“Come può essere buono il Sud, se persino i meridionali, appena possono, se ne vanno? Come può essere buono il Nord, se persino il sole, dovendo andare ogni giorno da Est a Ovest, gli gira alla larga?”. Il Sud è inspiegabile ma non incomprensibile: “Il Sud pare immobile nell’insieme, ma continuamente cambia, nel dettaglio”. Pino Aprile nel suo saggio storico illuminante “Giù al Sud. Perché i terroni salveranno l’Italia” (Piemme, 2011), inizia così un lungo viaggio attraverso la sua terra. Tappa dopo tappa per scoprire, sentire, avvertire, conoscere il suo Sud e porgerlo al lettore “senza forzare, né diminuire”. Secondo l’autore, meridionalista convinto, è proprio dal Sud “ dove non arriva l’occhio del giornale se non per il sangue e la monnezza” che si prepara il futuro dell’Italia. Perché anche se singolarmente, da soli, anche se senza alcun protagonismo, non da eroi, i meridionali “si muovono ognuno per conto proprio, ma nella stessa direzione”. Come un’onda o come un uragano, tutto ha inizio da una piccola increspatura dell’acqua o da una modesta variazione climatica, e all’improvviso esplode con impeto, con rabbia, con determinazione.

Occhio privilegiato quello di Pino Aprile, giornalista, scrittore, nato al Sud ma che vive al Nord, che gode come dice lui stesso di una “doppia condizione” che gli permette di cogliere “le variazioni più facilmente”. Capovolgendo ogni cliché, ogni idea stereotipata, ogni preconoscenza e pregiudizio sul Meridione, Pino Aprile afferma con convinzione che: “C’è un Sud che sta perdendo la subalternità, per la tenacia con cui una sparuta catena di padri ha inseguito la propria storia denigrata e taciuta, incurante dell’idea d’inutilità (e persino la derisione) che li circondava; e per la modernità, la naturalezza, con cui l’ultima, cosmopolita generazione vede o vuol vedere possibilità di futuro nella sua terra, recuperandone i valori sottostimati; e, con quelli, riprendersi l’identità e il passato persi”. E mentre è ripresa l’emigrazione e stavolta dei giovani laureati, delle menti migliori, allo stesso tempo, tanti rimangono, creando realtà all’avanguardia, agendo a casa loro, “local & global”. E’ un fenomeno dettato dalle necessità affrontato da giovani che hanno viaggiato, lavorato all’estero, giovani, insomma, che guardano “alla loro terra come farebbe uno straniero”, con occhi nuovi, con uno sguardo diverso. E Pino Aprile questi giovani li ha incontrati, li ha conosciuti, e ne ha raccontato le storie come il ragazzo pugliese che dopo aver lavorato in Inghilterra, in Spagna, ritorna in paese e riprende alla grande la produzione di ”u grattacaese” provolone DOP pugliese o come i due giovani, uno laureato al Dams, l’altro alla Bocconi, che hanno creato e fondato un festival di cinema etno-culturale ad Ariano Irpino riuscendo a far nascere tante iniziative che ridanno vita al paesino e fanno ritornare gli emigrati a casa, tutelando la sorgente che dà il nome al paesino e i prodotti tradizionali.

Una generazione, quella raccontata dall’autore, che sceglie corsi di studi che li riportino al loro paese di origine, alla comprensione del loro territorio, dei loro costumi, del loro dialetto per realizzare a progetti artistici, musicali, di teatro, letteratura ma anche alla riscoperta di luoghi dimenticati, di gastronomia dimenticata. Tutto solo per ricostruire l’identità meridionale, migliorare la loro terra e migliorare le loro condizioni. Concreti, razionali, professionali, capaci, convinti che restare è più difficile di andarsene, sono pronti a restare e morire in piedi. I testi di Pino Aprile rappresentano il riscatto storico, quello di un’Italia che 160 anni fa aveva una propria identità di stato e che dopo l’Unità l’ha persa, col dominio del Nord sul Sud; sono un’esortazione, soprattutto per i giovani, al recupero del proprio territorio, sino a trasformarlo, ad arricchirlo, a renderlo migliore. Ogni meridionale dovrebbe leggere il saggio di Aprile, dovrebbe avere quello scatto di orgoglio necessario per smettere di piangersi addosso, quella ribellione essenziale per non sentirsi più gattopardianamente immobile, dovrebbe avere quella “restanza” positiva che può portare a un giusto e dovuto auto-riscatto.

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