Un disastro annunciato – Tutto secondo le previsioni. Anzi, anche un po’ peggio. I repubblicani controllano ora 52 seggi su 100 al Senato, ma questi potrebbero aumentare quando verranno assunti anche i risultati di Alaska e Louisiana: nel primo caso, la conta dei voti proseguirà per alcuni giorni a causa delle difficoltà a reperirli dai villaggi più remoti e isolati, ma gli exit poll sembrano non lasciare scampo ai democratici; mentre nel secondo si andrà al ballottaggio il 6 dicembre, col candidato repubblicano Bill Cassidy grande favorito sulla senatrice democratica Mary Landrieu. Le sorprese arrivano da Iowa, North Carolina e Colorado, nei quali Obama era riuscito a rovesciare gli equilibri e a insediare il dominio democratico grazie ai voti di immigrati, donne e giovani. La sconfitta brucia soprattutto in Colorado, dove uno dei fautori della vittoria del presidente nel 2008, il senatore Mark Udall, ha capitolato di fronte allo sfidante Cory Gardner. Nessuna novità, invece, da West Virginia, South Dakota, Montana e Arkansas, dove l’elefantino ha strappato come da pronostico i seggi detenuti dall’asinello. Come nessuna novità arriva dall’altra camera del Congresso, già in mano repubblicana dal Midterm del 2010 e riconfermata ora ad ampia maggioranza “rossa”.

Una lezione per Hillary – Contro l’insoddisfazione nei confronti dell’inquilino della Casa Bianca nulla ha potuto nemmeno colei che inquilino della Casa Bianca aspira a diventarlo nel 2016. Hillary Clinton ha messo in campo un gran dispendio di energie e denari in questa campagna elettorale, con una media di quasi un evento elettorale al giorno negli ultimi due mesi. Con scarsi risultati, però, perché solo il New Hampshire (di cui avevamo parlato qui) le ha dato le soddisfazioni che cercava. Per lei che queste elezioni di Midterm le ha usate come pista di rollaggio per le prossime presidenziali, i segnali non sono dunque positivi e ciò che Hillary si porta a casa da questo test sono tanti punti su cui riflettere. E da correggere, insieme al Partito democratico, se si vuole evitare che la spedizione del 2016 la conduca una “gioiosa macchina da guerra” in salsa a stelle e strisce. Insomma, meglio che questi segnali siano arrivati nel Midterm, con due anni davanti per studiare e cambiare rotta, perché l’assenza di un leader vero tra le fila dei repubblicani non è condizione sufficiente per vincere le elezioni che contano di più. Riforma sanitaria, immigrazione, politica estera, razzismo e limitazione alla vendita delle armi sono i capitoli più caldi, quelli su cui l’elettorato ha bocciato Obama e quelli dai quali i democratici devono ripartire se vogliono rimanere alla Casa Bianca.

Keep calm & dialogue – All’orizzonte, adesso, per Barack Obama e per l’asinello ci sono due anni nei quali l’obiettivo principale sarà evitare l’impossibilità di incidere sulle leggi americane. Con entrambe le camere nelle mani dei repubblicani, la strada del presidente si fa stretta e corre lungo due bordi obbligati: accordi con l’opposizione e decreti presidenziali. Un braccio di ferro nel quale però anche gli elefantini non potranno fare tanto i gradassi, perché il loro successo elettorale non deriva certo da meriti propri, quanto più dalla disillusione nei confronti del “simbolo Obama”. “Dissatisfied”, “disgusted”, “angry” sono stati d’animo che gli americani non hanno espresso soltanto nei confronti del presidente, ma anche verso i leader dei repubblicani, quelli che in parlamento ci sono stati seduti quantomeno negli ultimi due anni. Deputati e senatori “rossi” non possono dunque far finta di avere il popolo dalla propria parte, mettendo così in campo atti di forza eccessivi nei confronti del presidente. Il dialogo dovrà farla da padrone sull’ostruzionismo, perché i responsabili di una possibile paralisi non potranno essere altro che facilmente individuati negli esponenti repubblicani. Con conseguenze di non poco conto nella prossima corsa alla Casa Bianca.

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