C’è un’affermazione famosissima di Massimo D’Azeglio: «Pur troppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gl’Italiani». Viene citata di solito come se l’Unità fosse un bene assoluto, realizzata nel migliore dei modi possibili, con l’unica eccezione (incomprensibile a chi fa questa citazione) dell’assenza di senso patriottico nei popoli (per es. quello siciliano) costretti a convivere secondo ideali non condivisi. Alcuni studiosi, celebrando i 150 anni dell’epilogo unitario del Risorgimento, hanno sottolineato che la verità è un’altra: “Esistono gli Italiani. Ancora oggi si tratta di fare l’Italia”. Gli italiani avevano, da prima del 1860, la coscienza di essere un popolo con radici comuni. L’Italia è stata trasformata in uno Stato unitario con violenza brutale e con falsità di vario genere, in uno dei peggiori modi possibili, calpestando l’identità delle varie componenti della sua gente. In modo particolare quella delle differenti nazioni meridionali. Le modalità dell’unificazione hanno determinato le condizioni odierne della nostra città. Si potrebbe parafrasare D’Azeglio, forse, per dire che “Palermo è disfatta perché non esistono i palermitani”.

In che senso disfatta? Il riferimento è a Erice. Alcuni illustri abitanti della città di pietra che si erge su Monte S. Giuliano, in momenti difficili dei suoi ultimi sette-ottocento anni di storia, lanciarono ai sovrani del loro tempo un appello accorato: “La terra si disfa!”. Le case erano abbandonate dagli abitanti e cadevano in rovina, perché la città era nata da un artificio amministrativo dei normanni. Si può dire, oggi, che tutta l’Italia è un artificio politico. Di sicuro Palermo non è più la ricca capitale mediterranea che era: è diventata periferia povera e degradata di uno Stato che l’ha trattata senza pietà né rispetto. Ma la cosa più importante è che non esistono i palermitani. Palermo non è amata dai suoi abitanti perché di fatto essi non si riconoscono come suoi figli. Non conoscono la sua storia o la leggono filtrata dalle lenti dei vincitori di quella istituzione astratta, napoleonica, centralista, che è lo Stato unitario. Il Festino di S. Rosalia (è uno dei temi che viene affrontato in questo libro) non è più quello che era, quello per cui è nato, a causa della disaffezione della gente di questa città, che non sa neanche se la sua patrona principale sia realmente esistita. Di sicuro il Festino non è paragonabile alla festa di S. Agata a Catania, che invece è sopravvissuta all’Unità.

Ciò che i cittadini di oggi in fondo non sanno è cosa realmente siano essi stessi. Forse soltanto una piccola minoranza è costituita da famiglie radicate nel capoluogo siciliano da più di tre-quattro generazioni. Gli altri sono figli e nipoti di immigrati provenienti da altri territori della Sicilia stessa. E questa è una differenza sostanziale rispetto alle altre quattro metropoli italiane (Palermo è la quinta per numero di abitanti), che hanno sempre mantenuto un nucleo consistente di cittadini orgogliosi di essere romani, napoletani, milanesi o torinesi da sempre. Forse anche a questo si riferiva il sindaco quando qualche mese fa si è presentato alla stampa come il leader di una minoranza culturale. Un libro come Il Gattopardo è la quintessenza della palermitanità e non per le tesi ad effetto più stancamente ripetute come slogan. Giuseppe Tomasi di Lampedusa ha quella cura maniacale dei particolari più minuti che è propria di questo popolo quando ama davvero qualcosa. Negli ultimi decenni Palermo è stata rappresentata nel mondo dello spettacolo da comici volgari, che ne hanno divulgato l’anima caricaturale, quella dei totucci, quella di chi distrugge la Favorita ogni anno a Pasquetta. Ma questi non sono i palermitani, o – se volete – questi sono ciò che rimane del ceto più popolare, che un tempo viveva a fianco dei cittadini più dotati e si sforzava di emularli. Abbandonati a sé stessi, a causa dell’emigrazione dei più capaci, i totucci si sono abbrutiti. Sono dei selvaggi, senza punti di riferimento. Si tratta di un pericoloso brodo di cultura in cui si sviluppano robusti i germi della prevaricazione, della mafia, del pizzo, della violenza gratuita, del caos per le strade, del gusto per l’abusivo in quanto abusivo.

