“Voi non siete qui”, (Il Saggiatore, 2014), quinto romanzo di Guglielmo Pispisa, avvocato, scrittore messinese, è il ritratto di una generazione di quarantenni che hanno ascoltato Tainted Love cantata dai Soft Cell e che hanno fatto sesso la prima volta quando c’era ancora in piedi il muro di Berlino. Una generazione che aveva i ciuffi scolpiti dal gel Tenax e le spalline da marziano nelle giacche e che prestava più attenzione alla moda che ai cortei. Una generazione che aveva sogni gretti e materialistici, ma pur sempre sogni “megalomaniaci”. Una generazione che aveva scelto la strada più facile o meglio si era fatta scegliere da lei e che si lasciava vivere dalla vita, da una vita qualunque. Una generazione che ha perpetrato la conduzione di una vita pacata, di una vita familiare medio borghese, di una vita tale a quella dei loro padri e dei padri dei loro padri. Una generazione che non è stata presente a se stessa e che non ha vissuto il loro tempo e il luogo dove è nata e cresciuta.

Per la prima volta Guglielmo Pispisa ambienta un suo romanzo nella città dello Stretto, dove è nato nel 1971, raccontando una Messina, metafora della provincia italiana, luogo antinarrativo per eccellenza, eppure una città che fa da sfondo all’intera vicenda crudele del protagonista, dal nome rappresentativo, Walter Chiari, “un predestinato che andrà incontro a una sorte dalla quale non riuscirà a sfuggire”; un avvocato pieno di velleità, ma presto deluso e scaricato dal suo capo.  Messina, dicevamo, dove tutti si lamentano sempre di qualcosa, recitando una parte stabilita  e come “lupi travestiti da agnello, agnelli travestiti da lupo, lupi fieri di sé” si affiliano alla massoneria per pura convenienza. Uomini e donne nati/e e cresciuti/e a Messina, nemesi gli uni delle altre, in fila davanti alla porta del tribunale, lungo i corridoi degli ospedali o nelle aule delle università, “tutti a fare sì sì con la testa come se si fossero guadagnati davvero i soldi che spendono e le auto che guidano”.

E’ chiaro che questo romanzo, non è tout court un atto di accusa contro Messina o i messinesi, ma è certo una denuncia, anche se l’autore non lo ammetterà mai, di una parte della città di certi tipici messinesi: testardi, orgogliosi, ignavi, “gattopardiani”, “comparelli” dalla memoria troppo corta. E se per l’autore è presto per un bilancio sul romanzo, pubblicato il 4 settembre di quest’anno, si parla già della seconda ristampa, resta l’impressione che, rispetto ai precedenti, questo abbia suscitato un interesse di critica maggiore degli altri scritti. La ragione lo ammette lo stesso Pispisa e nella narrazione di un’umanità che affronta quotidianamente “l’ordinarietà della vita, il lavoro ai tempi della crisi, le frustrazioni professionali, il restare a galla a ogni costo e la deriva morale che può venirne, le difficoltà di un matrimonio e l’anestesia di un sentimento testimoniata nelle piccole cose, nei disagi minimi della quotidianità, nelle piccole liti, nel tradimento”. Cose che tutti hanno o potrebbero avere dovuto fronteggiare” e aggiungerei cose in cui molti si riscontrano. Con l’occhio del narratore onnisciente Pispisa crea una narrazione avvincente, divertente, con un registro linguistico moderno, diretto, confidenziale costruendo un romanzo “tutto vero, tutto falso, non so”, come dice Walter Chiari a se stesso, chiusa una telefonata con la moglie. E noi archiviata la piacevole conversazione con l’autore, all’Hotel Excelsior di Taormina per il programma “Spazio a Sud” organizzato da Maria Teresa Papale, davanti a un pubblico interessato vorremmo tanto che il mondo descritto da Pispisa dove il falso è spacciato per realtà, dove l’affidabilità si basa sulla mancanza di argomenti e di sintassi sia tutta un’invenzione e vorremmo tanto gridare al mondo: “NOI SIAMO QUI, SIAMO STATI SEMPRE QUI”.

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