Giunto alla 48ª edizione, il Rapporto Censis interpreta i più significativi fenomeni socio-economici del Paese e per il 2014 la difficile congiuntura che stiamo attraversando. Le Considerazioni generali introducono il Rapporto sottolineando come il Paese viva una profonda crisi economica a cui è legata un’altrettanta profonda crisi della cultura sistemica: i poteri sovranazionali, la politica nazionale, le sedi istituzionali, le minoranze vitali, la gente del quotidiano, il sommerso e la comunicazione appaiono come mondi non comunicanti, che vivono di se stessi e in se stessi. La società italiana al 2014 è descritta come una società satura dal capitale inagito e caratterizzata da una profonda solitudine. Il Rapporto analizza attentamente vari settori: la formazione, il lavoro e la rappresentanza, il welfare e la sanità, il territorio e le reti, i soggetti e i processi economici, i media e la comunicazione, il governo pubblico, la sicurezza e la cittadinanza. Un Paese, l’Italia, sfinito dalla crisi e con un capitale umano sottoutilizzato.

È questa la prima fotografia che esce dall’annuale rapporto sulla situazione, malgrado però il quadro a tinte fosche emergono segnali incoraggianti: per il 47 per cento degli italiani, infatti, la fase peggiore della crisi sarebbe ormai alle spalle (+12 per cento rispetto allo scorso anno), anche se l’incertezza regna ancora sovrana e il rischio di finire in povertà fa ancora paura. Questo il motivo per cui le famiglie spendono in contanti al 41 per cento e risparmiano in depositi bancari per placare la paura del futuro, le imprese smettono di investire (mantenendo però margini di profitto elevati), 8 milioni di persone non lavorano e le disuguaglianze aumentano corrodendo il ceto medio. Un Paese che ha cambiato pelle, dove la coesione sociale non tiene più, la solitudine avanza, nonostante l’esplosione dei social network, i giovani e le donne vengono mortificati e la politica bypassa sempre di più i ceti medi. «Una società satura dal capitale inagito», sintetizza l’istituto guidato da Giuseppe De Rita. Che individua «sette giare» per descriverla, sette contenitori che ribollono ma non dialogano tra loro. Aumentano le diseguaglianze, c’è sempre meno integrazione, e il ceto medio è quello che ha pagato più di tutti gli effetti della crisi.

L’Italia «ha fatto della coesione sociale un valore e si è spesso ritenuta indenne dai rischi delle banlieue parigine», scrive il Censis, ma le problematicità ormai incancrenite di alcune zone urbane «non possono essere ridotte ad una semplice eccezione». Sono oltre 3 milioni i cittadini senza lavoro in Italia, un capitale umano «inutilizzato» e «dissipato». Quasi 8 milioni gli individui “non utilizzati”: 3 milioni di disoccupati, 1,8 milioni di inattivi e 3 milioni di persone che, pur non cercando attivamente un impiego, sarebbero disponibili a lavorare. La scuola digitale italiana non decolla secondo il 48° rapporto del Censis e gli studenti italiani sono molto indietro rispetto ai loro coetanei stranieri. E anche se i nostri studenti migliorano nelle competenze digitali, la strada per raggiungere la media europea è ancora lunga. Anzi, molto lunga se si guardano i dati: se 100 studenti italiani iscritti all’ultimo anno di scuola secondaria di I grado o al terzo della secondaria di II grado dispongono rispettivamente di 8,3 e 8,2 computer, 100 dei loro coetanei europei ne hanno mediamente 21,1 e 23,2. Il 25,3 per cento degli studenti di terza media e il 17,9 per cento dei colleghi del terzo anno delle superiori frequentano scuole prive di connessione a banda larga, a fronte di corrispondenti valori medi europei di gran lunga inferiori (rispettivamente, 5 per cento e 3,7 per cento). Così come la frequenza di scuole dotate di ambienti d’apprendimento virtuale che coinvolge solo il 19 per cento degli studenti in uscita dalla scuola media di I grado e il 33 per cento degli iscritti al terzo anno della secondaria di II grado, quote ancora una volta sensibilmente inferiori alle medie europee (58 e 61 per cento studenti in età corrispondente).

