Antonietta mia? In questo consisterà in gran parte il segreto della nostra felicità”.

Antonietta Portulano
Antonietta Portulano

Si sposò molto giovane, a 26 anni; Antonietta Portulano, anche lei siciliana di Agrigento, ne aveva 22. Dei due Pirandello che il marito le prospettava, lei, per la verità, non ne conosceva nessuno. Non ne aveva avuto il tempo, oltre tutto, per tentarne una conoscenza, in “appena 60 ore di frequentazione” prima del matrimonio. Trenta giorni era durato il fidanzamento e i due “promessi” avevano avuto la possibilità di guardarsi in faccia per non più di due ore al giorno, alla presenza di una folta rappresentanza di parenti dell’uno e dell’altra. E lui, la fidanzata, non la conosceva neppure di vista quando le due famiglie combinarono tutto. Luigi, convocato dal padre, era venuto apposta da Roma, dove abitava in casa dello zio ex garibaldino e insegnava stilistica alla facoltà di magistero.

Figlia di un socio in affari di Stefano Pirandello, Antonietta era una ragazza di buona educazione, dolce, devota ed anche bella. Mise al mondo tre figli: Stefano, un anno dopo il matrimonio (nel 1985), Lietta (1897) e Fausto (1899). Non ebbe molto tempo per conoscere davvero il marito, troppo preso com’era dall’insegnamento e dall’ansia di scrivere, ma lei sembrava ugualmente appagata. Poi il dramma, improvviso e violento, per una lettera arrivata dalla Sicilia e diretta al marito, che Antonietta in sua assenza aveva aperto e letto. Stefano Pirandello comunicava al figlio che, per un improvviso allagamento delle zolfare, tutto il patrimonio della famiglia era andato distrutto; ed anche la dote di Antonietta se n’era andata, perché il padre di lei aveva pure lui investito tutto in quelle miniere. Per Antonietta fu un colpo gravissimo: il marito, al rientro, la trovò a letto con le gambe paralizzate, la mente sconvolta.

Non si riavrà mai più da quello shock, la povera moglie: guarirà dalla paralisi, non nella mente. Una follia lucida, non pericolosa (almeno nei primi anni), che escluderà lei dalla vita e segnerà drammaticamente quella dello scrittore. La curavano in casa, per i primi anni, e Pirandello scrisse gran parte delle sue opere vegliando su di lei. Poi, nella mente sconvolta della donna, subentrò una ossessiva forma di gelosia. Ma non per altre donne che avrebbero potuto prendere il suo posto accanto al marito: lei vedeva una rivale, nientemeno, nella figlia Lietta. Un giorno arrivò a dire al marito: ”O lei o io!”. E Pirandello dovette far allontanare la figlia da casa. Finché non fu presa la decisione, sofferta ma inevitabile, di far ricoverare lei in una clinica psichiatrica, dalla quale non ne uscirà più viva.

Pirandello alla macchina da scrivere
Pirandello alla macchina da scrivere

Era il 1917. Al figlio Stefano, prigioniero in Austria, il cinquantenne Pirandello scriveva in quei giorni: “In questo male della vita, ove la meta è un inganno sempre, ciò che importa è camminare, andare avanti”. E gli raccomandava: “Lavora, lavora, Stefanuccio mio: non c’è rimedio migliore”. Papà Luigi continuava a lavorare con accanimento, curvo sulla monumentale macchina per scrivere nera che ora fa bella mostra nella casa-museo di Agrigento. Passava nottate intere su quella tastiera, picchiando con un solo dito, l’indice della mano destra. In una notte era capace di stendere l’intero atto di una commedia. Scriveva anche a mano, ma solo quando era in albergo, per non disturbare i vicini di camera: l’ultimo atto di “Questa sera si recita a soggetto” lo scrisse, in una notte appunto, in un albergo di Berlino.

Non era un teatro facile, il suo, soprattutto per quel tempo. Copioni come “Questa sera si recita a soggetto” o “Sei personaggi in cerca d’autore” rompevano con le tradizioni e gli schemi della commedia borghese allora in voga, scavando nell’animo umano, facendo discutere e arrabbiare; ed erano anche la risposta più immediata al “teatro di poesia” che il dannunzianesimo proponeva in quegli anni come unica novità. “Metafisica da portineria” era definita dal “vate” quella “contorta e sofisticata filosofia”. E Pirandello replicava dando dell’istrione all’illustre collega, accusandolo di fare “teatro non di poesia, ma di un verbalismo vuoto, una accozzaglia di parole e nient’altro”. Il filosofo e critico Benedetto Croce no n si pose dalla parte di D’Annunzio, ma sparò a zero contro Pirandello (continuerà a farlo anche quando, nel 1934, daranno allo scrittore-commediografo agrigentino il Nobel). Lui rispose che, “tra i tanti Pirandello inventati dai critici, quello di Benedetto Croce era certamente il più imbecille”. Erano tempi di grandi fermenti letterari e violentissime contestazioni (che oggi mancano in Italia, purtroppo: in teatro come nella letteratura).

