In Canada, soprattutto nella zona di Toronto, vi è stata all’inizio degli anni ‘50 una forte immigrazione dall’Italia. Non facile, perché chi arrivava non conosceva la lingua e trovò inizialmente incomprensione e diffidenza, oltre un clima gelido cui non erano abituati. Vi fu poi una seconda ondata vent’anni dopo, meno traumatica per la conoscenza dell’inglese e soprattutto perché una generazione si era inserita nella società canadese e aveva creato le basi per chi sarebbe venuto dopo. Ora moltissimi italo – canadesi hanno raggiunto posizioni importanti dal punto di vista economico, culturale e politico. Sono attive decine di associazioni per mantenere la cultura e le tradizioni della Patria d’origine, anche se sono pienamente integrati nella società canadese. La prima generazione parla ancora italiano, anzi spesso il dialetto della regione di provenienza e l’inglese non lo parla bene; i figli parlano solo inglese e poco l’italiano, i nipoti solo inglese. Un po’ si rischia quello che è già avvenuto negli Stati Uniti, dove l’immigrazione è un fenomeno più antico e la lingua e la cultura d’origine sono sostanzialmente scomparse. In Canada le nostre comunità lottano perché questo non accada.

Sempre dopo la guerra sono arrivati moltissimi europei di religione ebraica, specie dall’est e dall’Ungheria in particolare. Un’immigrazione che continuò negli anni successivi e soprattutto dopo l’invasione dei carri armati russi del 1956, che stroncarono nel sangue la “rivoluzione” che chiedeva libertà, pluralismo politico e indipendenza da Mosca. Anche loro mantengono vive le loro tradizioni e il ricordo di quella che fu la Shoah, la distruzione e il massacro degli ebrei europei. Sono comunità importanti, parliamo della Grande Toronto, di centinaia di migliaia di persone vive culturalmente e integrate tra loro.

E per queste due comunità ricordare Giorgio Perlasca diventa un fatto importante: per la cittadina di origini italiane è un modo per confermare l’orgoglio delle proprie origini, mentre per quella ebraica è un modo per ricordare chi, durante la Shoah, non si voltò dall’altra parte ma cercò di aiutare gli ebrei, tendendo loro una mano. È celebre la vicenda di Perlasca, che inventandosi un ruolo non suo, quello di diplomatico spagnolo, riuscì a salvare da morte certa oltre 5000 mila ungheresi.  Da qui è nato l’invito a essere nei primi giorni di novembre in Canada, a Toronto, dove si sono tenuti una serie d’incontri e conferenze al Centro Veneto e nel parco, lo scorso anno, è stato posto e inaugurato un busto di Giorgio Perlasca in due scuole cattoliche (Padre Bressani e De La Salle).

È stata l’occasione di incontrare centinaia di studenti anche universitari, come al dipartimento di storia di Trent. A proposito di incontri, come non citare quello organizzato dal Museo dell’Olocausto nell’ambito della settimana dedicata alla Shoah. L’evento è avvenuto in una grande sinagoga, la Beth Torah Congregation. Erano presenti oltre 500 persone. Erano canadesi di religione ebraica, altri di origine italiana, altri di diverse origini, presenti per dire no all’antisemitismo e alle discriminazioni. Rilevante è stata la presenza del nostro Ambasciatore Gian Lorenzo Cornado, il nostro Console a Toronto Giuseppe Pastorelli e il Console generale dell’Ungheria Stefania Szabo. Particolarmente emozionante è stata l’introduzione della signora Mary Siklos, in Canada dagli anni ‘70 dopo esser riuscita a scappare dalla prigione a cielo aperto che era diventata l’Ungheria in quegli anni.

Lei è la figlia (e la nipote) di due persone salvate da Giorgio Perlasca. La signora Lang, la zia, venne in Italia assieme al marito a fine anni ‘80 per riprendere i contatti con “il Console spagnolo”, dopo averlo ricercato e ritrovato quando il muro tra Europa dell’ovest e Europa dell’est cominciò a mostrare le prime crepe. Portò a Perlasca in regalo gli unici tre oggetti che la famiglia aveva salvato dalla guerra (una tazzina, un cucchiaino e un medaglione) e per convincerlo a prenderli gli disse: «Signor Perlasca, li deve tenere lei, perché senza di lei non avremmo avuto né figli né nipoti». Ancora oggi li conserviamo con particolare amore, perché sappiamo il sangue e la sofferenza che stanno dietro a questi tre piccoli oggetti. Dopo aver ricordato  quest’episodio, c’è stato un grande momento di commozione in tutta la sala.

Ho trovato in Canada, o quantomeno a Toronto e nell’Ontario, una grande integrazione frutto di regole certe condivise e rispettate: l’11 di novembre (Remembrance Day) si ricorda la fine della prima guerra mondiale sia in Canada che negli altri paesi del Commonwealth. È il giorno della commemorazione dei caduti di tutte le guerre ed è bello vedere, anche per strada, moltissime persone portare un piccolo distintivo in stoffa, il papavero, che simboleggia tale ricordo. È una memoria condivisa.  Mentre in Italia, il 4 di novembre, una volta festa nazionale e della vittoria e oggi giornata delle forze armate e ricordo dei caduti, è diventato solo una giornata di cerimonie istituzionali, senza partecipazione popolare. Un Paese senza Memoria che futuro può avere? Un Paese, poi, come l’Italia con tradizioni e cultura millenaria! Mentre il Canada, Paese giovane con culture diverse, riesce a trovare l’orgoglio della Memoria.

© Riproduzione Riservata

Commenti