Un ritardo che l’Ocse ha evidenziato da tempo e messo nero su bianco nel rapporto Review of the Italian Strategy for Digital Schools: un gap di almeno 15 anni rispetto ad altri paesi europei. E anche la Commissione europea ha rilevato che il Belpaese ha la più bassa disponibilità di accesso alla banda larga nell’Unione europea. Il Censis dedica un intero capitolo alla fascia tra i 15-34enni che già prima della crisi costituivano il 50,9 per cento dei disoccupati. Ora, però, i ragazzi senza lavoro sono arrivati a quota 75,9 per cento. In forte aumento anche i Neet, i giovani che non studiano, non lavorano e non svolgono attività di formazione, passati dai 1.946.000 del 2004 ai 2.435.000 del 2013. I giovani sono anche la maggior parte dei sotto inquadrati, ormai il 19,5 per cento degli occupati. Nel 2004 era occupato il 60,5 per cento dei giovani, nel 2012 era occupato il 48 per cento: in meno di dieci anni sono scomparsi oltre 2,6 milioni di occupati, con una perdita di oltre 142 miliardi di euro che si ripercuote drammaticamente già adesso sul sistema di welfare.

Per chi lavora i salari sono bassissimi: di 4,7 milioni di giovani che vivono per conto proprio, oltre la metà ricevono un aiuto economico dai genitori. «È grave lo slittamento verso il basso – scrive l’istituto – delle grandi città del Sud. Il tasso di occupazione dei 25-34enni oscilla tra il 34,2 per cento di Napoli e il 79,3 di Bologna, la quota di persone con titolo di studio universitario passa dall’11,1 per cento di Catania al 20,9 di Milano, gli evasori del canone Rai sono il 58,9 a Napoli ma diminuiscono al 26,8 a Roma, a Bari solo 2,8 bambini di 0-2 anni ogni 100 sono presi in carico dai servizi comunali per l’infanzia contro i 36,7 di Bologna, a Palermo ci sono appena 3,4 metri quadrati di verde urbano per abitante rispetto ai 22,5 bolognesi, la percentuale di raccolta differenziata dei rifiuti si ferma al 10,6 per cento nel capoluogo siciliano mentre arriva al 38,2 per cento nel capoluogo lombardo». Il Belpaese è al primo posto nella graduatoria dei siti Unesco, ma di questo immenso patrimonio se ne occupano solo 304 mila lavoratori, l’1,3 per cento del totale, la metà di quelli del Regno Unito (755 mila) e della Germania (670 mila), ma molto meno anche dei 409 mila della Spagna. I risultati sono evidenti anche in termini economici: nel 2013 il settore della cultura produceva un valore aggiunto di 15,5 miliardi di euro, contro i 35 miliardi di euro della Germania e i 27 della Francia.

In netto calo anche il consumo culturale interno: il numero degli italiani che è andato a visitare un museo o una mostra è passato dal 30,1 per cento del 2010 al 25,9 per cento del 2013, mentre quello di chi ha visitato siti archeologici e monumenti dal 23,2 al 20,7 per cento e di chi ha assistito a uno spettacolo teatrale dal 22,5 al 18,5 per cento. L’annuale rapporto del Censis dà infine dell’azione dei governi che si sono succeduti negli ultimi anni un quadro molto negativo. Li ritiene, infatti, responsabili di una politica che “resta confinata al gioco della stessa politica”. Il dossier sottolinea “il progressivo fallimento di molte riforme”, spesso “distaccate da un quadro coerente e inadatte a formare una visione unitaria di ciò che potrà o dovrà essere il Paese nei prossimi decenni”. A ciò, inoltre, va ad aggiungersi un alto dato: il paradosso del presidente del Censis, Giuseppe De Rita, che ha deciso di nominare suo figlio alla guida dell’Istituto. Contro ogni meritocrazia e in antitesi alle parole presenti nel Rapporto Censis, il numero uno dell’Istituto è riuscito a contraddirsi da solo e a mostrare il male più grande dell’Italia.

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