I libri che indulgono a questa volgarità (Homo panormitanus, Palermo è una cipolla, ecc.) sono di una tristezza infinita. Anche il film del 2008, Palermo shooting, di Wim Wenders, è stata un’occasione sprecata per raccontare questa terra in modo pertinente, benché l’approccio elitario fosse diametralmente opposto. Per fortuna di recente sono arrivati al successo Ficarra e Picone, due caratteristi dall’humour sottile, che – pur facendo ironia su tante cose che ancora non vanno bene – stanno portando alla ribalta l’animo più autentico del palermitano. Una personalità sanguigna e audace, riflessiva e positiva al tempo stesso. Basta guardare i marmi mischi e tramischi del nostro barocco, il più colorato, esuberante, simbolico e allegro che ci sia. Oppure gli stucchi di Giacomo Serpotta, il geniale scultore degli attori bambini, degli incorreggibili monelli («Chi su tuosti!», verrebbe da dire), in quel teatro totale che sono gli oratori da lui decorati. La nostra oreficeria più pregiata è intimamente legata a queste produzioni artistiche. Ad agosto 2013 Ludwig Moser, un vivacissimo diciassettenne di un paesino austriaco, figlio di un imprenditore agricolo, dopo avere visitato Palermo mi chiedeva: «Com’è possibile che sia così brutta la parte moderna di una città così ricca di monumenti meravigliosi?». In effetti è un paradosso che notano tutti i turisti avveduti. Il contrasto è stridente. Il 6 giugno 2014 si è conclusa la Sicily Summer School in Urban Design. Hanno partecipato giovani architetti americani e russi, che hanno presentato i loro progetti per l’area della Magione nella Cavallerizza di Palazzo Sambuca. Colpiva il loro entusiasmo: «Grazie di esistere, Palermo, perché sei molto bella!». Ne hanno colto l’anima e per questo sono stati disposti a chiudere un occhio sulla bruttezza della città contemporanea, sulla mancanza di disciplina nel traffico, sull’immondizia.

I nostri concittadini dovrebbero sapere che è possibile un riscatto di questo lembo di paradiso. Basterebbe intanto che la smettessero di piangersi addosso («Sarebbe bello fare grandi cose ma … siamo in Sicilia!»), perché non è vero che il clima che non conosce mezze stagioni, quello delle estati infuocate e degli inverni dalle piogge violente, giustifichi il persistere di una indolenza atavica, di una presunta insularità d’animo, irredimibile. La lagnusia al momento di affrontare il lavoro, la mancanza di imprenditorialità, se esiste davvero non è nel Dna dei siciliani, è stata indotta da non più di 150 anni. Quello che c’è nel Dna di questo popolo è la capacità di produrre capolavori artigianali. Forse non c’è predisposizione per la genialità nelle altre arti (di Antonello da Messina ce n’è stato uno, di Ernesto Basile pure), ma nelle arti applicate i siciliani sono sempre stati maestri, come Serpotta. Tutte le volte che ci sono state le condizioni per esprimersi (e questo è avvenuto almeno in quattro epoche della nostra storia) gli artigiani dell’Isola hanno prodotto meraviglie che il mondo intero ci invidia. L’arte contemporanea sta vivendo da tempo una crisi profonda. Ovviamente non mi riferisco ai vandali del ceto alto semi-colto, in cerca di notorietà a buon mercato, che accumulano rifiuti nella Loggia dei Catalani, imbrattano la facciata di Palazzo Lo Mazzarino e deturpano la fontana del 1591 di piazza Garraffello. Questa non è arte, per nulla, da qualunque punto di vista la si voglia guardare. Penso piuttosto ai sofisticati sacerdoti dell’effimero, i quali, esaurita la spinta innovativa, ripetono all’infinito il rito esausto della trasgressione. Eppure in Francia, come testimonia Jean Clair, ha diritto di cittadinanza soltanto l’Ac, lautamente foraggiata dal Ministero per la Cultura: basta la sigla Ac per identificare la produzione concettuale, informale, cervellotica. L’arte figurativa non può esprimersi, è rigorosamente bandita.

