Da Parigi, alla non più giovane contessa Paolina, “bella e fresca come una rosa”, porta un paio di calze di seta e le manda il regalo “accompagnato da un bacio sulla gambetta”. Un’altra volta, le manda tre ombrellini, “perché ne scelga uno”, con preghiera di rimandargli indietro gli altri due (per regalarli ad altre amiche, dobbiamo presumere). E baci, tenerezze, affettuosità: baci sulle “care manine” che, scrive in una lettera, “comincio dal pigliare e tenermele sulla bocca”; baci “sul braccino, un po’ più oltre il gomito”; baci anche sul foglio della “cara letterina appena arrivata”, sul cui angolo in alto l’amica ha disegnato un cuore trafitto. “Ti amo e ti amerò per sempre, cara Paolina”, la sua risposta.

E quasi contemporaneamente alla contessa Dina (24 anni meno di Paolina), che è rimasta in un albergo tra il verde a Ponte Nossa, in Val Seriana, dopo un paio di giorni trascorsi con lui: “Mi è sembrato di lasciare costì la parte migliore di me… Ti adoro, anima mia, come non ho mai adorato altra donna”. E poi: “Come sei cara quando mi chiami il tuo amante… Ti rivedo nella penombra della nostra stanzetta, con le bellissime spalle nude e invitanti, che non smettevo di accarezzare;  e poi distesa sul letto, incantevole e ardente, senza mai staccare la bocca dalla mia…”.

Sono le tenerezze, i palpiti di cuore e gli slanci erotici del Verga innamorato (ben diverso dal Verga “ruvido e scontroso” che i biografi ed i libri di scuola ci hanno descritto), espressi in centinaia di lettere che lo scrittore catanese inviò alla contessa milanese Paolina Lester Greppi, separata dal conte Greppi e con un figlio grandicello, che gli fu compagna per 25 anni, dal 1880 al 1905 (lui aveva 40 anni, lei 44, quando si incontrarono in un salotto di Milano), ed alla contessa Dina Castellazzi, anche lei milanese, vedova del conte piemontese Alessandro Brucco di Sordevolo, che conobbe nel 1893 (lui aveva 53 anni, lei 33), con la quale resterà in rapporti epistolari fino alla morte (1922).

Giovanni Verga amò molte donne (nubili e sposate, nobildonne e popolane, insegnanti, intellettuali, attrici) e da moltissime fu amato. “Fuochi fatui”,  a sentir lui, sempre molto riservato e restio a parlare di queste cose. Nel 1883, scoppiò a Catania uno scandalo per una lettera “piena di tumultuose passioni” mandata dal quarantatreenne Verga alla trentaduenne maestrina toscana Giselda Fojanesi, affascinante sposa del poeta catanese Mario Rapisardi, che era finita chissà come nelle mani del marito, con il risultato che lo sposo tradito coprì di insulti il rivale (suo migliore amico, fino ad allora) e licenziò in tronco l’adultera. Si sa che particolari attenzioni il quarantaquattrenne Verga rivolse nel 1884 alla ventiseienne Eleonora Duse (allora compagna dello scrittore Arrigo Boito), splendida interprete della sua “Cavalleria rusticana”, ed alla quarantasettenne ed ancora affascinante Carolina Cristofori Piva, ispiratrice del Carducci. Ebbe l’affetto della sedicenne Sara Scriffignani, la “simpatica monella di Agira” (la frase fu scritta da Verga in una cartolina indirizzata alla ragazza), e quello della quarantasettenne scrittrice triestina Maria Brusini. Ma i veri grandi amori del sanguigno scrittore catanese furono le due contesse milanesi,  Paolina e Dina.