Contestato e fischiatissimo in Italia, il siciliano Pirandello ebbe all’estero le sue prime affermazioni: in Francia (“il più grande innovatore del teatro moderno”, lo definì André Maurois) e soprattutto in Germania. Al figlio Stefano, nel 1930, scriveva da Berlino: “Non ti dico il fervore di questi giorni attorno a me: figùrati che si parla anche della fondazione di un teatro pirandelliano per la rappresentazione dei miei lavori. E in Italia? Facciano quello che vogliono! Me ne strafotto! Non ho voluto mai nulla da nessuno! Ho dato sempre a tutti e seguito a dare, anche al mio Paese. Sinché l’estro mi assiste, sono salvo”.

Era la sua grossa rivincita, certo, quel successo all’estero: esplodeva l’orgoglio della vecchia quercia, la rabbia, lo sdegno per “l’astiosa cecità” dei critici italiani che, con incredibile accanimento, tentavano di demolire le sue opere. Ma era tutto il mondo letterario di allora che non “capiva” o “si rifiutava di capire” Pirandello. E lui, per protesta, si era addirittura dimesso da socio della Siae (la società degli autori). Avrà poi qualche delusione anche in Germania. Prima con “Questa sera si recita a soggetto”, con il pubblico frastornato da quell’insolita rappresentazione di “teatro nel teatro” che, nel sentire pronunciare in scena battute come  “Se ne vada, via, via!”, le prendeva al volo e gridava anch’esso, inviperito: “Sì, via, via, andatevene tutti, via!”; poi con il “Lazzaro”, la prima delle tre “commedie dei miti”, accolta piuttosto freddamente a Berlino, come le altre due, “La nuova colonia” e “I giganti della montagna”.

Marta Abba
Marta Abba

All’amica Marta Abba, interprete di gran parte delle sue commedie, scriveva da Berlino nel 1931: “Mi è parso ieri sera di essere in Italia. Gli odii mi inseguono dappertutto: l’odio dei vili trionfanti, la incomprensione degli stupidi, i fischi degli idioti”. Non saranno i “fischi degli idioti” ad abbattere la vecchia quercia. “Mi fischiano? Vuol dire che sono ancora giovane”, esclamerà due anni dopo a Milano, commentando una nuova disastrosa edizione di “Non si sa come”.

Era il 193 ed aveva 66 anni. E la sua fama, mentre gli italiani fischiavano, cresceva in tutto il mondo. “A Pirandello tutti dobbiamo qualcosa”, scriveva a Londra il commediografo Thomas Stearns Eliot. Ed in America lo scrittore Louis Bromfield: ”E’ una delle più grandi menti creative del nostro tempo”. Nel 1934, quando al siciliano Luigi Pirandello assegnarono il Nobel, anche i critici e il mondo letterario italiano (tranne Croce) rivedranno le loro posizioni. Soltanto allora si renderanno conto di avere perseguitato per troppi anni, con la loro stupidità, il più grande uomo di teatro che l’Italia abbia mai dato al mondo.

Ebbe certamente un ruolo importante, nella vita e nel lavoro del Pirandello della maturità, l’attrice Marta Abba. Aveva 25 anni quando fu scritturata dal Teatro dell’Arte diretto dal cinquantottenne Pirandello. Un “sodalizio artistico-sessual-affetivo” (così lo definirono allora) che sarà per undici anni una sorta di tormentone, per teatranti, giornalisti e spettatori, con il commediografo-capocomico nei panni di un Pigmalione sempre più innamorato e la sua giovane primattrice impegnatissima soprattutto, se non soltanto, a far carriera. Sono 560 le lettere che le scrisse Pirandello, quasi tutte firmate “il tuo maestro”. “Ah come vorrei, Marta mia, che tu fossi qui con me”,  le scrisse da Parigi il 29 novembre 1934 (dopo che aveva ricevuto a Stoccolma il premio Nobel). “A Parigi mi amano, sono in tanti ad amarmi; e sono sicuro che non avrebbero fatto altrettanto se il Nobel fosse toccato ad un francese. Sì, sarei felice di averti qui, Marta mia… Così, senza te, la gloria è spenta, la mia vera gloria sei tu. Bisogna che la gloria sia giovane e bella, o non è più niente.  E tu poi la gloria, ormai, l’hai per te stessa, e hai la gioventù e la bellezza”.

