Un divo nato da una spiaggia deserta – San Gregorio, frazione di Capo d’Orlando, costa tirrenica della provincia di Messina. Un piccolo borgo di pescatori affacciato sulle Eolie, che se ne stanno lì sulla destra guardando il mare, a far da ponte per l’orizzonte. E’ il 1963, il tramonto del boom economico. In una «casa deserta vicino a una spiaggia deserta» se ne sta un cantautore con gli occhiali scuri, quadrati e i capelli pettinati all’indietro. Le luci della ribalta se l’era già prese con “Il cielo in una stanza” (e non solo), ma di lì a poco sarebbe diventato un divo. Uno di quelli che fanno strappare i capelli alle ragazzine. E lo sarebbe diventato proprio grazie a quella spiaggia deserta, che con la sua morbida sabbia scura e i suoi sassi arrotondati dal mare era lì a dettargli una canzone. Una canzone che quell’estate avrebbero cantato tutti. Il classico tormentone, che accompagnava e descriveva con spensieratezza le vacanze degli italiani. «“Sapore di sale” era un flash, un lampo di luce, uno stacco dalla realtà come dovrebbe essere una vacanza, che significa un allontanamento temporaneo dalle abitudini consolidate». Un successo di popolo giunto dal mare, per Gino Paoli. Dal mare di San Gregorio.

La nostalgia e la speranza di Gino Paoli – Oggi, 51 anni dopo, quello stesso mare si è portato via lei, la musa del divo, la spiaggia deserta. L’ha erosa piano piano, anno dopo anno. Questa estate ce n’era ancora un mozzicone, poi sono arrivate le mareggiate autunnali e l’hanno cancellata sul finire di ottobre. Al divo l’hanno detto che la sua musa non c’è più. E lui, Gino Paoli, l’ha presa a modo suo, con poesia: «la storia della spiaggia di San Gregorio mi conferma che il mare è come la vita, ha le sue regole, prende e toglie cose belle e brutte a suo piacere. E’ il suo fascino, è lo stesso fascino della vita» – dice a Repubblica. E poi la ricorda, tradendo un po’ di nostalgia che oggi suona più marcata: «Nei primi anni ’60, San Gregorio era in pratica solo un’unica lunga meravigliosa spiaggia. Un luogo splendido, magico». Un’eccezione per lui, che da ligure concepisce il mare solo come scoglio e sassi. Invece la spiaggia di San Gregorio «mi ha fatto innamorare». E non perde la speranza di rivederla: «magari fra un po’ la spiaggia me la ridanno».

E come al solito, si poteva evitare(cit.) – Già, magari ora che non c’è più qualcuno si sveglia e interviene. Un classico all’italiana. «Il Comune ha predisposto un progetto di intervento – spiega Enzo Sindoni, sindaco di Capo d’Orlando – ma dal 2009 attendiamo risposte dalla Regione. C’era anche un progetto della Provincia, abbiamo chiesto un finanziamento, magari parziale, per arginare l’erosione. Ma niente, nessun segnale». E il sindaco non si rassegna: «Se la Regione continuerà a non ascoltarci, il Comune non resterà immobile e farà la sua parte, pur con le poche risorse che abbiamo a disposizione. Potremmo ‘agganciarci’ ai lavori del vicino porto, vedremo quale sarà la soluzione migliore. Quel che è certo è che faremo di tutto per salvare la spiaggia di “Sapore di sale”».

Un problema comune – Ma come quella di San Gregorio ce ne sono tante di spiagge da salvare. In Sicilia ma non solo. In provincia di Messina i casi sono tanti, anche sulla costa jonica, vicino a Taormina. Sant’Alessio, per esempio, dove l’ampia spiaggia che aveva pure i campi da beach volley ora è ridotta a un lembo di sabbia. Il progetto per evitare l’erosione c’è da tanto tempo, ma solo da pochi mesi si sono iniziati a mettere i primi scogli in mare, una cinquantina di metri a largo. A Santa Margherita i lavori li hanno fatti, di fronte alla spiaggia davanti al nuovo lungomare. Ma fuori da quel tratto, dove l’interesse turistico finisce, gli scogli sul fondo non li hanno messi e l’acqua danneggia le case che ora sono a ridosso del mare. E la colpa non è sua, non è colpa del mare. Possibile che una volta il problema non era così incipiente?

Cemento selvaggio e incuria, sempre loro – Per rispondere, in parte, basta tornare all’inizio, agli anni d’oro di Gino Paoli. A quegli anni 60 in cui si è iniziato a costruire senza ritegno, in preda a quel boom economico che ti portava a consumare tutto senza pensare al futuro. Cosa che poi è diventata un vizio, boom o non boom. La cementificazione dei letti dei torrenti, infatti, impediscono ai detriti, sassi e massi, di alimentare naturalmente le spiagge. L’affollamento urbano sulle coste, insieme ai lavori fatti male di protezione dei litorali, ha fatto sì che l’erosione si spostasse da alcuni punti per concentrarsi su altri. Come a Santa Margherita. «Le coste vanno costantemente monitorate, le spiagge vanno tutelate, anche integrandole con versamenti artificiali – dice Salvatore Granata, presidente onorario del circolo Legambiente Nebrodi -. Il punto è la qualità dei progetti. Se si vogliono evitare ulteriori danni, bisogna innanzitutto evitare altri interventi sbagliati, cioè quelli che non agiscono sulle cause dell’erosione. E poi, nel breve e medio termine, fare in modo da garantire la naturale alimentazione della spiaggia». Le soluzioni ci sono, dunque. E i soldi chi ce li mette?

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