“Basta un vostro sorriso per farmi nascere il sole dentro”, il primo biglietto dello scrittore Verga a Paolina. Si conobbero in uno dei salotti culturali di Milano e fu per entrambi il classico “colpo di fulmine”. Si incontrarono per la prima volta in albergo, poi a casa di lei, in via San Marco, quindi in vacanza sui laghi e in montagna, in Svizzera (a Mendrisio) e nella villa che i fratelli della contessa avevano a Loverciano, non lontano da Mendrisio: solo una volta Paolina andò a Catania e dormì in albergo, non in casa Verga.  Era colta, brillante, la contessa, innamorata dell’uomo Verga, ma affascinata assai di più dallo scrittore che i salotti di Milano si contendevano. Affascinati dall’autore  de “I Malavoglia” e “Mastro don Gesualdo” anche i suoi fratelli (Luigi, Antonio e Marco), i quali avevano per l’illustre ospite ogni riguardo e non perdevano occasione per manifestargli simpatia ed amicizia (in particolare, Luigi, il quale inseguiva sogni poetici ed avrà da Verga l’aiutino necessario per pubblicare qualcosa su periodici e riviste letterarie).

Sono 208 le lettere di Verga a Paolina, che possiamo leggere nel piccolo museo allestito nella casa natale di Catania, al numero 8 di via Sant’Anna (mancano quelle di Paolina a lui, che sarebbe stato lo stesso Verga a distruggere, insieme alle lettere di amiche e ammiratrici). Poche, quelle 208 missive, se consideriamo che il rapporto con la contessa Paolina durò 25 anni e lui gliene mandava anche due al giorno (furono probabilmente i fratelli di lei a trattenerne una parte, alla morte di Paolina). E nessuno può dire con certezza che l’epistolario si sia concluso davvero nel 1905, l’anno indicato dalle ultime date. Vero è che nel cuore dello scrittore c’era già, da tempo, la contessa Dina Castellazzi; ma Verga non era il tipo che, incontrata una nuova amica, troncasse all’istante i rapporti con le altre. Con Paolina, dopo il grande amore, era rimasta certamente l’amicizia, anche se lui continuava a giurarle, molto ipocritamente, amore eterno. A lei confidava tutto: gioie e inquietudini, speranze, amarezze.

Aveva tanto bisogno di confidarsi, il Verga uomo e scrittore. L’inizio del secolo era stato terribile per lui: lutti in famiglia a catena, problemi economici (“I limoni di Nuovalucello non si vendono più e non si riscuote una lira”, le scriveva), un patrimonio che vedeva andare in sfacelo, le odiose pendenze di vecchie liti giudiziarie per diritti di autore non incassati; e la cocente delusione per un mondo letterario che, dopo i primi apprezzamenti e le lusinghe, gli aveva riservato tante amarezze. Di queste cose, e non soltanto di amore, scriveva Verga a Paolina. Viveva nella sua Catania in sdegnosa solitudine, rassegnato all’esistenza grigia della provincia, indifferente persino ai riconoscimenti che (tardivamente) gli venivano tributati. Deluso e scoraggiato al punto che, quando rilesse la prima stesura del romanzo “La duchessa di Leyra”, che doveva concludere il ciclo de “I vinti” iniziato con “I Malavoglia” e “Mastro don Gesualdo”, non ci pensò due volte a darla alle fiamme nel caminetto. Si considerava lui, un “vinto”.

C’è il Verga tormentato dai mille problemi, nelle lettere a Paolina, insieme al Verga capace di tante tenerezze, persino di frivolezze nella scelta del “cappellino intonato con le scarpe” da regalarle; un Verga che con Paolina parlava ipocritamente anche di “bebè” , lui che nei suoi scritti, pur esaltando “la religione del focolare domestico”, aveva sempre manifestato contrarietà assoluta ai legami, al matrimonio, ai figli (viveva con la madre, due sorelle, un fratello, la cognata e tre bambini: un “inferno”, a sentir lui, quei tre  “bambinotti”).

