Qualche anno fa in una lezione universitaria di storia della critica dell’arte Flavio Caroli ci fece capire che cosa intendeva per messaggio che legge con estrema coerenza le cose che avvengono nel mondo contemporaneo quella che i filosofi chiamerebbero la “Weltanschauung”, e per farci comprendere e riflettere mise a confronto due artisti. Uno era il grande Jackson Pollock con una delle sue opere dai colori vorticanti, centro dell’Espressionismo astratto e dell’Action painting. Dall’altra parte “The Connoiseur”, opera di Norman Rockwell, uno dei più grandi illustratori americani, che mostrava un signore intento a guardare un’opera dello stesso Jackson Pollock. La bravura tecnica di Rockwell era innegabile, anche perché aveva riprodotto realisticamente la figura e anche l’opera di Pollock, ma senza dubbio tra le due pitture quella che realmente era riuscita a cogliere il senso del secolo, la visione del mondo, era l’opera di Pollock. Tutto il dolore del secolo, l’inadeguatezza della pittura classica, la forza dell’azione e lo sgomento che ancora permaneva nella memoria delle grandi guerre, il senso di instabilità anche delle scienze, la paura dell’inafferrabile urlato anche da Edvard Munch, era tutto inciso nelle colature di Pollock non certo nelle tele, per quanto raffinate, di Rockwell.

È quello che bisogna concedere a Maurizio Cattelan. La capacità di raccogliere le incongruenze, la frammentazione, l’ironia, i contrasti, il senso di ribellione e lo sforzo viscerale di un’arte concettuale che la dice anche lunga sulla grande indecisione del sistema dell’arte di dire cosa essa sia. Incapacità che forse nasconde le innumerevoli facce che essa può assumere, perché questo pare essere lo spirito dei tempi.  In questi giorni si è aperta una mostra in cui Cattelan invece che lavorare da artista si è assunto il compito di curatore. La mostra dal titolo Shit and Die (Merda e Morte) ospiterà a Palazzo Cavour di Torino, fino all’11 di gennaio 2015, le opere di 61 artisti che si alternano nelle stanze settecentesche, tra cui: Iris Van Dongen, Jakub Julian Ziolkowski, Andra Ursuta,  Francesco Vezzoli, Claire Tabouret, Ida Tursic e Wilfried Mille, Matthew Watson, Aleksandra Waliszewska, Maurizio Vetrugno, Davide Balula e poi le fotografie di Carlo Mollino e ancora Carol Rama, e David Raffini.

Le opere, anche se apparentemente slegate tra di loro, sono in realtà tutte legate dal filo dell’arte concettuale, a comporre un percorso che per quanto ibrido si ricollega agli artisti come Manzoni, Nauman e lo stesso artista padovano. Le sue provocazioni sono ben note, ma è chiaro che tentano sempre di cogliere la vicinanza del tema della morte, del disfacimento del corpo, le incongruenze del mondo industrializzato, di cui Torino sembra essere anche un bersaglio, e di quella critica, velata fino ad un certo punto, delle forti distanze sociali che l’hanno caratterizzato. Da queste contraddizioni del sapere, dalle assurdità del nostro mondo, dal frenetico sovrapporsi di immagini e di culture, non poteva che saltar fuori una mostra così provocatoria anche nel titolo.

Senza dubbio il tema di fondo oltre a interrogarsi sulla precarietà del mondo dell’arte ironicamente affronta anche la nostra, quella dell’umano che deve fare i conti con la sua scadenza temporale. E a questo proposito non può che tornarci alla memoria l’ironica scena in cui Massimo Troisi esorcizzava la terribile paura di morire. “Si adesso me lo segno” rispondeva il personaggio inventato da Troisi per rispondere all’individuo che predicava la presenza della morte come compagna di tutti. Con la stessa ironia e lo stesso spirito dissacratorio Cattelan ha affrontato tutte le tematiche della vita, con opere che in ogni caso hanno scatenato polemiche ed emozioni. Nel caso ad esempio del papa colpito a morte da una meteorite e nel caso ancora più eclatante dei bambini impiccati lungo un viale alberato di Milano. Lì una persona anziana, rischiando anche di farsi seriamente male provò a eliminare e a distruggere il fastidioso lavoro, testimoniando che, pur essendo provocatorio e dissacrante il suo operato , in ogni modo erano state toccate profondamente le corde emotive dell’umano. Qualcuno dice furbamente, da vero marpione dell’arte, e forse è anche così, ma è un furbo che sembra cogliere l’essenza dei tempi, sicuramente meglio degli illustratori.

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