La maschera vive dell’ossimorico dramma dell’idea d’identità. È allo stesso tempo ciò che identifica in maniera simbolica, e contemporaneamente protegge, cura e nasconde l’essenza di chi la indossa. È il cardine di un processo di copertura e di svelamento, il frammento sottile tra il buio del segreto e del profondo, e la luce accecante di una verità poetica e metafisica sull’essenza dell’uomo. Una verità che dai tempi della nascita del teatro l’uomo artista ha sempre provato a sfiorare e a indagare, anche se la parola “artista” non era conosciuta né ai primordi dei manufatti primitivi, né nel mondo greco, né attraverso tutta la classicità. Più semplicemente chi era capace di creare cose belle e funzionali, ed era abile a costruire forme che, pur imitando la natura e muovendosi all’interno della caverna platonica, sfiorava la luce in grado di illuminare l’idea dell’essenza delle cose, veniva detto in Grecia τεχνίτης, (tecnites) cioè artigiano. Con quel termine si designava chi esercitava un’arte produttiva e non tanto intellettuale, come quella dei poeti e dei drammaturghi. Più tardi sarebbe stata tradotta dai romani, conquistatori conquistati, con “artifex”, che è colui che riesce a fare cose di arte.

Entrando nello studio di Turi Azzolina, si ha proprio la sensazione di varcare la soglia dell’antro di un artifex, di un artista ancora a contatto con la straordinaria forza della terra, e la viva capacità di rendere forma la materia che solo la terracotta regala. La costruzione del suo essere artista è cominciata da bambino proprio nella bottega del padre. Figlio di un grande ceramista ha avuto la fortuna di crescere in mezzo a cocci di vasellame e balle di argilla fresca che istintivamente portano alla costruzione di un universo narrativo. Quello di Azzolina si è abbeverato alla fonte della classicità da cui ha tirato fuori, un po’ per l’appartenenza al territorio della città natale, Naxos, e un po’ per un corredo genetico, l’idea della maschera. E la forza metafisica di questo simbolo si esprime non solo nelle classiche antefisse sileniche, che ha sempre riletto con uno sguardo moderno, ma si trasporta in tutte le sue figure. E addirittura si rilegge sul volto dei personaggi che appartengono all’ambito della seconda tematica che descrive il suo fare artistico, cioè l’arte sacra.

Autore di varie figure del Cristo, Azzolina conserva nel suo tratto la sofferenza del culto cristiano, che si ritrova lungo la Via Crucis, ma anche la primordiale spinta della domanda filosofica primitiva. Chi siamo e dove andiamo, sembrano chiedersi anche le maschere, e questo deriva  dalla genuina freschezza di chi nasce come artista libero da ogni condizionamento e lontano da ogni scuola accademica. Ai piedi dell’altare centrale del Duomo di Taormina, vi è una scultura di altorilievo raffigurante l’Ultima Cena, e nel suo studio campeggia la testa di un uomo che si sente un guerriero greco,  e porta con semplicità la maschera di un personaggio del signore degli anelli. Sono due filoni apparentemente diversi, tenuti insieme dal continuo scambio tra la cultura classica e quella cristiana. Sempre di grazia di armonia e di solennità si tratta, che si esprima attraverso il rigore canonico di una crocifissione  o attraverso le domande che fa e costringe a farsi “l’uomo di Naxos”. Alle volte la forza e  la linearità della cultura classica si sciolgono nel corpo di un fauno o nei corpi di morbide figure femminili che evocano quasi immagini fatate.

Dov’è la verità se non in questa continua ricerca di senso plastico? L’arte può arrivare a suggerire l’essenza sia del mondo che di sé, e può trasparire solo dalla dinamica dialettica di arte, religione e filosofia, intesa chiaramente come ricerca delle domande e non come conoscenza storica della vita dei filosofi. In maniera fintamente ingenua l’artista di Naxos prova a chiedersi, con una ricerca di carattere quasi scientifico, quale poteva essere l’immagine di un primitivo abitante della Sicilia, ma quale differenza c’è tra le domande scolpite sulla sua pelle rugosa, e quelle incise sul volto di un Cristo? Nessuna di rilievo, e sono le stesse nascoste dai capelli usati come maschera ulteriore da una dolce fanciulla, o quelle sulla maschera imperturbabile di un metafisico nocchiero.

Maschere grottesche della classicità. Maschere teatrali di cui non si indovina sempre il significato di una piega del volto, se tenda ad un strazio comico o allo stemperamento di un forte dolore. Maschera dell’uomo con la sua forte tensione verso una pace spirituale. Le sue opere possono spuntare un po’ dappertutto, visto il respiro che ha acquisito ormai il suo lavoro, ma sempre porteranno in giro l’armonia della classicità e il desiderio del sacro, come dimensioni unite o divise dalla maschera dell’uomo, con l’eterno interrogativo sempre aperto sulle dinamiche dello svelamento.

[Nel laboratorio del maestro Turi Azzolina, Foto di Andrea Jakomin/Blogtaormina ©2014]

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