“La vostra cara letterina di venerdì ci voleva proprio”, le scriveva nel 1843, a 43 anni, dopo tre anni di incontri. “Sento di essere nella vostra anima come voglio esservi; e di volervi bene molto, ma molto. Che piacere quando ci rivedremo! Ora sono delle settimane e settimane da passare. Pazienza! Intanto scrivetemi, che è l’unico mio conforto”. Ed ancora: “Sono lieto di mandarvi collo stesso corriere la prima copia del mio libro, colla quale avrei voluto mettervi tutto me stesso ai vostri piedi. Vi prego di leggere fra le righe della dedica tutto quello che il mio cuore avrebbe voluto metterci per voi che siete il mio primo e più caro pensiero. Tenetemi sempre vivo e presente nel vostro pensiero e nel vostro cuore, come voi siete nel mio. Verga vostro sempre”.

Tutto vero, quello che le scriveva? Ad osservare bene le date delle lettere, il dubbio di un “doppio gioco” del sanguigno amante Giovanni Verga vien fuori, e non soltanto nei dodici anni in cui riuscì a parlare e scrivere d’amore contemporaneamente a Paolina e Dina, illudendo l’una e l’altra di essere la vera ed unica destinataria dei suoi “palpiti di cuore”. Ho già ricordato la clamorosa lite dello scrittore con il suo collega catanese Mario Rapisardi, per la lettera diretta alla signora Rapisardi e finita nelle mani del marito. La lettera era del 14 dicembre 1883: “Cara, cara, cara”, le scriveva Verga, “tu sei la donna come l’avrei sognata io, l’amica, la sorella, l’amante, tutto…”. Era lo stesso Verga che il 20 novembre, e cioè appena 24 giorni prima, aveva scritto alla contessa  Paolina: “Oggi ho proprio il bisogno di dirvi la gran parte che avete preso nella mia vita…”; lo stesso che il 23 dicembre, e cioè appena 9 giorni dopo la infuocata lettera a Giselda, scriverà ancora a Paolina: “Penso a voi oggi e mi ricordo dello stesso giorno che vi ero vicino l’anno scorso…”.

Mentiva all’una o all’altra, o le amava tutte e due contemporaneamente? E con Giselda, bisogna ricordare, restò in rapporti di “amorosi sensi” anche quando la ex signora Rapisardi, cacciata dal marito catanese, si trasferì a Firenze. Si scrissero, si incontrarono, si amarono, mentre lui continuava a scrivere infuocate parole d’amore a Paolina. Smisero di amarsi quando lei, libera di risposarsi dopo l’annullamento del matrimonio con Rapisardi da parte della Sacra Rota, parlò a Verga di matrimonio. Il grande innamorato non soltanto rispose “no”, un no secco e indiscutibile, ma da quel giorno non si fece più sentire. Era fatto così, il siciliano Verga: di legami, lui non voleva sentir parlare. E continuò a comportarsi da Giano bifronte, con la semplice sostituzione della maestrina Giselda con la contessa Dina. Protestò l’innamoratissima Paolina, quando intuì di essere stata messa da parte. Lui continuò a mentire, rassicurandola che “nulla era cambiato” e spiegando che, se non si faceva vedere a Milano, era perché “senza soldi non si canta Messa e non si viaggia”, con riferimento alle disastrose condizioni finanziarie (di cui le aveva scritto più volte) che non gli consentivano di muoversi da Catania. Ed invece, per incontrare la contessa Dina (che aveva 24 anni meno di Paolina e 20 meno di Verga), i soldi li trovò. “La mia bimbetta”, la chiamava, “la cara piccina mia”, “la cara monella”, “la piccola birichina che mi fa tanto disperare”. I suoi occhi, diceva, erano “cangianti e turbanti, a volte anche felini”, le spalle “incantevoli, da adorare nella penombra della nostra stanzetta”, la voce “da mezzosoprano (“Pensavo a te che cantavi così bene, in quella sala”, leggiamo in una lettera), e mani “che sanno prendermi al punto giusto e tenermi ben stretto”. “Come sei cara quando mi chiami il tuo amante!”, le scriverà dopo il primo incontro.  “Ti vedo a quest’ora nel nostro letto, cara amica bella e bianca, colla mia bocca sulla tua bocca amata”.

