Renzi e Delrio accelerano su Jobs act e legge elettorale – In questi giorni il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio, è intervenuto sulla questione del Jobs act sostenendo che si tratta di una «riforma di sinistra, socialdemocratica» e che, nonostante il proficuo dibattito, entrerà in vigore a partire da gennaio. Sulla stessa linea anche il premier, Matteo Renzi, che di fronte ai gruppi parlamentari del Partito Democratico ha espresso la necessità di far approvare il prima possibile la riforma del lavoro. Renzi vuole correre, ha paura della palude parlamentare e dell’eterno dibattito politico. In poco tempo vorrebbe anche che venisse approvata la legge elettorale, considerata «un buon compromesso». È stato un Renzi pacato, con la voglia di abbassare i toni degli ultimi giorni. Impresa non facile, perché di prima mattina l’europarlamentare ed ex ministro Flavio Zanonato si è scagliato, tramite il suo profilo facebook, contro il segretario. È ben nota la vicinanza del politico veneto all’area bersaniana o cuperliana, che dir si voglia. Quindi le sue parole sono destinate a fare rumore.

«Renzi delegittima i sindacati» – Dal punto di vista di Flavio Zanonato, Renzi divide il Paese con il suo atteggiamento: «Sono sempre più sconcertato dai comportamenti di Renzi (e, per la verità, anche di chi cambia idea nel tempo geologico di qualche settimana). Ieri, polemizzando con la Cgil e la Fiom, ha affermato, di fronte agli industriali di Brescia, riuniti in una fabbrica con la deliberata esclusione dei lavoratori, che “c’è un disegno per dividere il mondo del lavoro” “ma non esiste una doppia Italia, c’è un’Italia Unica”. In altre parole ha accusato la Cgil di essere contro il Paese perché non accetta la soppressione totale dell’art.18 e – di conseguenza – si mobilita per far cambiare posizione al Governo. Dissento profondamente da questo atteggiamento di Renzi e lo considero, il suo sì, un comportamento che divide il Paese e porta allo scontro tra i lavoratori dipendenti, che il premier considera con un evidente fastidio, e le altre categorie sociali, in primis i datori di lavoro». Zanonato ha preso le difese della Cgil: «Più volte Renzi ha manifestato ostilità nei confronti dei sindacati con lo scopo di delegittimarli, prendendosela soprattutto contro la Cgil».

L’alternativa alla scissione? Il “congresso perenne” – Zanonato sostiene che Renzi racconta “balle”: «Le balle raccontate per togliere una tutela sono persino fastidiose, Renzi contrappone i lavoratori garantiti (salario medio 1200 € mensili…) ai lavoratori precari e dimentica che le lotte dei lavoratori delle grandi aziende sono servite da apripista anche per il lavoratori meno in grado di difendere i propri diritti. Dimentica che in tutta l’Europa più avanzata (Germania, Francia, Gran Bretagna) c’è il reintegro e non solo il risarcimento economico. Dimentica che un preciso articolo della carta dei diritti dei cittadini europei impone di tutelare il lavoratore dall’ingiusto licenziamento». Difficile considerare simili affermazioni come semplice dialettica all’interno di un partito. È ormai chiaro che nel Partito Democratico c’è una profonda frattura. Una divisione che si è mostrata durante le ultime due elezioni primarie e si è acuita appena si è discusso del lavoro, ma non solo. Le dicotomie sono presenti in ogni ambito e possono essere definite “culturali”. Alla base di tutto ciò, è bene ricordarlo, c’è una voglia irresistibile di “congresso perenne”. Il desiderio di controbattere ogni affermazione per cercare visibilità, di disobbedire anche se l’Assemblea nazionale del partito ha votato in modo chiaro e gli elettori si sono espressi con fermezza per scegliere la nuova guida del partito. Si scalcia e lo si fa con frequenza. Però non si decide di abbandonare la nave, perché si ha paura del futuro e del giudizio degli italiani. Allora evviva il “congresso perenne”, i danni che procura anche e soprattutto al Paese e le incoerenze di chi è al governo e in contemporanea gioca a fare l’opposizione andando in piazza con i sindacati.

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