La precarietà e la parentopoli accademica – Gli atenei italiani faticano a rinnovarsi. In ogni facoltà italiana i docenti, spesso e volentieri, sono sempre gli stessi. In alcuni casi si tramandano la cattedra di padre in figlio. E così il busto di un insigne professore in una facoltà, avrà lo stesso cognome del docente di un’altra facoltà. Ops, che casualità. Magari, purtroppo si tratta di un vizio ben radicato nella cultura italiana. La parentopoli non è qualcosa riconducibile soltanto alla classe politica e sindacale, ma in molti settori della società si pratica questo modo di fare. Se non si è parenti, si è amici. Se non si è amici, si appartiene allo stesso contesto e allora è “giusto” darsi una mano. Gli spettatori paganti di questo noioso giochetto, sono coloro i quali che trascorrono le giornate a studiare e a lavorare per un futuro all’altezza dei sacrifici effettuati. All’università si chiamano ricercatori. Un termine che è ormai sinonimo di precarietà, di insicurezza, instabilità. Una parole in grado di escludere il concetto di futuro. È così in Italia, ma non nel resto d’Europa o negli Stati Uniti. E infatti molti ricercatori italiani sono costretti a emigrare.

Il sogno di un ricercatore, avere un contratto di tipo B – L’analisi dell’Apri, associazione dei precari della ricerca, ha analizzato alcuni dati del ministero dell’Istruzione e ha mostrato come la situazione è peggiorata rispetto agli ultimi anni. Soltanto un ricercatore su dieci, in Italia, riuscirà a essere stabilizzato. Gli altri dovranno trovarsi un altro impiego o fuggire all’estero. Al momento stanno sprecando il loro tempo. Provano a venir fuori dalla sabbie mobili del sistema universitario, ma non ci riescono. La situazione è davvero troppo complicata: ci sono 2450 ricercatori a tempo determinato di tipo A, cioè quelli che hanno durata triennale, rinnovabili per altri due anni e dopo non possono fare altro. Ci sono 15.237 titolari di assegni di ricerca di vario tipo, in pratica persone che lavorano nelle facoltà come dei borsisti, dopo essersi procurati da soli i fondi per la loro attività ma che non otterranno mai alcuna stabilizzazione. Ed esistono 224 ricercatori a tempo determinato di tipo B, con contratti di tre anni, gli unici che possono portare alla promozione a professore associato se, al termine dei tre anni, avranno conseguito l’Abilitazione scientifica nazionale.

Dalla Gelmini alla Giannini. È cambiato qualcosa? – Un percorso a ostacoli che favorisce sempre gli stessi noti. Era l’11 ottobre del 2010, quando sul “Messaggero” i giovani ricercatori denunciavano l’assenza di un cambio generazionale. Da quel momento poco è cambiato. La riforma della Gelmini, attaccavano i ricercatori, “non permetterà alcun cambio generazionale. Negli emendamenti votati non c’è stata nessuna attenzione verso i giovani”. Sono trascorsi quattro anni da queste dichiarazioni e oggi quei ricercatori notano che non è cambiato nulla. Se l’ex ministro Gelmini aveva peggiorato la situazione, la vicenda non è migliorata con il ministro Profumo e con l’attuale esecutivo di larghe intese guidato da Matteo Renzi. L’ex ministro Profumo aveva introdotto l’obbligo di creare un posto da ricercatore a tempo determinato di tipo B ogni nuovo professore ordinario per dare spazio vero ai giovani. L’attuale capo del Miur, Stefania Giannini, ha proposto di estendere questa norma anche ai ricercatori di tipo A.

«Ci troviamo dinanzi a interventi di maquillage» – Un qualcosa che spingerà le università ad assumere questi ultimi, perché costano di meno rispetto a un ricercatore di tipo B. Il problema non solo non si risolve, ma viene acuito e Antonio Bonatesta, segretario nazionale dell’Adi, l’associazione dottorandi e dottori di ricerca, ha detto: «Ci troviamo dinanzi a interventi di maquillage che non si pongono in modo serio e credibile l’obiettivo di risolvere strutturalmente la drammatica situazione dei giovani ricercatori in Italia». Secondo il rappresentante dell’Adi il governo non sta facendo molto per risolvere la questione, anzi la stabilizzazione appare sempre più distante nel nome di una precarietà imperante.

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