Che cosa cambiava, nel linguaggio del Verga innamorato, rispetto alle lettere a Paolina? Chiaro che gli incontri con Dina lasciavano il segno. Lui, scrivendo a Paolina, non aveva mai usato la parola “amante” (che troviamo solo nella infuocata lettera alla signora Rapisardi), non aveva mai parlato di letto. Ed i baci, per lettera, si era limitato a mandarglieli “sulle manine che comincio dal pigliare e tenermele sulla bocca”, sul “braccino, un po’ più oltre il gomito”, al massimo sulla “gambetta”. Fin troppo chiaro che, con Dina, il sesso aveva preso il sopravvento.

Le lettere a Dina sono 521 ed abbracciano il lungo periodo della vita dello scrittore dal 1893 alla morte, avvenuta nel 1922. “Dammi la tua bocca, al solo pensiero della quale mi struggo… amore, amore caro! Quanto l’ho baciata la tua lettera! E quello che c’era dentro! Quante cose vorrei dirti e quante cose vorrei farti! Ho qui dinanzi il tuo ritrattino che mi guarda e gli dico tante cose… Ti bacio sulla bocca, sugli occhi. Ti bacio tutta e ti do tutta l’anima mia…”, le scriveva. Per lo scrittore Verga furono anni bui, che le “follie” a letto con la “monella” Dina riuscivano a rischiarare solo in parte. A Paolina aveva già scritto delle sue preoccupazioni finanziarie, delle delusioni letterarie. “Che tristezza la vita, con i suoi guai e le sue tirannie”, scriveva adesso a Dina, senza accennare però alla durissima realtà delle sue tasche quasi perennemente vuote. Ritegno? Imbarazzo? Un giorno anche lei saprà, e starà in ansia (come Paolina) per la fioritura e la vendita dei “verdelli” di Nuovalucello.

“Mi sento vecchio, stanco e sfiduciato, stanco da non poterne più… Vivo in capo al mondo, non so più nulla di nessuno…”, le sue sconfortate parole. E stanchezza e sfiducia rischiavano di far inaridire la sua ispirazione creativa. Unica produzione di quegli anni, il dramma “Dal tuo al mio”, rappresentato a Milano nel 1903. Poi, il declino. Paolina Lester Greppi era stata la “donna dei capolavori” (con “I Malavoglia” e “Mastro don Gesualdo”, “Il marito di Elena”, “Storia di una capinera”, “Eva”, “Tigre reale”, “Cavalleria rusticana”, “Caccia alla volpe”, “Caccia al lupo”, “La roba”, “La lupa”, “L’amante di Gramigna”, “Il reverendo”, “Il mistero”); Dina sarà la “compagna del crepuscolo”, ma anche l’unica donna che gli resterà vicina, devota ed innamorata, sino alla fine.

Il capodanno del 1900 poté festeggiarlo soltanto con l’ennesima lettera. Altro non poteva fare che scriverle, non potendo raggiungerla a Milano, dove la vedova del piemontese conte di Sordevolo, speso (o sperperato) il non cospicuo patrimonio avuto in eredità dal marito, era ritornata a vivere con la madre ed i fratelli, in via Borgonovo, 1. “Penso a te, voglio essere teco almeno come posso, e l’ultimo mio saluto, la mia ultima lettera dell’anno che se ne va voglio che siano per te che sei il mio primo pensiero ed il mio amore. Un anno che mi ha portato tanti guai in famiglia, ma io lo benedico, perché sono stato tanto felice insieme a te e t’ho amata tanto. Cosa ci porterà l’anno nuovo? Che tu sii altrettanto felice, Dinuzza mia, e che tutto ti vada a seconda dei tuoi desideri, ed anche, lasciami esprimere il voto egoista, che tu mi voglia sempre bene così”.

