Perché ricordare oggi i Giusti e chi sono i Giusti? Moshe Bejski, magistrato israeliano e Presidente della Commissione dei Giusti dello Yad Vashem dal 1970 al 1995, ha fortemente voluto che uno degli scopi di Yad Vashem, oltre alla gestione del più importante museo dedicato alla Shoah, fosse quella di raccontare al mondo che accanto ai carnefici, artefici ed esecutori dello sterminio del popolo ebraico, vi furono tante persone che, a rischio della propria vita, ascoltarono la loro coscienza, salvando uomini, donne e bambini dalla deportazione e dalla morte.

La memoria, il ricordo degli uomini “giusti” ha permesso ai sopravvissuti di ritrovare la speranza in quel mondo da cui erano stati cacciati. Moshe Bejski aveva sperimentato in Polonia un’esperienza terribile: i genitori uccisi dalle Ss, il tradimento degli amici, l’internamento nel campo di Plaszow in attesa di morte certa, ma aveva trovato sulla propria strada Oskar Schindler, che l’aveva inserito nella famosa lista. Gli sembrò l’ultimo uomo buono esistente sulla faccia della terra. E Schindler, un individuo dalla pessima morale, che si arricchiva utilizzando e sfruttando gratuitamente la manodopera ebraica, gli aveva fatto ritrovare la fiducia nell’umanità e nelle persone, dandogli la forza e il motivo di non odiare il popolo tedesco. Gli fece semplicemente capire che non tutti i tedeschi erano uguali. Lo aveva salvato due volte: ridandogli la vita quando sembrava arrivata alla fine e rendendolo immune dall’odio. Lo aveva riconciliato con l’umanità.

E quel messaggio non era solo per lui e gli altri sopravvissuti, ma anche e soprattutto per le nuove generazioni. Il riconoscimento pubblico dei giusti ha dato la possibilità a molti paesi di attivare al proprio interno un processo di revisione e discussione storica e quindi di purificazione morale.  E’ il motivo per cui Moshe Bejski non voleva che i Giusti fossero ricordati soltanto nel giardino di Yad Vashem, ma sperava che diventassero patrimonio dell’umanità intera. Il 10 maggio 2012 il Parlamento europeo, su iniziativa di un noto scrittore e giornalista italiano, Gabriele Nissim, ha approvato la Dichiarazione scritta che istituisce il 6 marzo come Giornata europea in memoria dei Giusti. L’idea è nata con lo scopo di commemorare tutti quelli che si sono opposti, con scelta e responsabilità individuale, per difendere la dignità umana, in tutti i genocidi e totalitarismi. È celebrata ogni anno il 6 marzo, anniversario della morte di Moshe Bejski.

Se il mondo ebraico ha avuto il merito di codificare, di dare un vestito ai Giusti, è chiaro ed evidente che i Giusti devono essere un patrimonio di tutta l’umanità e non legati a un particolare momento storico; essi escono allo scoperto ogni qual volta l’intolleranza, la persecuzione, l’odio verso i diversi sembra prevalere. Non sono in sostanza una prerogativa della Shoah.  Anche in Italia sono fioriti tantissimi giardini, con alberi dedicati ai Giusti. Coltivare la Memoria serve a creare al nostro interno una serie di anticorpi per rifiutare l’odio, la violenza, l’intolleranza e indifferenza. I Giusti non sono dei santi, sono delle persone normalissime, con dei difetti, ma cui al momento opportuno la loro coscienza impone d’intervenire, di non restare indifferenti, di non voltarsi dall’altra parte per non vedere quello che sta avvenendo.

I Giusti insegnano che si può intervenire contro il male, con un semplice atto di bene; che si può aiutare un perseguitato con un semplice gesto, purché si abbia la capacità morale di farlo; che non esistono barriere, né di etnia, né di religione, né di credo ideologico o politico quando si mette l’uomo e la sua dignità al centro del proprio mondo di valori. Spiegare storicamente ai ragazzi la Shoah, lo sterminio premeditato di sei milioni di cittadini europei di religione ebraica, ma anche il genocidio degli Armeni, le foibe e l’esodo dei nostri connazionali dall’Istria, Fiume e Dalmazia, e qualsiasi altro terribile momento storico è importante, indispensabile. E se accanto a ciò trasmettiamo le storie di persone normali che seppero dire no, seppero opporsi anche a rischio della propria vita, della loro carriera, dell’isolamento sociale, trasmettiamo un importante valore positivo e cioè che ognuno di noi se vuole qualcosa può (e deve) fare. Sarebbe, senza ombra di dubbio, un grande insegnamento per i giovani.

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