La formazione, il cordone ombelicale della politica – Se esistesse un motore di ricerca siciliano e si potrebbe chiamare “Gugle”, mostrerebbe che la parola più diffusa nell’isola è clientelismo. In qualunque angolo della Trinacria si trova questo termine. È nel dna del territorio. Eliminarlo è quasi impossibile, soprattutto se la classe politica utilizza il cosiddetto clientelismo per ingrassare le proprie fila. È un suo strumento per tenere ben stretto il cordone ombelicale con le cittadine e i cittadini siciliani, che in un altro contesto non avrebbero esitato a tagliare un legame che non ha prodotto niente di buono. A proposito di clientelismo, come non citare la “cassata” della formazione. Meglio mettere la lettera “s” e fare riferimento a uno dei dolci tipici della Sicilia per parlare di un meccanismo zuccheroso tramite il quale alcuni disoccupati, trasformati in docenti, formano dal punti di vista “professionale” altri disoccupati destinati a diventare a loro volta docenti di ennesimi disoccupati. Una macchina in grado di fare girare la testa. Un motore in continuo movimento grazie alla benzina delle sovvenzioni.

La prima industria della Sicilia – Senza troppe esagerazioni, come detto dal giornalista del “Foglio” e della “Repubblica” Pietrangelo Buttafuoco, la formazione è «la prima industria della regione». Un qualcosa che è stato gestito fino all’altro giorno dalla “figghiozza” del governatore suscitando polemiche e proteste. Non a caso, nella rifondata giunta, il suo nome non compare, anche se il presidente Rosario Crocetta ha promesso un suo riposizionamento. Chissà dove e chissà quando. Sta di fatto che la formazione è quello strumento che penalizza il sistema universitario, unico a dover formare gli studenti, ed è lo strumento di molti politici, di qualsiasi colore politico, per garantirsi voti di generazione in generazione. Al momento gli enti della formazione professionale stanno attraversando un periodo difficile. Vivono in un limbo e i primi a pagare sono i lavoratori senza stipendio da circa 24 mesi. Un’enormità, soprattutto per chi deve mantenere una famiglia. La situazione dovrebbe essere affrontata di petto. Bisognerebbe capire se c’è la volontà politica di superare questi enti e quindi ricollocare il personale in altre strutture.

Lo scandalo del Ciapi di Priolo – Si, perché l’industria della formazione sarà discutibile ma chi ci lavora dentro ha una dignità che non può essere calpestata. In attesa di trovare i fondi promessi dall’attuale amministrazione regionale, è scoppiato un altro scandalo. Riguarda il Ciapi. Fondato nel 1963 è il Centro interaziendale addestramento professionale integrato di Priolo Gargallo. Rappresenta una realtà storica nel panorama della formazione regionale siciliana e oggi potrebbe essere al centro di una delle più grandi truffe di fondi europei in Italia. Al momento la Guardia di finanza ha conteggiato ben 64,1 milioni di euro «in contributi illecitamente percepiti» dal Fondo sociale europeo. Già, fondi europei che sarebbero dovuti servire all’occupazione siciliana sono stati utilizzati per altri fini. Stessa storia, ma dentro l’industria della formazione tutto avviene con maggiore facilità. Nell’occhio del ciclone delle indagini sarebbero finiti cinque progetti del vecchio Ciapi gestito da Giuseppe Riggio, ente che sarebbe entrato nell’orbita del cosiddetto sistema “Giacchetto”, l’imprenditore che per anni ha gestito la comunicazione per una miriade di iniziative della regione. Ma adesso viene il “bello”. Il Ciapi è di proprietà della regione e quindi dovrà essere proprio Palazzo d’Orleans a pagare le somme necessarie per risolvere la questione. Una mazzata sulle dissestate casse regionali.

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