A lui l’anno nuovo portò un nuovo guaio, assolutamente inaspettato. Una lettera dell’amica Dina che sapeva di ultimatum: “Sposiamoci o ci lasciamo per sempre, perché ho deciso di sposarmi e di rifarmi una famiglia”. Erano soprattutto i fratelli che premevano perché si risposasse (ed i corteggiatori, alla affascinante quarantenne Dina, certo non mancavano). Solo che lo scrittore Verga, al solo sentir parlare di matrimonio, inorridiva. Ed in altre occasioni (l’ultima con la ex signora Rapisardi) non ci aveva pensato due volte a rompere il rapporto. Ma Dina gli aveva davvero “preso il cuore” e non se la sentì di rompere. Molto diplomatica, abilissima la sua risposta: una sorta di “mozione degli affetti”, tra il patetico e il disperato, senza concedere nulla.

“Il mio dovere”, le scrisse, “è chiaro e imprescindibile: devo lasciarti libera di decidere con tutta sicurezza, serenità e tranquillità di animo, prima che lo strappo sia più doloroso, e che il risolverlo sia più difficile a te stessa… Non ti crucciare per quello che ti scrivo, mia Dina amata tanto! Ti scrivo perché il parlarne sarebbe ancora più difficile e penoso, difficile a te soprattutto il rispondere. Desidero anzi che tu non ti dia il cruccio di rispondermi. Che cosa potresti scrivermi che io non sappia, mia povera e cara Dina. Desidero solo che tu sappia che io sono sempre lo stesso con te, vicino o lontano, che ti ho in cuore e nessun avvenimento potrà farmi mutare. Che Dio t’assista, t’ispiri e t’illumini; ma io non devo essere un inciampo, un ostacolo, semplicemente un dubbio o un’esitazione in quanto sarai per decidere. Non debbo e non me lo perdonerei mai. Quando avrai una parola da dirmi, qualunque essa sia, sai come sarà accolta da me, sai cosa penso di te, come ti voglio bene e come ti sono devoto. Mi leggi e mi vedi in cuore, in questo momento, e sai che non vorrei darti la menoma pena, la menoma”.

E due giorni dopo, senza aspettare la risposta alla lettera già spedita e non ancora arrivata a destinazione: “A te, a te, cara Dina amata, vicino a te, accanto a te col pensiero e col cuore. Mi pare ancora un sogno che io abbia fatto, e sento un gran struggimento, un desiderio grande di vederti ancora. Così lontana, così sola, povera anima mia… Perdonami, perdonami, Dina amata tanto! Come ti dissi già, in quella ora d’angoscia e di distacco: che Dio ti ispiri e ti assista! Non pensare a me. No, no, no. Pensa a te che mi sei cara più della vita, sopra ogni cosa, e che soprattutto vorrei sapere, se non felice, tranquilla. Che sarà di noi? Che avverrà? Che mi dirai? Se sapessi quanto io ti ho pensato, in queste lunghe notti insonni! Se sapessi come mi rimprovero a volte di farti soltanto del danno, e di non sapere amarti come dovrei… La vita è triste e piatta, purtroppo. Vedi, ti scrivo tutto ciò prima di ricevere la risposta alla mia prima lettera, perché non so se avrei la forza di scrivertelo dopo. Quanto ho pensato a te, come, quanto! Povero amore, povera bimba! Che mi dirai? Che farai? Che Dio ti aiuti! Che Dio ci aiuti entrambi! Sappi solo che t’amo con tutto il mio cuore, che, checché avvenga, checché deciderai, le ultime tue lagrime e le tue ultime parole mi rimarranno sempre qui in cuore. Tuo, come vorrai! Verga”.

