Immaginare il Mediterraneo intorno al VI secolo a.C. non è abbastanza semplice. Dai relitti che sono stati fin ora trovati in fondo al mare, si capisce però che quasi sicuramente non era difficile svegliarsi una mattina in prossimità di uno dei tanti porti della Magna Grecia e intravedere al largo il bianco delle vele di una serie d’imbarcazioni. Non certo diportisti della domenica, ma navi di pescatori e commercianti che allora approfittavano della via di comunicazione più veloce di quei tempi. Riguardo alla sicurezza è un altro discorso, e i naufragi erano di sicuro più frequenti di quelli di oggi, e chissà quanti relitti giacciono ancora sul fondo del mare di cui non sapremo mai nulla. In ogni caso è proprio grazie a questi ritrovamenti che si è ampliata, e si amplia di continuo, la conoscenza della vita e della cultura delle popolazioni che abitavano le terre e solcavano i mari in quei secoli.

Dalla segnalazione di Franco Cassarino, uno dei subacquei del posto, al largo di contrada Bufala, presso Gela, si è arrivati al ritrovamento di un altro relitto di nave greca. Dalle analisi dei primi reperti portati a galla, pare la nave possa essere la più antica mai ritrovata intorno alle coste della Sicilia, superando, anche se solo di una sessantina di anni, quella che finora era stata considerata la nave arcaica più antica, recuperata nel 2008 nella stessa area e restaurata in Gran Bretagna. L’area di Gela, infatti, è una zona molto ricca da questo punto di vista, e questo ritrovamento, quarto di una serie iniziata negli anni ottanta. Il primo di detti ritrovamenti, quello che ha restituito il relitto più integro fino ad ora, stimolò subito l’idea della creazione di Un “ Museo della navigazione greca”, di cui poi non si è più parlato, per via riteniamo dei soliti ormai classici impedimenti italici. Il relitto segnalato da Cassarino non è ancora stato recuperato, ma forse questa non è una tragedia, giacché il mare in certi casi sembra custodire sicuramente meglio degli uomini ed è probabile che quando verrà il momento per quegli aviti legni di rivedere la luce saranno accolti come i relitti precedenti nel Museo Archeologico di Gela.

Già recuperati invece e pronti per essere restaurati sono una parte degli oggetti imbarcati sulla nave, testimoniando la ricchezza di storia e di cultura cui possono portare certe scoperte. Un’anforetta, una Kylix, che è quella che noi oggi definiremmo centrotavola, di vernice nera di probabile importazione Attica, una brocca, e un vaso detto Cothon di forma circolare e il bordo arrotondato, provvisto di tre anse nei primi esempi del corinzio primitivo, mentre nel tardo corinzio possedeva una sola ansa, il manico, a nastro, impostata orizzontalmente con due piccole appendici laterali. A soli quattro metri di profondità erano celati questi piccoli tesori che raccontano della fertilità dei commerci e delle straordinarie competenze e abilità di quei marinai che senza bussola e guide satellitari solcavano le acque del mediterraneo con straordinaria perizia. E narrano della bravura e della maestria degli artigiani che tiravano fuori dalla terracotta ogni tipo di suppellettile utile alla vita quotidiana, e tutti oggetti in cui il perfetto studio funzionale si accordava con una ricerca infinita della bellezza. Questi beni, ha detto Sebastiano Tusa, soprintendente del mare della regione Sicilia, «dimostrano come l’area di contrada Bulala sia ricca di rinvenimenti. Da questi tasselli di storia emerge una Gela ricca, dalla quale transitava mercanzia pregiata. Probabilmente `Bulala´ era lo scalo dell’antica Gela».

Chissà se vedremo presto un Museo della navigazione greca. Di certo l’accreditata ipotesi del dott. Tusa è da considerare veritiera, perché lo scalo marittimo di Gela, che sorgeva nell’odierna contrada Bufala, era considerato uno dei più importanti degli insediamenti greci in Sicilia. La colonia di origine dorica, come ci narra Tucidide, sarebbe stata fondata da Antifemo e Eutimo, intorno a un preesistente insediamento indigeno siculo, i cui resti archeologici ci fanno immaginare attività e produzioni umane che risalgono al quinto secolo a.C.

C’è ne sono di oggetti, di cultura, di leggende, e di storie che il nostro antichissimo mare ancora custodisce. A noi la fortuna di ritrovarli e l’impegno nel leggerle e conservarle.

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