Revocato lo stato di assemblee sindacali negli Scavi archeologici di Pompei, Ercolano e Stabia. Già alle 8,30 della mattinata del 7, che sarebbe dovuto essere il terzo giorno di protesta dei rappresentanti di Uil, Flp, Unsa e Rsu, un solerte impiegato era pronto a far entrare i turisti che avrebbero dovuto fronteggiare solo le avverse condizioni meteorologiche. Resta il fatto che è per il momento. Si, è così che risponde l’impiegato alle nostre domande di delucidazione, le cose rientrano nella normalità per una settimana, ma se rimangono irresoluti i problemi che spingono i lavoratori e le sigle sindacali a levare la propria voce, chi lo sa. È come se rimanesse una spada di Damocle sempre sospesa, con la possibilità che alla sua caduta un ignaro visitatore si trovi ad abbracciare triste e solitario cancelli chiusi, e a rimuginare su certi strani aspetti del bel paese. Naturalmente di più non sa, anche perché è giusto, ognuno deve pensare a fare il proprio lavoro e non si possono avere notizie più precise se non contattando le segreterie regionali delle sigle. Abbiamo provato a sentire le segreterie delle varie sigle coinvolte, ma l’unica che ci ha dato qualche piccola informazione è stata la segreteria della Uil, che ci ha messo in contatto con Maria Rosarosa, vice coordinatore nazionale della UILCA di cui abbiamo sentito le ragioni.

Ne deduciamo che i veri motivi per cui indignarsi sono altri. Certo  «un danno incalcolabile per l’immagine del paese intero» come twitta ancora il ministro Dario Franceschini ricordando in più che da quando è in carica lui, «a Pompei sono arrivate 78 persone, per superare le carenze di personale e altre 75 arriveranno entro dicembre». Ma a detta di chi respira da vicino le problematiche del sito non è di addetti  generici in più di cui si ha bisogno. Ciò che sarebbe necessario è la presenza di un corpo di artigiani e manovali con le giuste competenze per occuparsi della manutenzione ordinaria.

«Siamo in presenza di un sito archeologico che ha migliaia di anni, e che viene scavato da  circa trecento anni, per di più  sempre in presenza di migliaia di visitatori e l’aggravante di essere continuamente esposto agli agenti atmosferici. Fa presto a dire Franceschini che ha inviato e invierà, ma non è di archeologi, ingegneri, architetti e direttori dei lavori, peraltro assunti tramite agenzie cui bisogna pagare le competenze, di cui si ha bisogno. Non servono fondi straordinari o chissà quale idea, basterebbe tornare al vecchio principio che si utilizzava in passato, e cioè alla manutenzione quotidiana.» – asserisce Maria Rosarosa.

Bisognerebbe rendersi conto di una cosa fondamentale. Il proprio lavoro non dovrebbe essere la perdita quotidiana di otto ore lavorative, o meglio la messa a disposizione del proprio corpo in un posto definito, in cambio di uno stipendio, ma un impegno e un impiego per la condivisione di un progetto. E condividerne gli interessi e la consapevolezza che curare il proprio posto di lavoro è un interesse primario. Nel caso specifico del sito di Pompei sarebbe necessario che ognuno comprendesse  che ragioniamo con lo stato di salute di un bambino, anche se con un mare di secoli alle spalle; un bambino sempre bisognoso di cure, la cui bellezza però garantisce grandi possibilità di guadagno, dato che hanno il desiderio di venirlo a vedere da ogni parte del mondo. Naturalmente il lavoro di cura e di sviluppo andrebbe giustamente ricompensato. Però il bambino respira, cioè per uscir fuori di metafora, funziona, è una nave che va, è un sito molto visitato, e non dovrebbe mancargli il carburante. Probabilmente quindi non sono solo gli addetti a doverlo comprendere, ma anche le sfere politiche e il ministro, pensando  a una forma di revisione dei blocchi attuali che impediscono «l’assunzione di mano d’opera per la manutenzione ordinaria, cosa che oltretutto contribuirebbe oltre alla salvaguardia del sito degli scavi di Pompei, ma anche ad abbattere le cifre del precariato. Le 78 unità di personale assunte di recente, tra l’altro, fanno capo ad un Società “in house” del MIBACT, alla quale noi paghiamo gli utili, sono state selezionate senza alcuna trasparenza, e si tratta per la maggior parte come dicevo di personale amministrativo ».

Come sempre quasi impossibile capire di chi sono le responsabilità, però appare chiaro che strutturare una ricrescita globale sulla base di uno sviluppo culturale, parte dall’assunzione di responsabilità personali. Responsabilità intesa come capacità di trovare soluzioni, mentre la spada di Damocle non serve a nessuno.  

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