La risposta della contessa non si fece attendere. Non ne conosciamo il testo, perché tutte le lettere di amanti, amiche e ammiratrici furono distrutte dal Verga. Ma ne intuiamo il contenuto attraverso l’esplosione di gioia dello scrittore innamorato nella successiva sua lettera: “Dina mia! Mia! Poterti dire ancora mia! Il mio amore, la mia gioia! Non voglio pensare ad altro, non voglio che tu pensi ad altro. Sarà quel che sarà domani. Oggi ti sento ancora mia. Finché vorrai, finché vivrò in te e sarai felice anche tu della felicità che mi dai… Leggo e rileggo la tua lettera, cara, buona, amata Dina mia! Come sei buona e come ti benedico! Dammi la tua bocca, dammi il tuo amore, le tue dolcezze, le tue carezze, l’anima tua. Qui, qui su me, tra le mie braccia. Mai più, non mi dire mai più quelle brutte cose: ‘Rinunziamo al nostro sogno di questa estate, non venire più qui…’. Oh, cattiva, cattiva amata tanto! Come puoi averlo scritto? Pensato no, no! Tu che conti i giorni come me, se mai ami come io ti amo, e aspetti quell’altro giorno benedetto, quando ti stringerò tra le mie braccia e saremo tanto felici ancora. Oh, amor mio, scrivimi una lunga lettera, parlami di te, a lungo di te soltanto, tutta te, ti voglio, ti amo, ti vorrei avere adesso tra le braccia, amore”.

La tempesta (quella sentimentale) era passata, ma i guai in casa Verga  restavano. E tuttavia una buona produzione e vendita dei limoni di Nuovalucello consentirono allo scrittore di prendere il treno per Milano. Si videro in albergo, passarono insieme qualche giorno sulla riviera ligure. Parlarono anche di un lavoro per lei, visto che la vedova del conte di Sordevolo era ormai a totale carico dei fratelli. Dina era una donna di cultura, traduceva dal francese e dal tedesco: Verga cercò di farle dare qualche incarico dall’editore Treves, di farle scrivere qualcosa per giornali e riviste letterarie. Lui rileggeva i testi, limava, aggiustava; lei ricopiava e mandava il lavoro. “Vedo che ti vai facendo la mano”, le scrisse, “e ne sono contento. Fra un po’ ti abbandono alla tua sorte”.

Per la sua attività di scrittrice, ovviamente, perché il loro rapporto, pur vivendo lontani, andava bene. Ci fu una scenata di gelosia, quando lui seppe (proprio da Dina) che tanti corteggiatori le ronzavano intorno, nelle redazioni di giornali e riviste che doveva frequentare per lavoro, nei circoli letterari, nelle sale di concerti. “Credi che debba darmi piacere, quando mi narri dei tanti poeti (per modo di dire) che ti camminano sui piedi? O dei violinisti che si occupano per tutta la serata di te?”. Lei rispose risentita, lui replicò, ma senza acredine, e tutto si ricompose con l’opportuno chiarimento da parte di lei. Non civettava con nessuno, l’affascinante Dina: era soltanto felice di poter lavorare tra amici. Collaborò anche ad alcune sceneggiature cinematografiche, tratte da opere di Verga (“Storia di una capinera”, “Eva”, “Tigre reale”, “L’amante di Gramigna”, “La lupa”), con il solito aiutino di lui, ma con l’impegno a non rivelare che in quelle sceneggiature c’era anche la mano dell’autore. Lo scrittore Verga non volle in nessun modo “sporcarsi le mani con il cinema”, in quelli che definiva “i pasticciacci  del cinema”.

Non ebbe fortuna, Dina Castellazzi, con il suo lavoro di sceneggiatrice; e neppure l’autore Verga con le opere cedute al cinema. I diritti della “Cavalleria rusticana”, i cinematografari dell’epoca se li assicurarono per 500 lire e ci fecero sopra un bel mucchio di soldi. Ma l’autore, dopo aver visto sullo schermo quello che avevano combinato con il suo copione (che la Duse aveva portato al successo in teatro), non ci pensò due volte a ritirare il suo nome dai titoli di testa e dai manifesti, per non compromettersi con “simili contraffazioni artistiche”.

