Il 2,5 per cento della popolazione soffre del disturbo di panico in una fascia di età compresa tra i 16 e i 40 anni, ma la forbice sta spostandosi sempre di più. Un aumento sensibile si è riscontrato tra i giovani negli ultimi due anni. Rosario Sorrentino, neurologo, ci racconta ciò che non è assolutamente un capriccio ne un’invenzione ma una malattia a tutti gli effetti: l’attacco di panico, una “bugia del cervello che può rovinarci la vita” come lo definisce lo stesso neurologo. Quando l’attacco di panico bussa alla porta di una persona commette subito due danni: il primo danno è quello di togliere alla persona che ne soffre la sua libertà ed il secondo danno è quello di umiliarla, così che in breve tempo quella persona vede scendere ai minimi storici la propria autostima e autonomia in una società dove tutti siamo condannati a vincere, a piacere e a funzionare. Inesorabilmente.

Non ho mai visto – così come in questi ultimi due anni – tanti giovani soffrire di panico. Molto spesso il primo episodio avviene anche dopo poche boccate di cannabis in soggetti predisposti geneticamente ma qualunque evento stressante della vita, può diventare la causa che fa emergere il disturbo stesso.” Cifre che fanno riflettere specie se si pensa che molto spesso il panico può scatenare – sul lungo periodo – una depressione secondaria e reattiva nel paziente non gestito o gestito male. Ed il male oscuro rimane sempre la patologia peggiore e l’esperienza più devastante che una persona possa affrontare nell’arco della sua vita.

Assolutamente da abolire il fai-da-te. “Bisogna fidarsi e affidarsi ad un medico che possa aiutare e soprattutto fare outing quindi non vergognarsi dei propri disturbi ma è necessario eliminare quello stigma culturale negativo che da sempre accompagna il disturbo da panico e i disturbi d’ansia in generale.” Negare la paura significa conferirle ancora più potere mentre il “vero eroe deve avere paura, è importante che nel nostro paese emerga il paradigma di una cultura vera, consapevole e aperta quindi utilizzare la paura per quello che è ovvero una straordinaria risorsa dell’uomo contemporaneo. Il fattore P è sempre esistito e tra l’altro la paura è un’emozione sana, ci rende attenti e prudenti. E’ l’eccesso che va capito e gestito.”

Ma cos’è l’attacco di panico davvero senza ripetere le definizioni da manuale ormai sin troppo note? Sorrentino racconta che il panico “irrompe nella vita in maniera violenta e travolgente”. “Muoio spesso mi diceva un mio paziente, abito un corpo di cui non mi fido più. Vi è una debolezza genetica, un assetto neurobiologico alterato per cui i circuiti nervosi sono più attivi.” Delegittimare il panico dicendo è solo un attacco di panico è un gravissimo errore. Così come etichettare la cannabis come leggera. Non esistono droghe leggere. “L’attacco di panico è molto, moltissimo. Purtroppo questo è un Paese stizzoso che non ama la scienza e lo dimostrano i casi Di Bella e stamina. Farmaci o psicoanalisi? Sorrentino afferma che la psicoanalisi non è fatta per chi ha un disagio franco ma per chi decide di affidare la propria vita ad un “biografo autorizzato” che può anche rappresentare un’opportunità affascinante per qualcuno ma il panico è un’altra cosa. Esige immediatezza nella diagnosi ed efficienza della cura più idonea e disegnata sulle caratterialità del soggetto e sulla sua storia personale. Allora servono i farmaci sotto strettissimo controllo medico e a bassissimo dosaggio e, in casi selezionati, una terapia cognitivo comportamentale perché la mission è uscire dal recinto “qui e ora” e riabilitare il paziente alla normalità perduta attraverso una strategia condivisa che porterà ad una progressiva emancipazione.

“Camminare ogni giorno per almeno un’ora, non fumare, non usare sostanze stupefacenti e limitare l’uso di alcolici è assolutamente necessario ai fini di una buone gestione del problema”. Ma sia chiaro se ne esce. Si convive. Si può andare incontro a delle ricadute perché “la vita è un saliscendi e gli eventi stressanti possono causare anche il ritorno di questi disturbi (e la prima comparsa) nei soggetti che hanno quella debolezza genetica. Che tuttavia non è una condanna”.

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