L’Italia e l’obbligo di rompere quella catena – L’Italia deve cambiare. Quante volte abbiamo sentito questa frase? Troppe e infatti questa dichiarazione si è svuotata del suo senso originario. Le cittadine e i cittadini guardano con scetticismo e disillusione chi pronuncia simili parole. È comprensibile, soprattutto nella situazione economica e occupazionale del momento. Il Paese sembra un cane legato a una catena. Abbaia, si muove in un perimetro circoscritto dalla lunghezza della corda. Ogni tanto si dimentica di essere vincolato a un laccio e si dimena. Il risultato è che si fa male. Guarda con invidia gli altri simili che si muovono con libertà. Sono felici nel vivere la loro quotidianità, quella di un cane. Ecco, con le evidenti differenze, l’Italia è quel cane legato a una catena. Ogni tanto si muove, fa qualche scatto, ma non può andare da nessuna parte. La sua situazione non cambia. È sempre la stessa. Può ricevere un contentino da una ciotola di croccantini, ma il contesto rimarrà lo stesso. L’Italia vive in quella immobilità da anni e per ricominciare a correre con libertà e felicità, dovrebbe rompere quella catena.

Tra i privilegiati anche i “sessantottini” – Già, quella catena che rappresenta, nel divertente gioco di paragoni, i privilegi delle varie caste del Paese. Se l’Italia non riuscirà a chiudere i conti con quel passato, con quella catena arrugginita e inflessibile, sarà difficile poter ricominciare a correre e scorgere la linea dell’orizzonte futuro. La situazione, però, non è delle migliori. Soprattutto se anche i cosiddetti “figli dei fiori” o “sessantottini” più famosi, sono da collocare nell’ampio insieme dei privilegiati con tanto di vitalizi a carico. A forza di mettere fiori nei cannoni, di diffondere l’ideologia che doveva cambiare il mondo, quei protagonisti hanno soltanto cambiato le loro di vite. Non come dicevano di voler fare, ma inserendosi nei meccanismi di quella società che in piazza non esitavano ad attaccare. Oggi, magari, continuano a pubblicare libri sul comunismo, sulla sinistra alternativa e sulle critiche al capitalismo e alla globalizzazione, ma intanto stanno seduti tranquilli nei salotti radical-chic a percepire un cospicuo vitalizio da parte del “nemico” Stato.

La doppia pensione di Mario Capanna e del presidente dell’Anpi – La coerenza non sarà il loro forte, ma intanto percepiscono cifre che in questo momento fanno rabbia. Basta fare un nome su tutti. In cima alla lista c’è Mario Capanna. Leader studentesco del sessantotto e segretario di Democrazia Proletaria, quella che oggi chiameremmo Rifondazione Comunista o Sinistra Ecologia e Libertà, oggi percepisce due pensioni: una come ex membro della Camera dei deputati e una come ex consigliere regionale della Lombardia. Si, proprio come il presidente dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia, Carlo Smuraglia. Come si può leggere nell’ultimo libro del giornalista del “Corriere della Sera”, Sergio Rizzo, “Da qui all’eternità. L’Italia dei privilegi a vita”, Mario Capanna percepisce da ben ventuno anni due vitalizi: “Uno di 5 mila euro dalla regione Lombardia e l’altro di 4275 euro dalla Camera dei deputati”. Capanna, però, ha ammesso che ne meriterebbe un terzo. Pure? Si, dal Parlamento europeo. All’epoca vi rinunciò per finanziare Democrazia Proletaria. Forse i peggior soldi spesi da Mario Capanna nella sua vita. Ma con il trascorrere del tempo, il pacifista per eccellenza si è consolato con una nomina da parte della “rossa” regione Umbria, come presidente del locale Corecom, la piccola autorità regionale delle Comunicazioni collegata all’Agcom. È proprio il caso di dire, non mettete fiori nei vostri cannoni, sono sufficienti i vitalizi.

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