Una delusione dopo l’altra, insomma. Della triste “stagione del silenzio”, durata per Verga un ventennio, le lettere a Dina offrono un quadro desolante. E’ un uomo ed uno scrittore che, profondamente deluso dalla vita, dagli uomini, dalla letteratura, si è incupito sempre più nel suo pessimismo fatalistico e ritiene inutile persino continuare a lottare: un “vinto”, appunto, come i protagonisti dei suoi romanzi più famosi. Ed in quelle disperate condizioni doveva anche provvedere a mandare ogni mese 100 lire alla povera Dina per consentirle di pagare l’affitto del suo appartamentino e vivere alla meglio, visto che alla morte della madre aveva ritenuto di dover lasciare la casa dei fratelli.

“Che miseria e che noia, questa vita!”, le scriveva nel 1910, a 70 anni. “Mi dici di mandare al diavolo i verdelli e tutto il resto. Ma di che vivere, allora? Di letteratura? Ahimè, ne so qualcosa”. E tuttavia andava fiero di non aver mai “sporcato della carta” soltanto per fare quattrini. “Questa è la sola ricchezza che mi resta”, teneva a dire. “Quando penso al lavoro ingrato in cui deve dibattersi quel povero D’Annunzio, fra l’usciere che gli pignora tutto da una parte ed il bisogno di tutti i giorni dall’altra, mi vengono i brividi…”

Nessuno riuscirà a scuoterlo da quella sdegnosa apatia. “Sapete delle difficoltà e dei guai in cui mi dibatto e affogo, e quanto mi sia penoso entrare in certi dettagli umili ed umilianti…”, scriveva a Dina nell’agosto del 1912. “Sapete che non ho potuto nemmeno andare a Roma e Milano onde assistere alle mie cause per i diritti d’autore che non mi hanno dato nella misura dovuta. Sono qui a domicilio coatto, malgrado il caldo, i malanni e tutto il resto. Non ho più la salute, né la gioventù, né denari. Cosa volete che dica e faccia?… Bruciate queste righe che mi bruciano la penna, se pensate ancora a me come io penso a voi, e dite solo: è un uomo finito, ecco tutto. Il vostro Giov.”.

Arrivò, per fortuna sua e dell’amica Dina, la nomina dello scrittore Giovanni Verga a senatore a vita: nel 1920, quando aveva già 80 anni. Un grosso stipendio da parlamentare e tanti benefici, che lo salvarono da una vita di stenti. Erano soprattutto i biglietti ferroviari, assolutamente gratuiti per lui ed i suoi amici, che lo rendevano felice: gli consentivano adesso di fare i viaggi che non aveva potuto fare in tanti decenni per mancanza di soldi; ed anche Dina poteva viaggiare gratuitamente. Quando lui (impegnatissimo tra Catania e Roma per i doveri di senatore) non aveva il tempo o voglia di andare a Milano, era lei che andava a trovarlo a Catania. Due anni di grande distensione, finalmente, per entrambi.

Poi la morte, a 82 anni. Il senatore Giovanni Verga morì nel 1922, per un ictus cerebrale. Dina Castellazzi morirà nel 1945, a 85 anni. Vivrà in povertà gli ultimi 23 anni della sua esistenza (non essendo sposata, non erediterà nulla dallo scrittore). Le 521 lettere che Verga le aveva scritto, le vendette al ministero per la Pubblica Istruzione un paio di anni prima di morire: per bisogno. Per rendere meno penosa la sua vecchiaia, certo, ma anche (così disse) “per avere la certezza che quelle appassionatissime lettere firmate dal grande Verga saranno conservate in un museo italiano, a disposizione di tutti, studiosi e lettori”.

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