Un nonno, una leggenda – Se lo incontri per strada, Peter Gabriel potrebbe essere uno dei tanti nonni “Peter Pan” che capita di vedere in giro. Uno di quelli che ti fanno simpatia solo a guardarli. Tarchiatello, bassino, pelato, dall’aria amichevole e scanzonata, un po’ goffamente atletica, a volte stanca, umile. Con quella faccia che ricorda Giorgio Faletti e quella “panza” su cui immagini avvinghiati dei nipotini in cerca di coccole. Invece Peter Gabriel è una leggenda vivente della musica. Presenza ineliminabile dai libri di storia del rock, che ha scritto a partire dal 1967, quando fondò i Genesis insieme ad alcuni compagni di scuola. Erano gli anni in cui tutto era da inventare, erano gli anni del progressive rock, anni per uno come lui, geniale per natura, praticamente autodidatta, poliedrico, capace di suonare tutto, dal pianoforte alla batteria. Sperimentando. Oggi, a 64 anni, Peter porta in scena un po’ di passato, per vedere l’effetto che fa ai giorni nostri. “Back to the front” è il nome del tour mondiale iniziato il 9 settembre 2012, scelto per celebrare una sorta di revival insieme ai compagni del biennio ’86-’87, quando insieme portarono in giro per il pianeta “So”, forse il più importante dei suoi album da solista.

Back to Italy – “Back to the front” è tornato in Italia ieri sera, a Torino, dopo esserci passato già il 7 ottobre 2013, a Milano. E ci resterà ancora oggi per l’esibizione di Bologna. Chi andrà stasera all’Unipol Arena non se la prenda troppo comoda pensando che “sì, va beh, c’è scritto alle 21 ma come sempre inizierà minimo alle 21.30”. No, Peter vi coglierà di sorpresa, ve lo ritroverete sul palco mentre siete ancora lì che chiacchierate e vi guardate attorno perché tanto le luci sono ancora accese. La prassi non è mai stata cosa da Peter Gabriel. E non dovrete sforzarvi più di tanto a cercare di capire l’inglese, vi parlerà in italiano, con quell’accento un po’ così che hanno loro che vengono dall’Inghilterra. Si improvviserà anche chef per presentarvi il menù della serata: antipasto, primo e secondo. Il digestivo è offerto, quello sì come da prassi. Qui su Pickline non amiamo “spoilerare”, quindi ve lo raccontiamo senza dirvi troppo, ma concedeteci di pensare anche ai tanti che non sono stati a Torino e non saranno con voi a Bologna.

Antipasto in salsa acustica – Aspettatevi un inizio leggero, come ogni buon antipasto che si rispetti. Arriveranno sul palco alla spicciolata, prima Peter e Tony Levin, quel mostro del basso che suonava coi King Crimson. Poi faranno il loro back to the front tutti gli altri: David Rhodes alla chiatarra, David Sancious alle tastiere, Manu Katché alla batteria. E anche due che nell’86 forse ancora non c’erano sulla Terra, ma oggi ci sono e sono delle vocalist da togliersi il cappello: Linnea Olsson e Jennie Abrahamson. Piatto forte dell’antipasto è “Shock the monkey”. Il passaggio al primo arriva anche quello quando meno ve l’aspettate, con un attacco di batteria, le luci che si spengono e Peter Gabriel che passa correndo da una parte all’altra del palco, dal piano a tastiere e sintetizzatori. Sarà un piatto molto elettrico e ci vedrete muoversi dentro degli aggeggi strani, come dei robot che ricordano un po’ i martelli di The Wall, dei Pink Floyd. Sono telecamere e luci, perché Peter il vizio di recitare non l’ha perso, ci ha solo adattato la tecnologia di oggi.

Uno spettacolare primo piatto elettrico – Non ci sono fuochi d’artificio, gli effetti speciali sono tutti nelle luci sul palco e nei megaschermo che trasmettono il video del concerto girato in diretta. Non solo girato, anche elaborato in diretta. Telecamere ipertecnologiche creano scenari, scenografie, figure a partire dai volti, dalle forme e dai movimenti di Peter e compagni, che sanno esattamente quale telecamera guardare in quel dato momento e come guardarla. Visto da tribune e platea a volte sembra di assistere al “making of” di un film, con le telecamere e le luci che a tratti nascondono i musicisti. Un difetto, sì. Il piatto forte del primo? Difficile da scegliere, ma se vi aspettate di gustare “Solsbury Hill” allora sì, quella c’è. E’ tutto ri-arrangiato in chiave rock ed elettrica, come piace fare anche, ad esempio, a Franco Battiato.

“So electronic – Il sontuoso vino che lega primo e secondo è proprio Peter, che se ne frega di quell’andamento un po’ goffo che gli porta la sua “panza” e corre, balla, si adatta alla scenografia. E non ditegli che va per i 65. L’ultimo piatto è quello più atteso, è “So”. Tutto, intero, ma elettronico, adrenalinico. Potente in “Red Rain”, dove c’è da fare un monumento di tamburi a Manu Katché. Stonatamente delicato nell’introduzione “a cappella” di “Mercy Street”. Anche se non glielo dite voi, Peter lo sa che va per i 65 e quella voce capace di scaldarti le vene la tiene a bada per tutto il secondo piatto. Ma anche questo fa parte dei nuovi arrangiamenti. Ed è un’esperienza, un’esperienza che fa perdere il controllo anche a ultrasessantenni in giacca e cravatta, manager d’azienda profumati che sono tornati a vivere i loro venti e trent’anni. Li vedi mimare la batteria, cantare, ballare sui seggiolini trascinati dalle curve che Tony Levin disegna col basso durante “Big Time”.

Finale con dedica – Dopo l’ultima porzione di secondo, “In your eyes”, a Torino sembrava volesse venire giù il Pala Olimpico. Era il modo con cui cinque-seimila persone reclamavano il digestivo. Prontamente servito e dedicato ai 43 ragazzi messicani spariti dopo aver protestato contro la corruzione, il malaffare e, nello specifico, la riforma dell’istruzione del governo del loro Paese. Ma “Biko”, durante cui se ne andrà lasciandovi cantare coi pugni al cielo fino a restare soli con Manu Katché, non è solo per quei 43 ragazzi: “questa è per tutti i giovani sparsi per il mondo che ancora oggi hanno il coraggio di sfidare il potere corrotto e oppressivo”. E anche loro, sparsi per il mondo, gli avranno risposto buttando tre volte il pugno al cielo e cantando “Biko”.

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[Foto di Anna Maria Costa/Blogtaormina ©2014]

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