«Le manifestazioni femministe erano allegre e colorate per lo spirito delle partecipanti e le mimose giallo vivo. Si facevano i girotondi, si portavano i fiori e si prendevano in giro i maschi, che si tenevano a distanza. Erano manifestazioni tranquille e senza stress». Le manifestazioni studentesche erano un’altra cosa, lasciavano ragazzi di entrambi gli schieramenti (destra e sinistra) morti ammazzatti per terra come cani rabbiosi. Il clima era da guerra civile. Noi eravamo adolescenti, la stagione in cui dovresti pensare solo ai primi amori romantici. Invece, ci trovavamo in una realtà più grande di noi. La tensione era alle stelle ma noi, con i pantaloni a zampa di elefante o le gonne lunghe a fiori, insieme con i maglioni fatti ai ferri e gli zoccoli ai piedi, cantando Guccini e gli Inti Illimani, in quelle manifestazioni c’eravamo sempre.

Sui muri delle nostre camere erano appesi i poster di Che Guevara, Woodstock, contro la guerra in Vietnam, sui nostri comodini erano appoggiati libri come “Cent’anni di solitudine” di Gabriel García Márquez e “Delitto e Castigodi Fëdor Dostoevskij e alle nostre finestre erano innalzate tante bandiere rosse. E come Rosa Fùrlan e Benedetta Arcuati, una bruna, l’altra bionda, una figlia di un falegname e una sarta, l’altra di un noto psichiatra e una aristocratica, una di Pieve di Cadore, l’altra della Roma bene dei Parioli, volevamo cambiare il mondo. Erano gli anni Settata, erano gli anni di piombo, erano gli anni della strategia della tensione, erano gli anni degli autonomi che usavano le P38 e la polizia era inferocita, erano gli anni di Cossiga ministro degli Interni e il suo nome veniva scritto con la K, erano gli anni delle stragi, erano gli anni del rapimento e dell’assassinio di Aldo Moro.

Ma erano gli anni anche che si parlava di “diritti civili, di imperialismo e comunismo, di viaggi, di amore libero, di fantasia, di anarchia, di contraccettivi, di letture, di cinema, di poesia, di poeti maledetti, di passioni e di follie”. E noi come Rosa e Benedetta a volte paurose, a volte spavalde, all’impegno politico ci credevamo e quel mondo lo volevamo proprio migliorare. “Una vita bizzarra” di Elisabetta Villaggio (Città del Sole, 2013) è un romanzo carico di emozioni, dove attraverso due fili narrativi che s’intrecciano, sono raccontate le lotte giovanili degli anni Settanta e un rapporto d’amicizia, quello di Rosa e Benedetta, perso e poi riallacciato dopo vent’anni. Leggendo il romanzo della Villaggio rivivi in pieno quegli anni, anni forti, anni che, ora come allora, noi che ritenevamo sacra la vita ed eravamo pacifiste sino in fondo e quindi non potevamo condividere tutte le lotte, le abbiamo necessariamente appoggiate, perché solo così facendo ci siamo liberate “con molta fatica di obblighi e leggi medievali”. E ancor oggi a testa alta possiamo dire “The answer my friend is blowing in the wind“. “Una vita bizzarra” è stato presentato con l’intervento dell’autrice all’Hotel Excelsior di Taormina il 30 ottobre nel programma Spazio al Sud organizzato da Maria Teresa Papale.

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[Elisabetta Villaggio, Foto di Andrea Jakomin/Blogtaormina ©2014]

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