Luigi Pirandello con l'attrice Marta Abba
Luigi Pirandello con l’attrice Marta Abba

Stravedeva, per lei, il commediografo-capocomico Pirandello. Ma l’attrice Marta Abba, a sentire i critici del tempo, non era né bella né brava ed in palcoscenico non raggiungerà mai vette di grande rilievo. “Ho tutta la mia vita in te, la mia arte sei tu e, senza il tuo respiro, muore”, le scriveva il maestro. “Tu stai creando e non lo sai; tu, con tutta la potenza della tua arte, dei toni della tua inimitabile voce, col fulgore dei tuoi occhi che trovano lo sguardo per ogni passione, stai creando con l’ardore che dalla tua mente, dal tuo cuore, da tutta la tua persona è venuto in me, perché io lo trasformi nell’opera che attraverso te sto scrivendo, e che non è mia, ma tua creazione”. Insomma, era Marta la sua musa ispiratrice: per lei scrisse opere tra le più significative del suo teatro: “Diana e la Tuda”, “Come tu mi vuoi”, “I giganti della montagna”. Ed ancora oggi, dopo la pubblicazione di tante lettere autografe, ci domandiamo: quali furono realmente, nella intimità, i loro rapporti?

“Non mi ha mai incuriosito sapere”, scrisse allora il caustico Orio Vergani, “se Pirandello sia stato o no a letto con la sua primattrice, che aveva 33 anni meno di lui. Gli attori della compagnia dicevano che il maestro non ‘consumava’, si accontentava di contemplare la sua interprete seminuda, distesa su un divano mentre lui scriveva”. Un amore soltanto platonico, a sentir loro, che avrebbe trovato poi conferma nelle indiscrezioni di amiche e amici della giovane attrice, secondo i quali Marta avrebbe sempre manifestato “poco o nessun interesse per il sesso”. Si sposerà in America, alla morte di Pirandello, la sua ex primattrice e musa ispiratrice, ed il marito otterrà poi il divorzio per il “persistente rifiuto di lei ai doveri della vita coniugale”. Dovremmo parlare allora di un sodalizio molto artistico, certamente molto affettivo (almeno da parte di lui), ma senza sesso? Se dobbiamo credere a quello che i giudici americani scrissero in quella sentenza di divorzio, sì: amore senza sesso, tra il commediografo e la sua primattrice.

La casa-museo di Pirandello è sulla strada che da Agrigento conduce a Porto Empedocle, isolata in una campagna brulla come un secolo fa. Di fronte, la Valle dei Templi, e in alto la città del cemento e del sacco edilizio, che sembra l’opera dei “Giganti della montagna”: anche qui, come nella famosa commedia pirandelliana, l’arte è stata maltrattata da una “ottusa e violenta razza di padroni” che obbedisce solo al dio denaro. In quella casetta, nella quale la signora Caterina Pirandello si era rifugiata per paura del colera, Luigi nacque la notte del 28 giugno 1867; e qui, nel muro che sorregge il terrazzo, è stata deposta l’urna con le sue ceneri. Il pino, sotto il quale cadde “come una lucciola”, resistette per più di un secolo, poi se ne andò, pieno di acciacchi. Segarono il tronco dal basso, quando il ciuffo sempre verde si era completamente rinsecchito (ed il buon senso fece scartare l’assurda e buffa ipotesi, avanzata da alcuni “illuminati” politici locali, per la sostituzione del “ciuffo” con rami artificiali e foglie finte).

Fu lo stesso scrittore a volere che le sue ceneri fossero conservate all’ombra di quel pino, dopo la cremazione: “Sotto qualche rozza pietra della campagna di Girgenti, dove nacqui”. Aveva disposto ogni cosa molti anni prima di morire (si spense a Roma il 10 dicembre del 1936, a 69 anni). Ed aveva raccomandato: “Morto, non mi si vesta. Mi si avvolga, nudo, in un lenzuolo. Carro d’infima classe, quello dei poveri. E nessuno mi accompagni, né parenti né amici. Il carro, il cavallo, il cocchiere e basta”.  Se ne andò così, quasi scusandosi di quel suo “involontario soggiorno sulla terra”. “Da uomo”, scrisse prima di congedarsi da amici e nemici, “ho voluto dire agli uomini qualche cosa, senza alcuna ambizione, tranne forse quella di vendicarmi d’esser nato. Ma pure la vita, anche con  tutto quello che mi ha fatto soffrire, è così bella…”.

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