Tutto ha inizio nel futuro, ma si parla di presente e passato – “Call of Duty: Advanced Warfare” è l’ultima frontiera della serie del famoso videogioco di “sparatutto”. Come se fosse un’opera di fantascienza, il recente capitolo di “Call of Duty” da una visione della realtà fantascientifica. Tutto ha inizio da un’idea del futuro, l’action si svolge nel 2052, ma parla del nostro presente e anche del passato. La linea del tempo è relativa nel videogame di successo mondiale e nella rinnovata versione i creatori si sono dati parecchio da fare nel ricreare una serie di paure storiche, timori epocali che agitano e inquietano il popolo a stelle e strisce. Una ricetta che permette di collegare, in maniera ben salda, il mondo virtuale a quello reale. Così, per iniziare, si parte dalla base di Pearl Harbor, nell’arcipelago delle Hawaii, dove gli americani sono stati colpiti dai kamikaze giapponesi il 7 dicembre del 1941. Anche se gli aerei nipponici sono sostituiti da droni, la messa in scena dell’attacco è molto simile a quella della Seconda guerra mondiale.

La storia bellica (e non solo) degli States in un videogioco – L’intreccio di conflitti e lutti, in “Call of Duty”, non finisce qua. L’immagine di file di bare avvolte nella bandiera degli Stati Uniti, richiama alla memoria le foto della guerra in Vietnam. E’ un’idea strategica quella di mostrare le bare che vengono trasportate su un aereo, perché all’epoca del conflitto fu un immagine che colpì nel profondo le cittadine e i cittadini americani. In un altro livello del gioco, invece, l’ambientazione è quella del carcere di Baghdad, dove sono sin troppo evidenti i riferimenti al maltrattamento dei prigionieri ad Abu Ghraib, il carcere iracheno dove le guardie torturavano i detenuti e li umiliavano con dei “servizi fotografici”. E a proposito di luoghi di detenzione, in un momento del gioco in cui avviene una sorta di interrogatorio, il contesto ricorda la prigione di Guantanamo. Poi non possono mancare gli attacchi terroristici, quelli temuti di più dai “civili”. Così avviene un attacco terroristico a una centrale nucleare vicino Seattle. Un momento che richiama alla memoria il disastro nucleare di Three Mile Island. Nel 1979 lo stabilimento situato in Pennsylvania subì un grave incidente: uno dei reattori della parte inferiore costrinse 200 mila persone a lasciare le proprie case. Una vicenda che è ben presente nella memoria degli Stati Uniti.

Il giocatore sembra un Mel Gibson 2.0 – La stretta relazione di “Call of Duty” con la realtà americana non finisce qua. Mentre il giocatore passeggia per Detroit, ha l’impressione di trovarsi tra le macerie e la polvere provocate dall’attacco terroristico dell’11 settembre. Nel videogame la città di Detroit è trasformata in un gigantesco campo profughi a cielo aperto, dove non esiste lo stato di diritto. In un contesto del genere i giocatori si sentiranno coinvolti a tal punto che si immedesimeranno per difendere la patria. L’obiettivo è impossessarsi delle armi per prevenire possibili disastri e fermare i cattivi terroristi. In “Call of Duty” si gioca con la paura. Niente di nuovo sotto il sole per uno dei videogiochi più diffusi in tutto il mondo. Giocare con la paura vuol dire ripercorrere le tappe delle amministrazioni di Ronald Reagan e George W. Bush. Anche questo è un aspetto non casuale, che spinge il giocatore a credersi una specie di presidente-combattente. Un Mel Gibson 2.0. Anche la grafica è “realistica”: le modalità di gioco sono molteplici, le mappe sono diverse e ben curate e conviene dare sempre un’occhiata verso il cielo, dove da colline e piani superiori degli edifici potrebbero giungere all’improvviso alcuni attacchi. Buon divertimento.

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