L’attentato alla sinagoga di Gerusalemme spaventa e fa riflettere; sia perché va inserito nel contesto più ampio del terrorismo di matrice islamica che si sta sviluppando e dilagando in tutto il mondo e sia perché proviene dall’interno, da cittadini arabo-israeliani. E’ una nuova fase, iniziata da non molto. Il muro tra Israele e territori, tanto criticato, aveva sostanzialmente tenuto fuori i terroristi esterni, ma non serve se i terroristi sono interni, cittadini israeliani.

Una fase nuova, un’escalation del conflitto arabo-israeliano che si trascina anche per interessi economici e geopolitici ben più ampi, dalla fine della Seconda guerra mondiale e dalla costituzione dello Stato di Israele nel 1948. Vi sono state diverse fasi, alcune critiche (come non ricordare alle Olimpiadi di Monaco l’uccisione di vari atleti israeliani), alternate a momenti di calma armata, ma la pace vera e duratura non è mai arrivata. Qual è la soluzione? L’opzione militare non ha avuto un grande successo o validità, anzi probabilmente ha creato e alimentato altro odio. Con la considerazione poi che gli estremisti di Hamas colpiscono con attentati proprio per suscitare una reazione militare e violenta, delle rappresaglie che magari, colpendo a caso, creano nella popolazione araba risentimento e odio verso chi gli uccide un figlio, un amico, gli distrugge la casa. E per associazione verso tutti gli ebrei.

Stesso odio dall’altra parte, verso chi compie questi attentati e le associazioni che li rivendicano e per estensione verso gli arabi in generale. Una spirale che si rincorre, si avvita e da cui non si esce. E’ una tattica sempre usata con coscienza dagli “strateghi” in queste guerre non dichiarate, queste guerriglie fatte di attentati e successive rappresaglie. Nulla di nuovo, anche la storia italiana ne ha testimonianza. Cito come esempio da manuale l’attentato di via Rasella a Roma durante l’occupazione nazista. Non era un obiettivo militare, fece anche dei morti tra i passanti e il risultato fu l’orrenda rappresaglia, annunciata, alle Fosse Ardeatine. E assieme alla rappresaglia è cresciuto l’odio, il risentimento e le divisioni si sono accentuate, come da obiettivo “politico” dei mandanti e degli esecutori.

Se fino a poco tempo fa ero convinto, ragionando forse troppo di pancia, della necessità e utilità di opzioni militari pure, ora mi sono quasi persuaso che non servono, se non limitate, e ottengono troppo spesso effetti contrari. E non è semplice armonizzare l’evidente diritto di uno Stato a esistere, vivere in pace e sicurezza, con il creare le condizioni per negoziare una pace definitiva, da cui tutti avrebbero motivo per trarne vantaggio. Sarà un processo lungo, difficile, complicato ma se non cresce all’interno delle due comunità un percorso separato e comune, puntando su quello che può unire e non su quello che divide, e soprattutto con l’isolamento totale delle frange estremiste, non si uscirà da questa spirale. Altre opzioni non ne vedo. Tutti devono fare un passo indietro, rimettersi in discussione. Un processo più facile in un Paese democratico come Israele, più complicato nella società araba/palestinese, specie nella striscia di Gaza governata da Hamas, un’organizzazione terrorista. Credo sia l’unica soluzione.

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