Se questo è un fenomeno grave per quelle che un tempo erano definite malamente arti maggiori (architettura, pittura e scultura), è gravissimo per le arti che prima venivano relegate al rango di “minori” e oggi invece sono denominate “arti applicate”. Nel caso dell’argenteria, per esempio, questo significherebbe abolire la lavorazione al cesello, perché la decorazione ha senso nel contesto di un linguaggio dei simboli, inviso alle avanguardie. I guai nascono intorno al 1910. Mentre a Palermo volgeva al tramonto la stella dei Florio, in Austria, Germania, Olanda, si affermava un’arte astratta, nemica del segno che rappresentasse in modo biunivoco la realtà, aperta alla novità per la novità, al grido di “ripartire da zero” (parola d’ordine del Bauhaus), facendo tabula rasa di tutta la tradizione. La vittoria di posizioni come quella espressa da Adolf Loos in “Ornamento e delitto” ha un che di misterioso in un continente tanto ricco di tradizione del bello come quello europeo. Sembra come se il nuovo corso dell’arte si sia imposto non tanto per la forza intrinseca dei suoi aforismi quanto per il potere di persuasione delle avanguardie. Ricorda molto quello che uno storico palermitano dei nostri giorni, Claudio Vacanti (Guerra per la Sicilia e guerra della Sicilia), spiega essere stato il metodo adottato dai romani per convincere i sicelioti a schierarsi dalla loro parte nella prima guerra punica. Non erano abbastanza forti da riuscirci con le armi, ci riuscirono con l’arte della propaganda. Allo stesso modo gli artisti delle avanguardie hanno sbaragliato la concorrenza degli artisti figurativi, che erano numerosi cento anni fa e ci sono ancora oggi, ma sopravvivono come se fossero una specie in via di estinzione. Un interessante esperimento controtendenza – di cui si parla poco – è la recente decorazione della Cattedrale di Noto dopo i restauri.

Ma, a guardar bene, dietro all’altrimenti inspiegabile monopolio delle avanguardie e dei loro squallidi eredi – le star internazionali della provocazione e della blasfemia –, ci sono processi politici ed economici strutturali, di cui possiamo analizzare le tappe, il funzionamento e le complicità a livello istituzionale (degrado formativo e del patrimonio): ormai non si può far finta di non sapere, e accettare che le opere d’arte del nostro tempo siano davvero gli insulsi orrori sponsorizzati e imposti da cricche interessate, che deturpano le nostre piazze, i musei, le chiese. L’arte contemporanea è asservita alla finanza, è strumentale a giochi che non riguardano l’essenza umana dell’arte e della bellezza. L’artigianato invece è ancora un’arte libera, che risponde alle leggi della produzione di bei manufatti per gli usi richiesti dai clienti delle botteghe. Anche per questo è fondamentale il lavoro didattico pluridisciplinare svolto nel Master in Storia e Tecnologie dell’Oreficeria dell’Università di Palermo. Qualcuno sostiene che, dopo la rivoluzione industriale e quella informatica, la nostra epoca ha urgente necessità di una rivoluzione artigianale. È ciò a cui mira la Scuola Orafa Arces.

Per concludere, possiamo elencare una serie di considerazioni sintetiche. I palermitani non sanno (e dovrebbero sapere) che manca loro l’orgoglio di essere eredi di una tradizione grandiosa, che fa parte integrante dell’identità più profonda di questa terra. I palermitani non sanno (e dovrebbero sapere) che i loro piagnistei sono ingiustificati, perché le cause del degrado della loro città sono storicamente esterne alla città stessa: fare una diagnosi corretta aiuterebbe a trovare la cura più efficace. I palermitani non sanno (e dovrebbero sapere) di avere un patrimonio di eccellenze che costituisce una risorsa unica per il futuro culturale ed economico di questa terra. I palermitani non sanno (e dovrebbero sapere) che, sino agli Anni Novanta, la città aveva il primato mondiale nella quantità di manufatti d’argento prodotti. I palermitani non sanno (e dovrebbero sapere) che detengono tuttora il primato della qualità nella lavorazione manuale dell’argento. I palermitani non sanno (e dovrebbero sapere) che ci sono Paesi ricchi che comprerebbero questi prodotti se solo li conoscessero. I palermitani non sanno (e dovrebbero sapere) che ci sono giovani artigiani formati nella Scuola Orafa Arces che possono contribuire, con il supporto interdisciplinare dell’Università di Palermo, a produrre ricchezza e a sviluppare una nuova arte libera.

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