Antonio Lopez Garcia esporrà in Italia i suoi capolavori a Palazzo Chiericati di Vicenza dal 24 dicembre all’8 di marzo. La notizia è di un certo rilievo perché erano più di quaranta anni che l’artista, considerato uno dei più grandi pittori figurativi viventi dopo la morte di Andrew Wyeth e Lucien Freud, non esponeva in Italia. Garcia è anche uno scultore e sarà possibile ammirare oltre ai dipinti e alla sculture una serie di schizzi, bozzetti e disegni preparatori, che oltre a riassumere il vasto repertorio della sua produzione, sono le chiavi che lasciano accedere alla percezione delle reali dinamiche del suo lavoro.

L’uomo di cultura spagnolo nato nel ’36 è stato da sempre un artista del realismo e per certi versi la “guida” di un gruppo di artisti spagnoli, poco noti all’estero come Francisco Lopez, Isabella Quintanilla e Maria Moreno, che ne sarà la compagna. Probabilmente dopo le grandi rivoluzioni di Cezanne e lo sviluppo delle arti figurative americane il loro stile veniva considerato, da tanti, oltrepassato se non addirittura vecchio e obsoleto. Il centro del realismo figurativo drasticamente messo in discussione, ma se vogliamo anche alimentato dall’avvento della fotografia era comunque rappresentato in Europa dalla scuola di Lipsia, con Neo Raugh, e dal realismo spagnolo di Garcia. L’artista iberico soffriva il peso di una Spagna governata da un regime totalitario.

Sia Rauch che Garcia al contrario di tanti Iperrealisti rifiutano l’ausilio della macchina fotografica. Nel tedesco, i cui lavori derivano da un punto di partenza onirico, questa presa di posizione rappresenta una risposta critica verso Gerhard Richter e la sua scuola. Mentre per lo spagnolo il non affidarsi alla macchina fotografica che è un meccanismo che fissa la luce di un momento particolare, è la risposta ingegnosa di un uomo alla ricerca di un’estetica non disgiunta dall’etica, che preferisce indagare la conoscenza attraverso le piccole variazioni di luce nello scorrere del tempo. La sua tecnica più che “en plein air” potrebbe essere definita en plein temps”, a tempo pieno, meglio ancora “ouvert”, cioè aperto come un obiettivo fotografico. Le sue opere sono in fondo come la registrazione di un lungo video dello scorrere del tempo, che l’opera pittorica deve provare a salvare dal congelamento.

Garcia prova a registrare con il suo occhio in tutte le direzioni e la forza delle sue opere è strettamente legata alla forza del tempo, che si muove con lo stesso inesorabile gelo tra i paesaggi, gli interni, le nature morte, e sul corpo degli uomini. È incredibilmente fermo, eppur si muove. Una delle opere nelle quali il senso oppressivo e decadente del tempo si percepisce chiara è “Conejo Desollado”, opera del 1972 che raffigura un coniglio spellato appoggiato in un piatto. Il soggetto giace in posizione fetale ricordando un feto umano e l’occhio dell’artista indaga con precisione allarmante ogni piccola goccia di umido liquido e di sangue senza voler nulla abbellire, ma solo riportare a galla un’ingenua verità. Il tempo tutto ingoia, tutto tritura e devasta. L’occhio dell’artista qui prova ad assumere una misura distaccata e il segno di una apparente indifferenza, un rapporto con la fredda considerazione dell’oggetto. Ma continua la perfida e irrevocabile corsa del tempo, che poi è padrone di tutto.

Non è la sola categoria che va a sollecitare l’arguto occhio spagnolo, perché per avere padronanza, quindi conoscenza del mondo che esperiamo, dove ogni cosa, ogni oggetto può e deve assumere importanza primaria, e calcare da protagonista la scena, è importante riflettere e considerare gli spazi della forma e lo spazio nei suoi mutamenti prospettici. In una ricerca che ricorda molto gli studi di Escher lo spazio si avvolge intorno ad un’altra mutevole e cangiante dimensione; quella del punto di vista. Riflette le concretezze e le angosce di certe riflessioni che risuonano quasi di principi cubisti risolti nel realismo, e sempre più delle deformazioni di Escher. Una vera e propria panoramica dello spazio come altrove del tempo si rivela in Lavabo y espejo del 1967 e WC e finestra degli anni tra il 1968 e il 1971. Siamo di fronte alle deformazioni dello spazio visivo cui ci osta lo sguardo quando ci troviamo troppo vicini a una cosa e per vederne ogni parte, spostiamo gli occhi e di conseguenza il campo visivo. Un grandangolo soggettivo dell’arte.

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