Il prossimo 4 dicembre si svolgerà presso la Biblioteca del Senato, a Roma, il convegno “Quale futuro per l’artigiano creatore e per il restauratore nell’ambito dell’oreficeria”. Prima di allora, l’1 dicembre, figura nel calendario la ricorrenza di S. Eligio, patrono di orafi e argentieri. Ogni anno a Palermo questi artigiani festeggiano il loro patrono a dicembre e a giugno. Da un po’ di tempo lo fanno davanti a quel che resta della loro chiesa, nel centro storico. Guardare a quel rudere – quello della chiesa di S. Eligio – fa pensare alla concezione dell’architettura che aveva John Ruskin (1819-1900). Per lui ogni edificio andrebbe considerato come un uomo: al pari di ogni essere umano esso nascerebbe, crescerebbe, maturerebbe, declinerebbe e infine morirebbe. Di conseguenza la sua posizione nei confronti del restauro era di assoluto non intervento sul monumento. Come ogni creatura vivente, esso dovrebbe essere lasciato morire senza alcuna intromissione, senza rimettere a posto le pietre cadute, senza ritoccare le decorazioni nei punti usurati.

Ruskin riteneva immorale l’intervento di restauro comunemente praticato nella sua epoca, inteso come sostituzione della copia all’originale. Egli sosteneva la necessità innanzitutto di conservare l’esistente, ammettendo quegli interventi di comune manutenzione (cuci e scuci del singolo concio degradato, sostituzione di un coppo ammalorato), ma anche di puntellazione, utili a prolungare il più possibile la vita dell’architettura antica, alla quale va riconosciuto il diritto, quando sarà giunto il momento, di estinguersi. Più che di “restauro romantico”, si tratta di una visione esoterica del mondo, elitaria, per iniziati. Ciò che importa è l’anima delle cose. Anche l’architettura ne avrebbe una, che verrebbe liberata dalla prigionia della materia a tempo debito. Ma gli spiritualismi di ogni segno non dicono il vero. L’anima autentica di un’architettura è costituita dalla comunità che l’ha voluta, l’ha fatta disegnare e costruire, la abita e la cura. Quando quella società viene meno, per qualsivoglia motivo, l’organismo architettonico si svuota di senso e rischia l’abbandono e il crollo. Non perché siano “morte” le mura. È morto il popolo che ci viveva, piuttosto.

Tra l’altro se quell’edificio è bello, se davvero è un’opera d’arte, è possibile che gli venga cambiata funzione, non sempre in modo coerente con la sua vocazione originaria. Ma non viene abbattuto. Questa è la ragione reale per cui sono scomparse le trecento moschee di Palermo di cui parlavano i viaggiatori islamici nei loro resoconti. Semplicemente erano insignificanti dal punto di vista artistico. A metà giugno il dott. Peppino Li Calzi, presidente della confraternita degli speziali, mi ha fatto visitare S. Andrea degli Aromatari. È stato lui ad occuparsi con lodevole cocciutaggine, più unica che rara, della trafila burocratica necessaria a far restaurare questa chiesa splendida, sontuosa, con locali annessi in cui si potrebbero svolgere molte attività. Quali? Il dott. Li Calzi ha la stessa passione che anima alcuni argentieri di Palermo nello sforzo immane di ricostruire S. Eligio, una chiesa di qualità molto più modeste di S. Andrea. Se però i farmacisti non seguiranno il loro entusiasta rappresentante in questa impresa, dopo di lui la chiesa, per quanto bella, tornerà nell’oblio. Perché le maestranze non esistono più e non c’è più nemmeno quello spirito cristiano di collaborazione che giustifichi luoghi di riunione di questo genere.

Ecco perché sono perplesso sull’efficacia delle manifestazioni in onore del santo orafo di Chaptelat, che si ripete gioiosamente da dieci anni. Perché i responsabili del crollo di questo monumento sono la Curia di Palermo, innanzitutto, e poi gli orafi e gli argentieri anziani di questa città, i quali hanno strumentalizzato la meravigliosa arte di cui sono gli eredi per arricchirsi, senza troppi se e senza troppi ma. Tradendo i loro maestri e la millenaria tradizione di cui sono testimoni poco attendibili, quella che contava quattrocento botteghe, in cui venivano prodotti capolavori di oreficeria, all’interno della città intra moenia. Ecco perché non mi fido dei vecchi, che pure hanno il merito di avere perpetuato le tecniche di lavorazione. Sì, è vero, non è il dato anagrafico che rende vecchi in assoluto. Ci sono ottantenni con spirito e iniziative da giovane. Ma i responsabili del degrado di S. Eligio e, ancor di più, dell’avere usato l’arte orafa e argentiera di Palermo per ottenere facili guadagni a discapito della cura artistica dei prodotti, sono vecchi e basta, dentro e fuori.

Qualcuno ha definito queste parole un atto d’accusa eccessivamente “disfattista”. Mi permetto di osservare che l’ottimismo ingenuo, miope ed irragionevole non ci porta fuori dal vicolo cieco in cui ci troviamo. Le diagnosi puntuali, invece, consentono di valutare le terapie migliori per sanare ferite decennali. Ecco perché ho grandi aspettative nei giovani che si stanno formando a quest’arte. Quelli di loro che hanno talento e laboriosità e spirito imprenditoriale e un cuore giovane sono capaci di condurre in porto una rinascita dell’artigianato dei preziosi. Non perché si attendano un intervento dall’alto, dalle istituzioni pubbliche. Questi giovani avranno successo perché sono disposti a investire sulle proprie doti. Se rinasceranno le botteghe artigiane, forse rinascerà anche la chiesa di S. Eligio. Non al contrario. In ogni caso il primo obiettivo è più importante del secondo. In questo sì che John Ruskin aveva ragione.

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