Sulle montagne russe dei sondaggi – Fare politica guardando i sondaggi. Ormai è una consuetudine diffusa in tutto il mondo. Lo fa Barack Obama negli Statu Uniti, Vladimir Putin in Russia, François Hollande in Francia, Angela Merkel in Germania e anche Matteo Renzi in Italia. Prima di lui, in realtà, anche Silvio Berlusconi e tutti quelli che in questi vent’anni si sono alternati alla guida del Paese con il fondatore di Forza Italia hanno dato un occhio di riguardo, per utilizzare un eufemismo, ai sondaggi. La politica dei numeri e non dei contenuti. Pensare a ciò che può piacere nell’immediato alla gente e ciò, invece, che può scontentarli. È ormai una delle caratteristiche della nostra epoca. I quotidiani, i programmi di approfondimento politici e anche qualche telegiornale hanno il loro sondaggista di fiducia. Renzi scende, Salvini e il progetto della “Lega nazionale” salgono, mentre la scorsa settimana il presidente del Consiglio era in cima alle preferenze degli italiani. In queste montagne russe ci sono proprio tutti: Angelino Alfano, Beppe Grillo, Silvio Berlusconi, Giorgio Napolitano e tanti altri.

Junger e la figura dell’operaio – I sondaggisti, ormai, stanno diventando come i metereologi: onnipresenti. Tra poco, andando avanti di questo passo, quando gli italiani non sapranno che discorso intraprendere durante il breve percorso in ascensore con altre persone, parleranno dei sondaggi. «Ha visto? Oggi la Bonino sale. Si, ma tra sabato e domenica è prevista una brusca discesa del ministro Boschi. Ma, speriamo bene. Arrivederci». Al di là delle battute, però, sta diventando una consuetudine e a pagarne le spese potrebbe essere l’Italia. Si, perché quando si continua a misurare la necessità di una riforma tramite sondaggi non si fa bene al Paese. E’ chiaro che non tutti sono esperti ed esprimono un giudizio superficiale e dettato da istinti. Si affida alla massa, a quelli che il filosofo tedesco Ernst Junger chiamava “operai”, l’interpretazione finale delle decisioni politiche. Il risultato non può che essere uno: il caos. Soprattutto se si ha a che fare con politici incapaci di tenere la testa alta e soggetti a farsi condizionare da percentuali e statistiche.

Se il sondaggio fa la politica – In questo caso, spesso e volentieri, avvengono deviazioni, modifiche, cambi, passi indietro, di lato e in avanti. Il “povero” politico insegue la moda del momento e cerca in tutti i modi di stare sulla cresta dell’onda. Come se potesse governare con i sondaggi. Come se i voti in Parlamento venissero influenzati dal sondaggio settimanale di un quotidiano o di una televisione. Già, vengono influenzati? Spesso accade e questo apre lo scenario di una democrazia particolare, degenerata e in profondo mutamento. Tra poco potrebbe essere il sondaggio da casa, in stile “reality show”, a decidere se quella riforma può essere approvata oppure deve essere “eliminata”. Votate con un messaggino dal costo di due euro iva inclusa. Peggio degli incubi di George Orwell. Il sondaggio fa la politica, mentre dovrebbe essere il contrario. La buona politica, quella costruita su fatti e azioni concrete, dovrebbe condizionare il sondaggio di turno. Quando, invece, si segue la prima ipotesi il risultato è una semplice illusione. Se avessimo seguito i sondaggi, infatti, il partito di Nichi Vendola, Sinistra Ecologia e Libertà, sarebbe in Parlamento con oltre il 10 per cento delle preferenze (almeno questo ci hanno detto per oltre due anni, prima dell’inizio di questa Legislatura). Invece la realtà è differente. Una politica in balia dei sondaggi è una politica che cerca la fama momentanea, la gloria fugace e perde l’occasione di fare le riforme, quelle che servono all’Italia che, al momento, potrebbero scontentare i protagonisti dei sondaggi, ma a lungo andare potrebbero far sorridere il Paese reale. Cos’è meglio?

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